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Oh Mercy

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Oh Mercy è il 26° album in studio del cantautore americano Bob Dylan, pubblicato il 12 settembre 1989 dalla Columbia Records. Prodotto da Daniel Lanois, fu accolto dalla critica come un trionfo per Dylan, dopo una serie di album con recensioni negative. "Oh Mercy" diede a Dylan il suo miglior piazzamento in classifica da anni, raggiungendo il numero 30 nella classifica Billboard negli Stati Uniti e il numero 6 nel Regno Unito. La composizione dei brani nella casa di Dylan a Malibu e la registrazione dell'album a New Orleans sono descritte da Dylan in dettaglio nel capitolo "Oh Mercy" delle sue memorie Chronicles: Volume One. Il fonico Mark Howard ha osservato che Dylan aveva già tentato di registrare i brani con Ronnie Wood, ma non era soddisfatto del risultato: "Esiste un'intera versione di "Oh Mercy" registrata con Ron Wood. Ma credo che Dylan avesse forse deciso che non gli piaceva quello che era successo". Nella primavera o nell'e...

A proposito di "Love And Theft"

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  "Love And Theft" (2001)   Dopo aver realizzato dischi nuovamente all'altezza del proprio nome come Oh Mercy e soprattutto Time Out of Mind ,  Bob Dylan torna ancora,  con un lavoro autografo. O meglio, semi-autografo. "Love And Theft" è il 31esimo disco in studio, ed è stato registrato ancora una volta a New York City, nei Clinton Recording, durante il mese di maggio. In cabina di regia, utilizzando lo pseudonimo di  Jack Frost , c'è proprio Dylan, che si occupa della produzione. Una novità importante, visto che da questo momento in poi sarà l'autore stesso a produrre i suoi futuri lavori discografici. Non è però una novità: molte volte era stato proprio lui a dirigere i lavori, a partire da Empire Burlesque e Knocked Out Loaded ( a cui bisogna aggiungere anche  Down in the Groove)  senza dimenticare Under the Red Sky  e Time Out of Mind ,  co-prodotto assieme con Daniel Lanois . Importante sottolineare poi il ritorno a New York , in...

Tempest

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Tempest è il trentacinquesimo album in studio del cantautore americano Bob Dylan, pubblicato il 10 settembre 2012 dalla Columbia Records. L’album è stato registrato ai Groove Masters Studios di Jackson Browne a Santa Monica, California. Dylan ha scritto tutte le canzoni da solo con l’eccezione del brano "Duquesne Whistle", che ha co-scritto con Robert Hunter dei Grateful Dead. Tempest è stato pubblicato con lodi da parte dei critici musicali, che hanno elogiato le sue influenze di musica tradizionale e i testi cupi di Dylan. L’album ha raggiunto il numero 3 nella Billboard 200. Tempest è stato l’ultimo album di Dylan a contenere materiale originale, fino a Rough and Rowdy Ways, pubblicato nel 2020. Tempest è stato ampiamente acclamato dai critici musicali contemporanei. Su Metacritic, che assegna un punteggio normalizzato su 100 alle recensioni dei critici mainstream, l’album ha ricevuto un punteggio medio di 83, che indica “acclamazione universale”, basato su 31 recensioni. ...

Under the Red Sky (1990)

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Sotto un cielo d'ombre rosse... C’è un aspetto che rende un artista come Bob Dylan il più grande di tutti. La storia dei suoi lavori minori o presunti tali. Under the red sky, titolo stupendo per il suo 27esimo disco in studio, fa parte di questa categoria. Probabilmente la sua Arkengemma, il Graal dei lavori minori, che li condensa e li giustifica tutti. Le motivazioni che andremo ad analizzare in questo post sono molteplici.   Innanzitutto un breve passo indietro sembra doveroso arrivati a questo punto della vicenda artistica del cantautore americano. Gli anni ottanta, come abbiamo detto nell’articolo precedente   è stato un periodo di poche luci e di tante, forse troppe ombre. Tuttavia Dylan si era saputo sottrarre dal baratro con un notevole, poderoso colpo di coda. Si scrive capolavoro, ma si legge Oh, Mercy, album del 1989 registrato a New Orleans e prodotto dal mago Daniel Lanois. Un lavoro di breve durata (appena 39 minuti) da cui restano però fuori autentici gioielli ...

Blonde on Blonde e il funerale del Folk Revival

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- A cura di Bob Dylan Studio Album -   Il 1966 rappresenta lo spartiacque definitivo nella storia della musica popolare del Novecento: il momento esatto in cui il cordone ombelicale con la tradizione folk viene reciso per sempre.  Al centro di questo terremoto culturale si staglia un doppio vinile monumentale, Blonde on Blonde, registrato da un Bob Dylan ventiquattrenne nel picco assoluto della sua trance agonistica e creativa. La storiografia musicale pigra, ancorata alle vecchie etichette commerciali, ha catalogato questo disco come il vertice del “folk-rock”.  Ma se si smonta il motore ritmico e armonico delle tracce, emerge una verità storica e musicologica ben diversa: Blonde on Blonde non è un album folk.  È il luogo geometrico in cui Dylan scava una fossa profonda sei piedi e seppellisce definitivamente il Folk Revival, celebrandone il funerale attraverso il trionfo del blues, del rhythm and blues e del sound di Nashville. La critica dominante ha spesso so...

La trilogia del tempo di Bob Dylan

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Bob Dylan e la trilogia del tempo: il viaggiatore dell’eterno I tibetani credono in uno stato di transizione tra la morte e la rinascita: la morte come periodo di attesa, prima che l’anima venga accolta da un nuovo grembo. È un’immagine che, per libera associazione, richiama certe pagine di Rumore bianco di Don DeLillo e che introduce bene il mistero di un artista capace di sembrare vissuto più volte, muovendosi nel tempo come un viaggiatore immortale. L’uomo è da sempre attratto dal mistero del tempo. I greci antichi usavano due parole per definirlo: Chronos, lo scorrere lineare dei minuti, e Kairos, il momento opportuno, la dimensione qualitativa dell’istante. Se il mondo moderno esalta il Chronos attraverso la produttività e la velocità, la figura di Bob Dylan sembra collocarsi interamente nel Kairos. «Abbiamo la tendenza a vivere nel passato, ma questo riguarda la mia generazione. I giovani non hanno un passato, sanno solo quello che vedono e sentono», ha dichiarato Dylan al Ne...

A proposito di Highway 61 Revisited

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  How does it feel,  How does it feel, To be on your own,  Like a complete unknow, Like a rolling stone?   Highway 61 Revisited è uno dei dischi spartiacque della storia del rock. Solo che quando uscì il concetto stesso di rock, senza roll, non era ancora stato delineato e messo a fuoco. Non solo: c'è da compiere diversi passi indietro, sostenendo come all'epoca, molti dei nostri eroi e miti musicali, non si erano ancora manifestati, o non stavano lottando per ottenere successo. In effetti prima di quel 30 agosto 1965, c'erano solo Dylan (non ancora affermato in ambito di musica elettrificata) i Beatles, gli Stones (che erano poco più di una promettente blues band), gli Animals e i Kinks. Basta così. Una lista breve, concisa. Dopo le cose sarebbero invece cambiate, un po' per tutti, inclusi i fruitori di musica pop rock. Le ragioni? Semplici. Questo disco oltre a contribuire a gettare le basi dell'ascolto di un 33 giri conteneva due brani la cui durata era super...

Bob Dylan non parla, progredisce

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La strada dopo la fine: quando Dylan non parla, preferisce far progredire il songbook Focus su Highlands, Sugar Baby e Ain't Talkin' (1997-2006) Abitualmente la traccia conclusiva svolge una funzione di congedo.  Riassume, scioglie, restituisce all’ascoltatore un senso di compiutezza. Bob Dylan ha sistematicamente disobbedito a questa convenzione. Nei suoi finali più ambiziosi la conclusione non coincide con una soluzione, ma con un rallentamento progressivo e quasi ostinato del tempo, narrativo e musicale, come se l’opera, proprio nel momento in cui dovrebbe terminare, opponesse una resistenza silenziosa e affettuosa alla propria fine. Tra il 1997 e il 2006 questa tendenza assume una forma particolarmente nitida in tre brani: Highlands, Sugar Baby e Ain’t Talkin’. Sono conclusioni diverse per atmosfera, scrittura e architettura interna, eppure unite da un medesimo principio: Dylan utilizza l’ultimo brano non per chiudere lo spazio creato dall’album, bensì per dilatar...