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Gospel, fuoco e redenzione: il furore di Bob Dylan

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Tra gospel, voce centrata e struttura compatta, Saved emerge oggi come un’opera potente, capace di unire spiritualità e coesione musicale in modo raro nella carriera di Dylan. Il gospel, lo zolfo e l'energia salvifica: Bob Dylan ai vertici della potenza vocale ed espressiva Nel febbraio del 1980, in un momento di intensa trasformazione personale e artistica, Bob Dylan registra quello che diventerà il suo ventesimo album in studio, Saved . Pubblicato in un clima critico già polarizzato dalla svolta religiosa dell’anno precedente, l’album si colloca al centro della cosiddetta trilogia evangelica e rappresenta uno dei punti più radicali dell’intera parabola dylaniana. Non è un’opera di transizione né un compromesso tra fasi stilistiche differenti, ma un gesto netto, un’affermazione compatta, una scelta di coerenza. L’obiettivo di questo saggio è duplice: restituire a Saved una lettura strutturale e musicale che ne evidenzi la coerenza interna, liberandolo dalle categorie ideologiche...

Laboratorio identitario dylaniano (Vol. 2)

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  Workingman’s Blues #2 Il lavoro, la dignità e l’America contemporanea Con Workingman’s Blues #2 Dylan torna a confrontarsi con la dimensione sociale della vita quotidiana: non come osservatore esterno, ma come narratore immerso nelle contraddizioni della cultura americana. Il titolo richiama esplicitamente Merle Haggard — maestro del country working class — ma Dylan non si limita a un atto di devozione: apre un dialogo critico con quel repertorio. La canzone è il monologo coerente di un uomo colpito dal declino economico e dall’erosione delle promesse sociali. L’io lirico parla esplicitamente di perdita di potere d’acquisto, salari bassi imposti dalla competizione globale, impossibilità di risparmiare: il contesto è quello di una classe lavoratrice impoverita e marginalizzata. Il protagonista intreccia alla crisi materiale una crisi affettiva e identitaria: si sente dimenticato, assediato, privato di stabilità, mentre cerca di preservare la propria dignità morale e di non...

Laboratorio identitario dylaniano (Vol. 1)

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Il nuovo secolo che ridefinisce il passato All’inizio del nuovo millennio Bob Dylan non ha bisogno di rilanciarsi: negli anni Novanta aveva già firmato un autentico ritorno critico con Time Out of Mind, vincendo Grammy e riavvicinando pubblico e critica. Tuttavia, tra il 2000 e il 2009 ciò che si assiste non è un semplice proseguimento di carriera, né la ripetizione di formule vincenti. È piuttosto la messa in atto di un cambiamento sostanziale: Dylan applica alla propria musica la logica del laboratorio. Non costruisce un manifesto, né una sequenza di colpi da star: costruisce un corpo di opere in cui ogni canzone è un esperimento di identità, memoria e verità narrativa. In questo decennio i livelli della sua poesia e della sua musica si stratificano. Il lavoro sui testi si fa più ellittico, frammentario, e spesso le immagini non si spiegano ma evocano. La voce, più che raccontare eventi, si confronta con il tempo; e l’America — nelle sue storie, nei suoi miti, nei suoi paesaggi — non...

Dylan 1984 Real Live

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1984: Quando Bob Dylan cominciò a riscrivere sé stesso  Nel 1975, con Blood on the Tracks , Bob Dylan pubblicò un disco che sarebbe stato presto letto come il suo grande romanzo sentimentale. L’album venne accolto come confessione, come documento autobiografico, come cronaca lirica di una frattura coniugale. Eppure già allora qualcosa sfuggiva a questa interpretazione lineare. Le canzoni si muovevano in uno spazio narrativo instabile: le persone grammaticali cambiavano senza preavviso, il tempo si piegava su se stesso, i ricordi si presentavano come frammenti più che come sequenze ordinate. Non era un diario. Era un montaggio. Tuttavia, per quanto complesso, Blood on the Tracks rimaneva un oggetto finito: un album inciso, pubblicato, fissato su vinile. Una fotografia emotiva con un perimetro definito. Nel 1984 quella fotografia comincia a muoversi. Durante il tour europeo di quell’anno, in alcune date accanto a Carlos Santana, Dylan non si limita a riarrangiare i brani del passat...

A proposito di Street-Legal, Fearless e Sirāt

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In Street-Legal (1978) Bob Dylan , in Fearless (1993) di Peter Weir e in Sirāt (2025) di Óliver Laxe prende forma la spiritualità della soglia: l’estasi del sopravvissuto che, dopo lo schianto o la rivelazione, non cerca consolazione né salvezza ma un attraversamento radicale dell’esperienza. La spiritualità della soglia. Street-Legal, Fearless, Sirāt: blues dell'attraversamento. Il nesso tra Street-Legal (1978) di Bob Dylan e Fearless (1993) di Peter Weir risiede in una condizione esistenziale precisa: l'estasi del sopravvissuto. In entrambe le opere non troviamo la pace del santuario, ma la vibrazione elettrica e pericolosa di chi è scampato a un naufragio e si ritrova a camminare tra i vivi con occhi che hanno visto troppo. Non è sollievo — è un'altra forma di pericolo. Street-Legal rappresenta il momento più denso e claustrofobico della discografia dylaniana. Se i dischi precedenti cercavano ancora un rifugio, qui Dylan è immerso nel fango di una giungla urbana e ...

Amore e furto alla ricerca dei Toseroni perduti

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Alla Ricerca dei Toseroni Perduti (Amore e Furto) C'era un gelato che mio zio mi regalava da bambino. Si chiamava Piedone Toseroni. Non so se esista ancora, non ho mai cercato di saperlo: alcune cose stanno meglio nel ricordo che nella realtà. Era confezionato, aveva quel sapore preciso che solo i gelati economici dell'infanzia sanno avere, e quando lo mangiavo non sapevo ancora niente del mondo. Non sapevo che un giorno avrei ascoltato un disco di Bob Dylan e avrei capito che quella stessa operazione, rubare dal passato per trovare qualcosa di vero nel presente, era la cosa più onesta che si potesse fare con la memoria. Settembre 2001. Eravamo appena tornati da Torremezzo, dove avevamo trascorso alcuni giorni al mare con mio fratello e con Ciccio Russo. Le serate, il mare, la comitiva — quelle cose che quando le vivi non sai ancora che stanno per finire. Quello che sto per raccontare avvenne un po’ di tempo prima di tutto il resto. Van Morrison lavorava ancora al suo disco, ...

I chitarristi più importanti di Bob Dylan

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I chitarristi più importanti che hanno collaborato con Bob Dylan tra il 1962 e il 1989, dagli esordi acustici fino alle produzioni con Daniel Lanois e i tour con i Grateful Dead. Da Bruce Langhorne a Mark Knopfler, da Mick Taylor a Mike Campbell, ecco a voi il viaggio tra nomi leggendari, dischi fondamentali e l’evoluzione del suono di una carriera never ending. Introduzione . Affrontare il tema dei chitarristi più importanti di Bob Dylan dagli esordi fino al 1989 significa entrare nel cuore operativo della sua musica, osservandone l’evoluzione non attraverso le categorie critiche o le narrazioni mitologiche che spesso accompagnano la sua figura, ma attraverso il lavoro concreto svolto da musicisti specifici in momenti altrettanto specifici della sua carriera. Dylan non è mai stato un chitarrista “virtuoso” nel senso tradizionale del termine, né ha mai concepito la chitarra come uno strumento esibito o centrale sul piano tecnico. Proprio per questo, la presenza di chitarristi esterni a...