mercoledì 19 ottobre 2016

D'amori smemorati, di killer e di pistole - (Nashville Skyline Revisited)


Recensione di Together Through Life


“Queste canzoni sono più fotografie istantanee che composizioni, ma potrebbe anche essere che alla fine, tutte assieme, facciano un’unica grande fotografia. E potrebbe anche non essere un lavoro artistico, ma qualcosa più funzionale, come la foto del passaporto di qualcuno che è sempre in viaggio per il prossimo concerto”

 Bob Dylan è tornato ancora una volta, al suo meglio, come non faceva ormai da dieci anni forse. Questo nuovo lavoro è infatti la migliore produzione dylaniana dai tempi di Time Out Of Mind e Oh, Mercy. Forgetful Heart è quello che si dice un brano epico, uno dei migliori ruggiti del decennio da parte del cantautore statunitense. Si tratta di un pezzo in grado di convince sin dalla prima nota e dal primo verso. Chi meglio di Dylan potrebbe cantare di questo "cuore smemorato"? Nessuno saprebbe essere così convincente oggi, tranne forse il miglior Tom Waits.

 Dylan ha scoperto il gusto dell’auto citazione, e Forgetful Heart richiama con vigore alle passate incisioni di Time Out Of Mind, Oh Mercy e Modern Times, ma lo fa con un dono di sintesi espressiva e lirica che forse era mancata in Modern Times, se prendiamo a modello il brano Ain ’t Talkin’ che può benissimo essere sovrapposto a Forgetful Heart.

Il banjo appalachiano di Donnie Herron, la fisarmonica zydeco di David Hidalgo e la chitarra a saturazione valvolare di Mike Campbell creano un connubio di nervi, sangue e sabbia, in bilico fra aria e fuoco. Prodotto da un settantenne, ma realizzato con la mano grintosa e professionale, manco ne potesse dipendere il proprio sostentamento.

Solo If you ever go to Houston (che ricorda vagamente Midnight Special) annoia a tratti, coi suoi cinque minuti, il resto è un capolavoro di sintesi, superiore in questo a Love and Theft e quindi rapportabile a Oh Mercy, almeno sotto il profilo della produzione. In questo disco possiamo sentire gli echi di Desire, Pat Garrett and Billy The Kid, e Time out of Mind.

La fisarmonica di Hidalgo e la chitarra di Campbell colorano panorami di sole e terra, come non si sentivano e vedevano da tempo e c’è quel tipo di energia che non ti aspetteresti su It's All Good e Beyond Here Lies Nothin’, così come c'è vigore sonoro anche in I Feel a Change Comin’On, ancora una citazione proveniente dai Basement Tapes e Planet Waves.

Tra fisarmoniche sporche di sangue e di sudore. Di  recente è venuto a mancare uno dei più insoliti e schivi organisti e fisarmonicisti, Danny Federici della E Street Band, ed è molto bello che proprio  Dylan abbia riscoperto con grande passione l’amore verso uno strumento così legato alla tradizione di in un certo folk come quello dei Calexico, che tanto bene avevano suonato le sue canzoni riproposte sulla colonna sonora di I’m Not There, la quale a ben pensarci era una sorta di imbeccata verso il Maestro. In particolare David Hidalgo coi Los Lobos aveva riproposto in versione zydeco Billy #1. Si tratta di musica di confine, tra il Messico e la redenzione, sospesa tra cactus e nuvole. E già si è parlato di una vicinanza fra questo Dylan e Willy DeVille.

Ritorna a livello testuale un'immagine che ossessiona e che Dylan ripropone spesso, quella di una porta: aperta, chiusa o solo immaginata.

Uno dei momenti più convincenti del disco è It’s all good, dove energia, ironia e rinuncia confluiscono nel grande fiume dell’ispirazione dylaniana, mentre intorno a lui i palazzi crollano e il pianto delle vedove si mescola al sangue degli orfani. Le svisate di basso in stile Rick Danko dei The Band ci accompagnano in uno dei brani più significativi dell’opera, I Feel a change comin’on, un brano che speriamo di ascoltare presto anche in versione live.

Cambiano le cose, cambiano i suoni e tutto sembra diverso. Però poi un voce, familiare, comprensibile arriva nelle nostre case, macchine, iPod e tutto il resto. E’ il nuovo disco di Bob Dylan, e soprattutto e' la voce autentica dell'America che fu... La voce di una rara e devastata umanità che sembra vacillare, ma non cede di un millimetro... perché quella voce non può cantare la resa, e neppure il crepuscolo degli Eroi... e' la voce della Gente, e' la voce di una generazione che ancora non cede il passo alla sconfitta...

Come ha detto RJ Eskow “Oggi Dylan non fa musica, lui è la musica!” Come dice Roy Menarini a proposito di Gran Torino, c’è un filo sottile che unisce la letteratura di Cormac McCarthy, il cinema di Clint Eastwood e i dischi di Dylan, sono questi autori gli ultimi bardi della “mitografia” di una Nazione… I dischi della Sun Records e della Chess, Elvis e Muddy Waters, Memphis e Chicago
 Otis Rush e All your love, Willie Dixon e I Just Want To Make Love To You, Sam Cooke e A change is gonna come; insomma sembra davvero che ci sia il sangue del Paese nella sua voce!
 Dylan canta con la consapevolezza del sopravvissuto, al proprio mito, all’America dei Faulkner e dei Twain, di Melville e di Masters, è lui probabilmente l’ultimo discendente di una stirpe ormai estinta di cantastorie

 David Hidalgo suona frasi di fisarmonica a mezza strada fra i trilli d’organo di Al Kooper e la senile e sontuosa mano di Auggie Meyers… ma non è solo la fisarmonica l’arma vincente di questo disco, le chitarre trattenute e distorte ad opera di Mike Campbell, sono cuciture di cuoio essenziali nel loro ricamo avvolgente…

 La seconda metà del disco si avvicina lentamente a pagine passate più elettriche e aggressive: c’è una maggiore presenza della chitarra elettrica e alla fisarmonica si sostituisce lentamente un violino country (in “This dream of you”) che non può che richiamare alla mente l’intensissimo e danzante “Desire” del ’76 (e in particolare Romance in Durango) ma anche le ballate meticcie del compianto Willy De Ville.

Dario  Greco (scritto nel 2009)

martedì 18 ottobre 2016

Blood On The Tracks, Bob Dylan (1975)



Blood On The Tracks (1975)

Acclamato da critici e fans come uno dei miglior lavori in studio di Bob Dylan, questo album è la prova di coraggio e della definitiva maturità avvenuta del grande songbook dylaniano. Uno dei dischi di riferimento degli anni settanta e forse uno dei migliori album di cantautorato rock di tutti i tempi.

Qualcuno ha scritto:“E' un album costruito sul tema della delusione amorosa, e la sua esecuzione, quasi totalmente chitarra e voce, può, ad un primo ascolto, far pensare ad un lavoro amatoriale. Ed è questo l'esito al quale vuole pervenire Dylan, per il quale le origini sono riferimento perenne, mai rinnegate dalle svolte rock”.

In Blood On The Tracks il tema universale è l’uomo: alla ricerca di se stesso, di una donna, di un desiderio e con una malinconia da scacciare lontano. Forse in Africa, forse nella provincia americana, sempre “sulla strada, diretto verso un altro incrocio”...

Ispirato dal maestro di pittura Norman Raeben, Dylan ritrae un affresco di rara potenza e suggestione lirica. Un lavoro capace di descrivere sentimenti universali quali redenzione, destino ineluttabile, viaggio, e soprattutto il desiderio di rifugio dal dolore. Non ultima la consapevolezza del rimpianto. Il tema della rinuncia, che per dirla alla Francesco Guccini porta sempre con sé una buona dose di malinconia e di tristezza. Tangled Up In Blue, canzone che apre il disco è una dichiarazione d’intenti all'arma bianca. Una storia ricca di dettagli, frame e fughe laterali, come una periferica Interstate 35W del Minnesota.

Blood on the tracks è anche un’ opera in due atti: New York Sessions e Minnesota Sessions.

Uno dei punti di forza del disco è proprio questa riscrittura dei brani. Testo e musica. Sono proprio pezzi come Tangled Up In Blue e Idiot Wind a trarne maggiore giovamento e vigore, formale e strumentale. Brani che possiamo ascoltare anche nelle versioni spoglie presenti su Bootleg Series 1-3.

Partiamo proprio dalle chitarre barocche di Tangled up in blue, con quel avvilupparsi e sciogliersi in preziosi intarsi, capaci di arricchire anche il senso stesso delle parole. Notevole, in tal senso, è la sequenza di note che apre il brano richiamando direttamente Like A Rolling Stone. Non si tratta di una semplice riscrittura agiografica, dato che qui Dylan è letteralmente consapevole di riscrivere la sua storia. Ci racconta con verismo il mestiere di musicista come se questo fosse un sogno effimero, suonando canzoni che vibrano, quanto il blues e il folk che lo hanno ispirato.

Il genio di Dylan risiede nel dualismo caratterizzato da canzoni vigorose eppure semplici. Blood On The Tracks è un disco che si può eseguire per intero accompagnandosi solo con chitarra e armonica. Nonostante questo l'album funziona anche e soprattutto riproposto in chiave elettrica. Pensate alla poderosa resa di brani quali Shelter From The Storm, Idiot Wind e You‘re A Big Girl Now, tratte dal live Hard Rain.

Simple Twist Of Fate, elegante dramma notturno per chitarra, basso e armonica. Essenziali pennate sostenute da morbide volute di basso, su cui si fa strada lentamente il lamento dell'armonica. Siamo di fronte ad uno dei migliori testi dylaniani in assoluto. Con un fatalismo da vivere su un materasso umido di lanugine e lacrime di pioggia.

La frase d’armonica in You‘re A big Girl Now è un lamento a cuore aperto per un dolore impossibile da spiegare. Il critico Paul Williams definisce questo assolo “primitivo” ed efficace nel far da contraltare all'elegante e inusuale tappeto sonoro. Idiot Wind, invettiva dai toni shakespeariani sul tema del tradimento, è il solo brano ad avere una struttura lineare di strofa-ritornello-strofa. Dominata dalla voce grintosa di Dylan, e impreziosita dall’organo di Gregg Inhofer e dalle percussioni di Bill Berg.

Lily, Rosemary and the Jack of Hearts è la sintesi di immagini pittoriche narrate con toni da cinema western e surreali atmosfere di biscazzieri e bettole del secolo scorso, che ricordano da vicino alcuni film diretti da Robert Altman. If You See her Say Hello, si apre coi dolci ricami delle chitarre di Dylan, Odegard e Weber. Una malinconica epopea di separazioni, ricordi e amori lontani, forse anche più di un continente.

Shelter From The Storm, è probabilmente il brano che vale il disco, se non la carriera di un cantautore, forse anche due, in certi casi... Non si tratta banalmente di una narrazione dell'amore per una donna, ma della ricerca di un punto che va sempre oltre ogni apparente méta, e di cui ogni cosa diventa in qualche modo simbolo. E’ la Bellezza l'ideale che il cuore di Dylan insegue nella sua corsa senza fine. Il tormento più terribile è quello di scoprire che, nel tentativo di costruire la propria felicità, si è finito col distruggere con le proprie mani la misteriosa promessa di compimento che si era intravista. E allora non resta che riprendere nuovamente il viaggio. Ancora Paul Williams ci viene in soccorso, per descrivere un brano di rara e unica bellezza e magnificenza.

Blood On The Tracks è il disco più profondo, sofferto, che più di tutti colpisce nell'intimo chi ascolta, e chi sa ascoltare. Qui le emozioni sgorgano dure, improvvise, vive, come da una ferita: quella che Blood On The Tracks lascerà nel vostro cuore. Un lamento sofferto ma mai privo di dignità, sempre fiero, virile. Disco arcigno e a tratti indomabile, a volte invece più placido e rassegnato, come per la conclusiva Buckets of Rain. 

Un album dove la linea del tempo viene volutamente destrutturata secondo la lezione del maestro Raeben e che ci riporta ad atmosfere degne del cinema di Altman, Bresson o Peckinpah.

L’eroe non celebrato di Blood On The Tracks resta il bassista Tony Brown, che per aver partecipato alla realizzazione di questo disco meriterebbe un posto di riguardo nella storia della popular music. Ancora una storia di side-man dimenticati che varrebbe almeno un articolo e un racconto a sé.

La rivista Rolling Stone piazza Blood On The Tracks al sedicesimo posto nella classifica degli album più belli di sempre. E' un disco che ci restituisce il pathos e la "concentrazione" del Dylan anni sessanta. Un lavoro che ascoltato a distanza di quasi 40 anni possiede ancoraun fuoco, un'energia e un flusso di creatività che difficilmente è possibile riscontrare nella storia della popular music.