martedì 13 aprile 2021

L’altra faccia della medaglia dylaniana


Another Side of Bob Dylan (1964)

In posa militare, puntavo la mano verso quei cani bastardi che insegnavano, senza preoccuparmi del fatto che sarei diventato il mio nemico nel momento stesso in cui avrei cominciato a pontificare. La mia esistenza guidata da battelli in confusione ammutinati da poppa a prua. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.

 (Bob Dylan) 

Non ci voleva poi così tanto a capire che l'artista che pubblicò il suo terzo album autografo (quarto in totale) era già una persona differente rispetto a quella che aveva composto un anno primo il suo disco più impegnato e politico. Forse il titolo non è il modo migliore per marcare la distanza e il cambio di passo, ma Another Side of Bob Dylan è senza dubbio la più convincente fotografia di un autore all'epoca 23enne che stava tentando di affrancarsi dall'immagine che gli volevano costruire attorno. Oggi basta fare qualche ricerca in rete per trovare una miriade di articoli, alcuni molto esaustivi, che tracciano la distanza tra il disco precedente e tutto ciò che sarebbe arrivato, da adesso in poi. Con le dovute differenze Another Side of Bob Dylan è molto più connesso e collegato alla trilogia elettrica e non ai due album autografi che lo avevano preceduto. In particolare troviamo testi e canzoni che hanno davvero molto poco a che vedere con il folk revival di cui Dylan aveva condivido idee, grammatica fondamentale e un certo radicalismo anni trenta. La netta distanza tra il brano che chiudeva The Times They Are A-Changin' e questo nuovo lavoro, appare evidente già dalle prime note e dal tono che accompagnano l'opening di All I Really Want to Do. Bisogna essere ciechi e soprattutto sordi, per non capire che è in atto un cambiamento epocale per l'autore di Blowin' in the Wind. Sia chiaro: Dylan non rinnega e non tradisce niente e nessuno. È solo andato oltre; ha gettato il cuore oltre l'ostacolo e ha vinto la sua battaglia personale. Qui infatti il giovane cantautore diventa un vero artista, affrancandosi dai movimenti e dal genere folk. Lo aveva detto a caratteri cubitali ed è bene riaffermarlo qui, in chiave retrospettiva.

"Qui dentro non ci sono brani che puntano il dito. Quei dischi li ho pubblicati e li difendo, ma in parte erano fatti per essere ascoltati, perché segnavano a dito tutto ciò che non va. Non voglio più scrivere per la gente, né fare discorsi. D'ora in poi voglio solo scrivere dal profondo di me stesso."

Un manifesto programmatico difficile da fraintendere. È vero che Bob Dylan tornerà su queste parole e saltuariamente sarà ancora quella "voce di protesta" che scrive "per la gente", ma è innegabile come con la trilogia composta da Bringing it all back home, Highway 61 Revisited e soprattutto con il capitolo finale, Blonde on Blonde, darà un taglio netto alle sue pagine passate. My Back Pages, appunto. Queste undici tracce possono disorientare, stordire e far gridare al traditore, ma sono il punto di vista di un giovane autore nel fiore degli anni. Non più quello stile narrativo con cui si era imposto, ma pura poesia astratta, dove trovano posto stati mentali impressionistici come il seguente:

“Attraverso il folle e mistico martellare dell'incessante grandine picchiettante. Il cielo faceva esplodere i suoi poemi in nuda meraviglia che il tintinnare delle campane della chiesa soffiava lontano nella brezza, lasciando solo campane di fulmini e il loro tuono che colpiva per i cuori nobili, colpiva per il mite, colpiva per i guardiani e i protettori della mente e dietro al pittore indomito prima che venisse la sua ora e osservammo i lampeggianti rintocchi di libertà.”

Riascoltare oggi e perdonare qualche sbavatura e alcuni passaggi che girano forse a vuoto, significa dare una dimensione del lavoro di un musicista che in appena cinque anni contribuiva a rendere più netto il cambiamento con tutto quello che l'America, la popular song e la musica poteva rappresentare. Diverse forze stavano ridisegnando lo stile di Dylan. Un autore sensibile che dirà al suo biografo Anthony Scaduto: “Sapevo che i Beatles puntavano nella direzione in cui la musica sarebbe andata. Non volevo snobbare gli altri, ma per me loro erano la cosa.” Non è semplice scrivere e commentare un lavoro che ha fatto la storia della canzone d'autore e che forse per Dylan è stato il passo più audace della sua carriera. Qui infatti non avviene ancora la svolta elettrica, ma il modo di suonare e di interpretare i propri brani è nettamente diverso, più pop, più orientato verso un modo nuovo di fare dischi. Le canzoni a modo loro, siano esse i grandi capolavori o episodi minori e forse trascurabili, svolgono il loro ruolo. Incredibile, ma vero Another Side of Bob Dylan venne registrato in un’unica sessione. C’è un aspetto che bisogna sottolineare, la voglia di divertirsi e di divertire di queste canzoni. Eppure dietro certi bozzetti frivoli, l’autore infila scene e immagini da Apocalisse, ed è questa la sua abilità, la grande cifra stilistica di un giovane e audace troubadour. Come sottolineano Ric Ocasek e Ike Reilly Dylan esegue tutte le canzoni accompagnandosi solo con la chitarra acustica. E in questa occasione si tratta di arrangiamenti in grado di supportare seriamente melodia, testi ed esibizione. Si è detto poche volte che è un chitarrista acustico formidabile, ma in questa occasione è importante ribadire il concetto. Perché c'è un vero calderone di idee, immagini e suggestioni in titoli come Spanish Harlem Incident, Ballad in Plain D o Motorpsycho Nitemare, sono episodi unici nel canzoniere dylaniano, figlie di quei turbolenti e suggestivi anni sessanta. Oggi forse alcune cose potrebbero apparire un po' naif e acerbe, ma furono da apripista per quello che sarebbe arrivato dal disco successivo a seguire. Fatto non trascurabile il brano Mr. Tambourine Man, non presente nella versione finale del lavoro, venne composta ed eseguita in una prima versione proprio per Another Side of Bob Dylan.

La critica lungimirante

David Horowitz definì le canzoni un fallimento assoluto di gusto e di consapevolezza autocritica. Dylan ammise nel 1978 che il titolo dell'album non era di suo gradimento. "Ho pensato che fosse troppo banale", ha detto, "mi ha creato un po' di problemi un titolo come questo".

Domanda da sempliciotto di periferia: "Era così difficile capire l'ironia di Dylan nel '64?"

Dici di cercare qualcuno che non sia mai debole ma sempre forte, per proteggerti e difenderti quando hai ragione o quando hai torto. Qualcuno che ti apra una a una tutte le porte, ma non sono io, babe.

Dario Twist of Fate

lunedì 12 aprile 2021

Auguries of Innocence (Un’overdose d’amore)


Shot of Love (1981)

Vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico. Tenere l'infinito nel palmo della mano e l'eternità in un'ora. 

Solo una sana e consapevole fede salva l'ascoltatore dalla negatività del giudizio critico, parafrasando Fornaciari. Il gospel è una questione di fede. Shot of Love, 21esimo disco in studio di Bob Dylan viene pubblicato il 10 agosto 1981. Ottenne la top ten nel Regno Unito, ma negli States non andò oltre la 33esima posizione in classifica. La produzione dell'album è affidata a Bumps Blackwell e Chuck Plotkin, uno degli uomini chiave in studio di registrazione di Bruce Springsteen. Nel disco lo si nota subito, c'è una moltitudine di musicisti e tecnici di talento. Da Ringo Starr a Tim Drummond, da Donald Dunn a Benmont Tench, da Ron Wood a Jim Keltner, da Steve Ripley a Carl Pickhardt. Questo è probabilmente uno dei lavori più fraintesi e sottostimati di Dylan, in termini assoluti. Qui si conclude la fase "religiosa" e si apre lo scenario "anni ottanta" del suo autore. Arrivati a questo punto Dylan si era costruito una reputazione per metà fatta da detrattori, haters e critici e per metà costituita da veri appassionati ed esperti della sua musica e delle sue canzoni. E' un disco da rivalutare e posizionare dove è giusto che stia, da ora in avanti. D'accordo: non sarà coeso e coerente come Infidels, non sarà cupo e compatto come Oh Mercy, ma resta una delle migliori opere realizzate dopo Blood on the Tracks e Desire e prima del grande ritorno di Time Out of Mind e "Love and Theft". Personalmente ritengo che il dovere del critico sia di vivisezionare e smontare un disco, per renderlo maggiormente fruibile a un più vasto pubblico. Di contro c'è però quello che fa un vero appassionato. E l'appassionato, lo dice la parola stessa: vive di passione. Nel caso di un lavoro che contiene una gemma come Every Grain of Sand, è facile capire da che parte stia il nostro punto di vista. Il mio approccio a questo lavoro si è rinnovato più volte nel tempo, tanto che per una strana casualità ne possiedo addirittura tre copie. La prima masterizzata con copertina fotocopiata in bianco e nero, la seconda cartonata e la terza presa per completare la discografia live in una confezione da cinque dischi che include Real LiveDylan & The Dead. In origine il primo vero approccio a questo disco avvenne con l' ascolto del Greatest Hits 3 e dell'antologico Biograph. Ho iniziato ad ascoltare Shot of Love con 2-3 brani e ritengo che questo resti ancora oggi, a distanza di 40 anni, uno dei migliori approcci possibili. Canzoni come Heart of Mine o The Groom's Still Waiting at the Altar, ci mostrano un autore ispirato e che musicalmente non si è certo fermato in termini di scrittura a quello che aveva prodotto durante i 18 anni passati. Si tratta di un lavoro di transizione, che condurrà il suo autore verso un nuovo percorso sonoro e di scrittura. Per molti non è altro che un disco di routine. Sappiamo bene che però Dylan nel corso della sua lunga carriera ha ricevuto molte critiche e recensioni preventive, e in questo caso la disparità tra le recensioni e il prodotto finale, ascoltato in un contesto retrospettivo, appare evidente. Sia chiaro, come il lavoro che lo ha preceduto, non stiamo parlando di rivalutarlo e metterlo tra i capolavori. Non di meno, questo non è affatto "il peggior album di Dylan". O come sostiene il cecchino Lester Bangs: " Quello che troviamo in Shot of Love è il lavoro dell'operaio a giornata". Tipico commento insulso e immaturo di chi il disco probabilmente non l'aveva nemmeno ascoltato per intero, figuriamoci compreso e  analizzato. Ancora Bangs: "Il problema è che il materiale non riserva nient'altro che una lettura superficiale, dato che la maggior parte dei brani risulta incompleta e non consequenziale." Davvero arduo comprendere da quale sentimento sia mosso il critico in tale invettiva, ma forse è il caso di passare oltre. Bob Dylan dirà di questo lavoro che la maggior parte delle critiche si concentra sul ruolo di Gesù e attribuisce il problema a Boy George e qualcosa di nuovo che sta montando in termini di trend e di nuovo approccio al pop rock. Vero o no, non trovare spunti di interesse in brani come Every Grain of Sand, In the Summertime, Lenny Bruce, Heart of Mine e la stessa title track, in un contesto odierno, appare davvero arduo. Ci troviamo davanti a un lavoro complesso, nuovo e con un sound che alla lunga resta un tentativo piuttosto sofisticato per un artista come Dylan. I cambi di accordi e la struttura musicale per certi versi si associano al futuro Empire Burlesque, ma è vero che il suo autore ha fatto centro conquistando pubblico e critica con canzoni dalla struttura e dai cambi di accordi piuttosto essenziali. Eppure in questa circostanza, merito dei musicisti coinvolti e specialmente del lavoro di Jim Keltner alla batteria e di Danny Kortchmar e Steve Ripley alle chitarre, possiamo sentire qualcosa simile alle sfumature di Thelonious Monk: il massimo livello di sofisticazione raggiunto da Dylan fino a Shadows in the Night del 2015. Resta il fatto che il Dylan del periodo Gospel ha un tiro e un groove pazzesco. La musica trasuda fuoco e zolfo, colori e luci sono accesi. È un delirio di bellezza (per chi vuole cogliere) abbagliante! Come abbiamo imparato però il Dylan allegro sovente crea disagio, rancore e antipatia nella critica militante. Il cantautore sa mettere d'accordo la critica quando si strugge e annichilisce la propria anima, ma quando il blues cede il passo alla gioia, il bravo recensore punta il dito e indica lo stolto Dylan. Trovare limiti e difetti in un autore 40enne che ha mostrato di essere in stato confusionale non è certo un merito e un sinonimo di competenza e di capacità critica. Per fortuna l'artista non si cura di ciò che pensa la critica, ma tira dritto per la propria strada. Sarà il tempo a decidere, ancora una volta. Il tempo qui dice che il disco contiene almeno un capolavoro assoluto, cioè Every Grain of Sand. E anche William Blake ce lo conferma.

La critica illuminata

È "forse il suo lavoro più sublime fino ad oggi", scrive Clinton Heylin, "la sintesi di una serie di tentativi di esprimere ciò che la promessa di redenzione ha significato per lui personalmente. Every Grain of Sand è una delle sue canzoni più intensamente personali, rimane anche una delle sue più universale. Descrivendo "il tempo della mia confessione, l'ora del mio bisogno più profondo", il brano segna la conclusione del suo periodo evangelico come autore di canzoni, qualcosa che la sua posizione in coda all’album riconosce tacitamente. Paul Nelson di Rolling Stone lo ha definito il Chimes of Freedom e Mr. Tambourine Man del periodo cristiano di Bob Dylan. Questo lavoro ha sicurezza e forza su tutta la linea, ma anche vulnerabilità. L'armonica meravigliosamente idiosincratica di Dylan ha trasformato in un archetipo che trafigge il cuore e inumidisce gli occhi. E, per una volta, i testi non ti deludono. Il cristianesimo dell'artista è palpabile e comprensibile. Per un momento o due, ti tocca, mentre i cancelli del paradiso si dissolvono in un'universalità che non ha nulla a che fare con la maggior parte dell'LP”. Paul Williams nel suo volume Bob Dylan Performing Artist The Middle Years afferma: "L'amore in Every Grain of Sand, sebbene saldamente radicato nell'esperienza di conversione di Dylan e nei suoi studi biblici, va immediatamente oltre il suo contesto per comunicare un profondo e provato spirito devozionale basato su esperienze universali. Dolore di autoconsapevolezza e senso di meraviglia o soggezione per la bellezza del mondo naturale. Tim Riley ha descritto Every Grain of Sand come "una preghiera che abita la stessa zona intuitiva di Blowin 'in the Wind, quasi un inno tramandato attraverso i secoli". Il critico Milo Miles ha scritto: "Questa è l'unica canzone di Dylan in 10 anni in cui esamina un paradosso della cultura pop (che le star leggendarie in particolare devono credere in ideali più grandi di loro) in modo più eloquente di qualsiasi altro artista. Anche Bruce Springsteen nel 1988 ha citato questo disco come uno dei suoi lavori migliori, stessa cosa che farà Elvis Costello, che lo inserisce nella lista dei 500 album essenziali per una vita felice. Forse il miglior brano di Dylan in termini assoluti. Per approfondire il discorso si consiglia di recuperare i Bootleg Series Vol. 1-3 e 13 (Trouble No More). Un’ultima cosa: questa è la copertina di Bob Dylan preferita da mio nipote Giorgio. Ascoltato a distanza di quarant’anni, Shot of Love sembra invecchiare piuttosto bene, come dell’ottimo whisky. E ora dite Amen. Amen!

"Ogni notte e ogni mattino alcuni nascono per la miseria. Ogni notte e ogni mattino alcuni nascono per il dolce piacere. Alcuni nascono per il dolce piacere, alcuni nascono per l'eterna notte."

Dario Twist of Fate

domenica 11 aprile 2021

Ceremonies Of The Horsemen (Quel Dylan commerciale)

 

Planet Waves (1974) 

“Così canta la tua glorificazione del progresso e della macchina del giudizio. La verità nuda è ancora proibita dovunque possa essere vista.”

Discutere e analizzare in termini retrospettivi alcuni dischi di Bob Dylan è una buona occasione per mettere meglio a fuoco la sua produzione in studio. Specialmente quando si tratta di commentare un album frainteso come Planet Waves del 1974. I più anziani di voi certamente ricorderanno la pessima abitudine di metà anni novanta di descrivere un artista e un prodotto artistico come "commerciale". Probabilmente questo termine prese piede per via del genere di musica dance, conosciuto nel nostro Paese proprio con il nome di Commerciale. Ecco, questo album all'epoca della sua uscita venne bollato come "il disco commerciale di Bob Dylan", mentre avrebbe potuto essere uno dei suoi grandi ritorni. In effetti ci sono molte novità e qualche sguardo al passato. Le due novità più rilevanti sono il fatto che questo disco venisse prodotto e registrato nella West Coast, durante un momento dove la musica californiana stava prendendo il sopravvento rispetto alla East Coast dove Dylan si era fatto conoscere e si era affermato. La seconda novità riguarda l'etichetta, non più Columbia, a Asylum Records, che significa in pratica David Geffen ed Elliot Roberts, due nomi che non hanno certo bisogno di presentazione. A queste due novità sostanziali bisogna inoltre aggiungere un elemento che collega questo disco con gli anni sessanta di Dylan, quindi un ritorno alle radici e al suo passato: Planet Waves vede come gruppo di accompagnamento The Band. Nonostante il sodalizio artistico tra Dylan & The Band risalga al 1965, questa è la prima volta e unica volta in cui il cantautore registrerà in studio un disco con gli ex-Hawks. È vero, c'era già stato The Basement Tapes, ma come sicuramente saprete quello non era nato come un progetto ben definito e comunque non è stato registrato in un vero studio. Le uniche sessions in studio con The Band sono quelle poi scartate da Blonde on Blonde, che spinsero Dylan e il suo produttore a lasciare New York per incidere a Nashville, ma quella è un'altra storia.

Planet Waves risente in termini di accoglienza critica di una duplice ostilità nei confronti del suo autore. Tuttavia il disco ottiene per la prima volta il numero uno in termini di vendite per il mercato statunitense. Le critiche sono tendenzialmente favorevoli, ma spesso fuori bersaglio. Si pensi ad esempio a questa affermazione da parte di Ellen Willis del New Yorker: "Credo che le parole siano intese come riempitivo, qui Dylan sta tentando di sottrarsi alla sua reputazione di poeta per farci concentrare sulla musica".

Quella che sembra una critica nemmeno così feroce, rispetto a quei buontemponi di Landau, Marcus e Marsh, è in effetti una delle considerazioni più errate di sempre. Prima di tutto Dylan non si reputa poeta e non ha mai affermato di scrivere per dare maggior peso alle parole. Questa è il punto di vista della critica, che durante gli anni abbiamo poi scoperto essere un po' impreparata sul discorso puramente sonoro. In pratica è facile prendere un disco di Dylan e scrivere qualche cartella sul presunto significato di questo e di quel testo. Che egli fosse un autore sfuggente e un po' enigmatico ci sono pochi dubbi, ma resta il fatto che nella maggior parte dei casi non abbia avuto un pari trattamento rispetto ai suoi illustri colleghi e questo considerando la sua importanza e la carriera longeva e ricca di successi, appare una questione difficile da comprendere, in termini retrospettivi.

Planet Waves non è quindi il sequel di New Morning, nonostante sia la prima vera raccolta di brani inediti pubblicata a tre anni di distanza da quel disco. Il valore dei testi e delle canzoni non ha bisogno di alcuna difesa d'ufficio. A parte il successo di Forever Young, diventata una delle canzoni simbolo del suo autore, bisogna citare brani di spessore come Dirge, Wedding Song e Going Going Gone. Di questo disco registrato durante il mese di novembre del 1973 bisogna dire che forse non è il suo lavoro più ispirato e coeso, ma contiene almeno metà dei brani che sono sopra la media, come Hazel, Never Say Goodbye e You Angel You. Certo, ci sono anche pezzi come On a Night Like This che potevano essere risolti meglio, ma qui era importante tornare sulla strada e riprendere da dove la giostra aveva lasciato esattamente ben otto anni prima.

Eppure questo Planet Waves spicca come lavoro, in quanto diverso rispetto agli altri. Più apertamente personale: un dilemma pratico ed estetico, del suo autore nei confronti della consorte. Un buon disco, a tratti notevole, a tratti trascurabile, ma comunque gradevole. Lavoro ragguardevole, ma strambo. Forse l'elemento di disturbo, ingombrante è proprio The Band, da cui francamente chiunque sia appassionato di rock si aspetterebbe qualcosa in più. Per Jim Beviglia alcune esecuzioni risentono infatti del "pilota automatico" innestato da Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson, Richard Manuel e Robbie Robertson. Ci sono momenti in cui questo lavoro è semplicemente fantastico, altri in cui sembra un po' rigido e messo in circolazione in maniera un po' frettolosa. Premesso che oggi un disco così sarebbe acclamato come un capolavoro assoluto, bisogna escludere dal concetto di pilota automatico gli incastri e le dinamiche che fanno di Going Going Gone, di Forever Young, di Hazel e di altre tracce che si avvalgono invece di esecuzioni importanti, oggi storiche per la canzone rock seventies. Dylan sta per tornare, e se anche fosse in una fase strana e "commerciale", che male c'è? Troviamo che il disco sia ben realizzato e con quattro brani che suonano tra le migliori di sempre realizzate in studio dal suo autore. La cosa che ci crea un po' di rammarico, in questa occasione è la scelta del titolo. Nonostante Planet Waves sia un funzionale claim da copywriter, gli avremmo preferito il più suggestivo Ceremonies Of The Horsemen, una citazione dal brano del 1965 Love Minus Zero/No Limit.

Ci sono colori i quali adorano la solitudine, io non sono uno di loro. In quest'epoca di vetroresina sto cercando una gemma. La sfera di cristallo non mi ha ancora mostrato niente. Ho pagato il prezzo della solitudine, ma finalmente non ho più debiti.

Dario Twist of Fate

sabato 10 aprile 2021

Andammo a vedere il Drugo (New Morning)

- Eh, dimmi, come ti vanno le cose? 
- Qualche strike e qualche palla pesa.
- Come ti capisco!

- Ah. Grazie, Gary. Beh tu stammi bene. Torno alla partita.
- Certo. Prendila come viene.
- Sì. sì. 
- So che lo farai.
- Sicuro, Drugo sa aspettare.

- Lunario musicale del Lockdown (Speciale Maggie's Farm) -

Secondo un modo di pensare convenzionale, è più semplice scrivere di argomenti che ci appartengono e che ci stanno maggiormente a cuore. Personalmente ritengo sia un luogo comune da sfatare. New Morning di Bob Dylan è uno dei motivi per cui mi sono avvicinato a questo autore. Era il 1998 e al cinema usciva il film dei fratelli Coen, Il grande Lebowski. Io avevo diciannove anni e mi trovato a Roma quando la pellicola venne distribuita in Italia. Purtroppo tra le città dove il film uscì non c'era Cosenza, quindi dovetti aspettare che venisse riproposto per una rassegna di cinema d'essai in seconda visione.

Ero già un discreto appassionato di film e tra i miei preferiti c'erano proprio i Coen assieme a Kubrick, Scorsese, Lynch, Polanski e Quentin Tarantino. Dei Coen avevo amato e mandato a memoria i vari Arizona Junior, Barton Fink, Blood Simple e soprattutto Fargo. Non sapevo niente di questo nuovo film, ma appena vidi il suo manifesto intuii che aveva del potenziale per essere qualcosa di diverso, nuovo, divertente e stimolante, almeno per uno come me. Di Bob Dylan sapevo che era un grande autore di testi e di canzoni, ma non lo ascoltavo ancora, o meglio, conoscevo quei 15-20 pezzi che per cultura personale e distratta, mi era capitato di beccare, in film, nei passaggi radio o in trasmissioni tv a tema musicale tipo Help di Red Ronnie. Ok, sto divagando. Flashforward: ho visto e rivisto Il Grande Lebowski e grazie a una VHS mando a memoria il brano che accompagna i titoli di testa del film. Si tratta di The Man in Me. Un pezzo "minore" di Dylan, solo che qui non sembra il cantante che aveva imparato a distinguere. È un cantante diverso, con un piglio allegro, quasi ironico. Da qui in poi gradualmente cado nel vortice e nel pentolone come un gallo da combattimento in preda al folk-blues. Grazie a un amico comune recupero un po' di LP e mi metto sul mio giradischi Philips che in quel momento fa ancora il suo sporco lavoro. Ascolto quindi dischi come Infidels, Nashville Skyline, Another Side of Bob Dylan e soprattutto New Morning. BOOM! Mi piacevano già alcune cose come Eric Clapton, Sting, R.E.M., Neil Young e aveva iniziato ad appassionarmi a Bruce Springsteen grazie a dischi come The River e Born to Run. Però l'effetto che mi fece un disco sulla carta tranquillo e "minore" come New Morning di Bob Dylan, pubblicato il 21 ottobre del 1970, me lo fecero poche cose. Da lì fu una ricorsa matta per reperire tutti i dischi, le musicassette e i cd possibili di Dylan. Ricordo che mio fratello aveva registrato una trasmissione su Rai 3, Schegge, dove c'era una porzione di uno speciale tv del 1976, HARD RAIN. Un vero battesimo del fuoco sacro dylaniano per me.

New Morning non avrà il passo dei capolavori anni sessanta e non sarà un disco che cambiò la storia della musica, ma cambiò la mia vita, ed è per questo che ve ne parlo con sentimento e a cuore aperto che sgorga emozione, ricordo, rabbia e tensione. Prima di tutto non ci sono brani troppo lunghi. Quindi se uno è leggermente curioso se lo può ascoltare e riascoltare anche 3-4 volte al giorno. Questo è un approccio che mi direte si può applicare anche ad altri dischi, non solo di Dylan, ma di tutto il pop minimale fini sessanta e inizio settanta. Purtroppo però non sono un fan di Cat Stevens o di James Taylor e scoprirò Elton John solo diverso tempo dopo. Conoscevo già Joe Cocker e quando recuperai alcune sue cose mi fece piacere ascoltare la sua versione un po' reggae di The Man in Me. Oggi so che questo disco nasce da diversi approcci, tra cui la composizione di una colonna sonora teatrale per un pièce di Archibald MacLeisch dal titolo Scratch. Leggo con piacere uno dei capitoli più ispirati di Chronicles - Volume 1, dedicato proprio a questo disco di transizione.

Tuttavia per essere un album meditativo e di transizione, New Morning ti colpisce e di abbaglia. Non ci sono riempitivi, le canzoni sono ben eseguite e arrangiate. C'è Al Kooper assieme a uno stuolo di musicisti e sessionmen di primordine e per l'ultima volta il suo autore viene prodotto dal capace e tranquillo Bob Johnston. Si torna a New York negli studi B ed E della Columbia con un pugno di brani coerenti. Non ci sono le stravaganze hipster degli anni sessanta, ma troviamo comunque il bell'affresco beat di If dogs run free, una canzone del repertorio maggiore come If Not for You, che vanta alcune cover illustri come quella di George Harrison e di Bryan Ferry, oltre la title track, la già citata The Man in me e un nucleo di canzoni che vanno ad arricchire il songbook dylaniano dopo le prove incerte (a livello di critica) di Nashville Skyline e soprattutto di Self Portrait. Personalmente sono trascorsi più di vent'anni da quando la puntina del mio giradischi si poggiò su New Morning, ma lo ascolto come allora e ne traggo piacere. Durante gli anni il valore di questi dischi di transizione è notevolmente aumentato, grazie a cover, antologie e all'uscita del Bootleg Series Vo. 10 Another Self Portrait. Di questo disco ci sono canzoni che porto nel cuore: Went to See the Gypsy, che si ipotizza fosse un omaggio a Elvis, e poi ancora, Three Angels e Sign on the Window. Ricordo di aver assistito al soundcheck del cantautore Mimmo Locasciulli, dylaniano doc, il quale per scaldarsi e per provare microfono e voce eseguiva all'epoca questo pezzo. Ecco, questi sono quei ricordi marchiati a fuoco nella memoria. Tatuaggi sonori che il tempo non cancellerà mai, finché ci sarà spazio per raccontare la poetica di un disco brillante e solare come New Morning di Bob Dylan. Non un capolavoro, ma qualcosa di più di un amuleto portafortuna per il sottoscritto.

Dario Twist of Fate  


Se ti è piaciuto questo post ti invitiamo a visitare il Lunario Musicale del Lockdown:

venerdì 9 aprile 2021

Nashville Skyline (1969)

Nashville Skyline (1969)

 

Greetings from Nashville, Tennessee!

Nella sua lunga produzione discografica, Bob Dylan ha prodotto 39 album in studio, molti dei quali non sono certo dei capolavori. Nashville Skyline non rientra tra questi, eppure è uno dei suoi lavori più divertenti, leggeri e frizzanti. La produzione vira in modo evidente verso il country, quel tipo di musica che oggi viene giustamente chiamata Americana. È un lavoro che ricevette una buonissima accoglienza da parte del pubblico, arrivando al primo posto nel Regno Unito e al terzo in Usa. Siamo certi che forse nel corso del tempo, sia stato amato e apprezzato anche in Italia, visto che è citato da autori come De Gregori e Baglioni e se pochi brani furono considerati tra le sue composizioni più memorabili, bisogna considerare il successo da classifica ottenuto dal singolo Lay Lady Lay. Questo brano era stato scritto in origini per la colonna sonora del film Midnight Cowboy con Dustin Hoffman e Jon Voight. Tuttavia la canzone venne scartata e gli fu preferita invece Everybody's Talkin' di Fred Neil, interpretata da Harry Nilsson, che ebbe un successo straordinario. Per la prima volta Dylan incide un brano strumentale, The Nashville Rag, stesso discorso sul fronte dei duetti: il disco si apre con la riproposizione a due voci di un suo classico contenuto nel secondo disco, Girl from the North Country. Il duetto con Johnny Cash è memorabile e per lungo tempo resteranno inedite le altre tracce eseguite assieme, oggi finalmente raccolte nel Bootleg Series Vol. 15 Travelin' ThruÈ interessante notare come l'album sembri continuare laddove il precedente si era concluso. 

I'll Be Your Baby Tonight chiudeva il precedente John Wesley Harding, mostrando la via per la nuova direzione musicale che l'autore avrebbe percorso con il suo lavoro successivo, Nashville Skyline appunto. Una cosa che balza subito all'occhio e all'orecchio di questo nono album, rilasciato il 9 aprile del 1969, le cui sessioni guidate dal produttore Bob Johnston si tennero proprio nella capitale dello Stato del Tennessee tra il 12 e il 21 febbraio dello stesso anno, è la durata. Disco snello e agile, non solo non arriva a trenta minuti, come durata complessiva, ma fatto più unico che raro, non contempla brani troppo strutturati nei testi e nella durata, appunto. Si pensi che la traccia più lunga, non va oltre i tre minuti e quarantatré secondi, mentre quella più breve, Country Pie, dura appena un minuto e trentanove. Pensiamo che ciò avviene molto prima rispetto all'urgenza del punk-rock (genere che non c'entra nulla con questo disco) e che risulta insolita, visto che Dylan ha pubblicato brani celebri e importanti che arrivano anche a dieci minuti di durata.

Tra gli episodi più significativi bisogna citare oltre alla prima traccia, eseguita in duetto con l'amico e collega Johnny Cash, almeno altre quattro tracce: I Therew It All Away, Lay Lady Lay, il pezzo che è rimasto di più del disco, Tell Me That It Isn't True, con un arrangiamento solido e brillante, scelta piuttosto particolare per gli standard dylaniani del periodo e la chiusura, affidata alla stupenda Tonight I'll Be Staying Here With You, brano che avrà una seconda vita durante il tour della Rolling Thunder Revue nel 1975.

Nashville Skyline ha il difetto di essere un album allegro e brillante, per certi versi molto erotico e sensuale. Dotato di un timbro vocale differente, che può spiazzare al primo ascolto, visto che Dylan aveva dichiarato di aver smesso di fumare in quel periodo, secondo Marshall Chapman è un disco sexy, dove è la semplicità della musica a rendere tutto così potente. Sembra che Dylan stia cercando di semplificare mantenendo un basso profilo da signorotto di campagna, tornando alla terra, tagliando la legna e seguendo l'esempio di Walden di Henry David Thoreau e delle Foglie d'erba di Walt Whitman.

Eppure l'uomo che registra Nashville Skyline si avvale di alcuni musicisti locali che rispondono ai nomi di Norman Blake, Kenneth Buttrey, Charlie Daniels, Bob Wilson, Charlie McCoy, Pete Drake e Carl Perkins. Per chi conosce la musica in modo più approfondito, qui verrebbe da esclamare, giustamente: - Alla faccia del disco minore! 

Subito dopo la pubblicazione di Nashville Skyline gli studi di registrazione e i musicisti utilizzati da Dylan diventeranno molto gettonati e richiestissimi. E probabilmente senza questo album, giudicato a torto o a ragione un disco minore, non ci sarebbe stato Harvest di Neil Young, o meglio, non sarebbe stato quel grande successo di critica e pubblico che il disco ha ottenuto. Non ci sembra affatto una questione marginale, a ben vedere.  

Dario Twist of Fate

lunedì 5 aprile 2021

Le profezie di Ezechiele secondo Dylan

 The Times They Are a-Changin' (1964) 

Provate a immaginare la scena. Un giovane cantautore non ancora 23enne lancia le proprie invettive contro un cielo plumbeo, minaccioso, nefasto. Il terzo disco in studio di Bob Dylan risente fortemente del clima in cui gli Stati Uniti d'Americano erano piombati durante quel fatidico autunno del 1963. Il presidente Kennedy era stato assassinato appena sei settimane prima della pubblicazione di The Times They Are a-Changin' e il musicista che diede alle stampe il suo primo disco completamente autografo sente il peso e la responsabilità di un momento così drammatico, privo di speranza. Una premessa doverosa per un disco che ascoltato oggi manca un po’ del pathos e della leggerezza a cui Dylan ci ha abituati nel corso dei molti episodi maggiori della sua carriera.

Disco importante  per un artista poco più che ventenne, ma già in grado di incarnare, più di tutti, il senso dell'epoca che sta attraversando. Le registrazioni risalgono a un periodo che va dal 6 agosto al 31 ottobre 1963, motivo per cui il disco pur risentendo del clima politico e sociale di quel periodo non dovrebbe avere riferimenti diretti alla storia recente del Paese in cui è ambientato. Sono proprio i temi, i riferimenti biblici e il tono serio a creare un corto circuito di cui il giovane autore faticherà ad affrancarsi completamente per lunghissimo tempo. Ancora oggi in Italia e in Europa ci sono ambiti dove l'equivoco politico e politicizzato permangono e sono probabilmente uno dei motivi per cui i dischi e la musica di Bob Dylan sono ritenuti, a torto, materiale valido per una certa parte di utenza e di ascoltatori. Con questo non intendiamo dire che Dylan è un autore bipartisan o politicamente ambiguo, ma che non ha certo impostato la propria carriera artistica sull'impegno politico e partitico. Ugualmente c'è da dire che questo terzo disco risulta ancora oggi, dopo oltre 50 anni il lavoro più radicale e innodico per una generazione.

Non è servito il tempo e i molti riferimenti nella cultura di massa per rendere questo disco qualcosa di meno vincolato al momento storico in cui è stato realizzato e pubblicato. Eppure vi sono titoli e testi che potrebbero parlare di molte cose diverse. L'ambiguità dei testi di Dylan è leggendaria, ma questa volta, salvo casi isolati, appena poggiamo la puntina sul vinile ci scorre davanti un'istantanea dei primi anni sessanta. Il ché non è necessariamente un male, anche se preferiamo pensare a Dylan come a un autore universale, senza tempo, eterno. Dylan il profeta, l'autore che flagella la propria coscienza e che è più maturo rispetto ai suoi dati anagrafici. Un disco che però si fa fatica ad ascoltare per intero, a differenza del precedente The Freewheelin' o dei lavori che lo seguiranno. Resta questa immagine seria e alcune delle più azzeccate metafore mai enunciate da un cantante fino a quel momento. Ogni brano, sia esso di denuncia o di protesta, ha un senso ed è perfettamente a focus, eppure c'è qualcosa nell'inflessione della voce e nelle note di chitarra che fanno pensare a tematiche troppo serie per essere ascoltate in un normale giorno di pioggia, di sole e di vento di una timida primavera come quella che stiamo attraversando. 

“Sapevo esattamente cosa dire e a chi dirlo. Volevo scrivere un grande brano, una sorta di pezzo simbolo con versi brevi e concisi, accumulati in modo ipnotico l'uno sull'altro.”

Di Dylan potrebbe dirsi che è stato uomo per tutte le stagioni, come accezione assolutamente positiva. Eppure questo giovane ventitreenne che si affaccia alla canzone di protesta appare così sicuro e consapevole di un ruolo non certo semplice. Ha dalle sue la spavalda certezza dei vent'anni ed è un artista con una missione, come raramente sarà nell'arco della sua lunga carriera. Il terzo disco che contiene solo materiale autografo è lavoro serio, perentorio che suona davvero biblico. Le sue più che canzoni, sembrano essere canti di chiesa. Una chiesa laica e politicamente impegnata, ma che risponde a criteri piuttosto precisi, codificati. Un giovane ossessionato dal folk, che non nasconde le proprie influenze e che ammette di aver preso in prestito alcune melodie da vecchi brani irlandesi e scozzesi. Due esempi su tutti sono quelli di Restless Farewell dal tradizionale The Parting Glass. Mentre la melodia di With God on Our Side proviene da The Merry Month of May. La stessa title track ha qualcosa di già sentito, visto che affonda nelle radici della tradizione. Aspetto che anziché penalizzarne il valore, lo accresce, rendendo il brano riconoscibile e semplice da memorizzare. Dal punto di vista squisitamente sonoro e musicale il disco è tanto scarno quanto solenne. Tuttavia non mancano i lampi di luce e di brio in un album che è principalmente cupo, teso, vibrante. Tra le cose più solari, troviamo un brano arrembante come When The Ship Comes In, che secondo la critica musicale deve qualcosa al brano Seeräuberjenny (Jenny dei pirati) composto da Kurt Weill su testo di Bertolt Brecht. Dieci brani dove oltre alle già citate spiccano composizioni come One Too Many Mornings, una delle rare canzoni non dichiaratamente politiche del disco, assieme alla splendida Boots of Spanish Leather, una sorta di remake di Girl from the North Country. L'impegno torna protagonista in brani come The Ballad of Hollis Brown, ballata amarissima che narra le vicende di un contadino del South Dakota che travolto dalla disperazione e dalla povertà uccide prima la moglie e i figli e infine sé stesso. Non è un caso se questo brano ha ispirato molti anni dopo il regista David Lynch che realizzerà una cover di questo brano per il suo disco The Big Dream del 2013. Troviamo poi canzoni che faranno epoca come The Lonesome Death of Hattie Carroll, ancora un brano su un omicidio e una grave ingiustizia da denunciare, Only a Pawn in Their Game, dedicata all'attivista dei diritti civili Medgar Evers, ucciso il 12 giugno del 1963 a Jackson, Mississippi. Da segnalare anche il brano North Country Blues, tipica ballata del Minnesota, dove a raccontare questa storia di lavori in subappalto nell'Iron Range, per la prima volta troviamo una protagonista femminile. Radici folk profonde per un pezzo ancora una volta drammatico e teso.

"Venite scrittori e critici che profetizzate con le vostre penne e tenete gli occhi ben aperti, l'occasione non tornerà. E non parlate troppo presto perché la ruota sta ancora girando e non c'è nessuno che può dire chi sarà scelto. Il perdente adesso sarà il vincente di domani perché i tempi stanno cambiando."

Resta da dire della title track. Probabilmente una delle più famose canzoni di Bob Dylan. In molti ritengono che catturi lo spirito di sconvolgimento sociale e politico che ha caratterizzato gli anni '60. A chiudere il cerchio, confermando le tesi secondo cui Dylan è uno dei maggiori autori della sua generazione, ci penserà il monumentale brano Murder Most Foul, pubblicato come singolo nel 2020 e che farà poi parte del disco Rough and Rowdy Ways. Il brano tratta dell'assassinio del presidente John F. Kennedy nel contesto della più ampia storia politica e culturale americana. Come a dire che dopo quel fatidico 22 novembre 1963 qualcosa cambiò per sempre nelle vite di chi era presente. I tempi sono cambiati, nuovamente. Per completezza si consiglia di ascoltare i primi due volumi di The Bootleg Series 1-3, visto che molti outtakes di valore assoluto provengono proprio dalle sessions di The Times They Are a-Changin'. Chiude il disco un contenuto unicamente testuale. Si tratta del poema che si trova sul retro del vinile: 11 Outlined Epitaphs. Quasi a dire che il ragazzo avesse ancora delle cose da dire… oltre alla mitragliata di parole già contenute nelle sue dieci canzoni da consegnare alla Storia.

Lavoro importante e indispensabile, ma che raramente lascia spazio all'immaginazione e concede tregua rispetto a una rovina imminente. Tra le sue qualità troviamo la capacità di prevedere quel che accadrà 50 anni dopo. Non sempre la musica deve essere qualcosa di piacevole da ascoltare, quando ci sono dentro parole di questo valore assoluto. Uno dei dischi più ostici da ascoltare di Dylan, ma che vale comunque lo sforzo. Soprattutto in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo.

 

Dario Twist of Fate

domenica 4 aprile 2021

John Wesley Harding - Il rock biblico secondo Dylan

 

Mi ritiro dalle scene per produrre rock biblico

Durante il dicembre 1967 Bob Dylan diede alle stampe il suo ottavo lavoro discografico, John Wesley Harding

Prodotto da Bob Johnston e registrato nuovamente a Nashville, con un ristretto gruppo di musicisti, dove ritroviamo Charlie McCoy al basso, Kenneth Buttrey alla batteria e la pedal steel guitar di Pete Drake in due brani. Il resto lo fa Dylan che suona chitarra, piano e armonica. E' un lavoro diverso rispetto ai tre dischi elettrici che l'hanno preceduto. Anche a livello testuale e tematico vi sono differenze sostanziali. Troviamo in questo contesto dodici brani, sei per facciata, dove la traccia più lunga, The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest non va oltre i 5 minuti e 35 secondi.

Da quando il suo autore ha iniziato a produrre dischi autografi, non era mai accaduto che desse alle stampe un numero cospicuo di canzoni tanto brevi. In un paio di occasioni scendiamo sotto la soglia dei due minuti e mezzo, segno che qualcosa era cambiato nella scrittura. Del resto questo lavoro arriva dopo l'incidente motociclistico e dopo che Blonde on Blonde aveva concluso la prima parte della sua carriera musicale. La cosa incredibile sta nel fatto che Dylan non torna indietro alle incisioni che lo avevano mostrato al pubblico. Il disco è una virata sul country e contribuisce a gettare le basi per il concetto del back to the roots, di cui oggi si continua a parlare. Nonostante i suoi testi siano stati altre volte influenzati da riferimenti biblici, in particolare The Times They Are a-Changin' del 1964, in questa occasione possiamo davvero parlare del primo disco di rock biblico della storia. Anche stavolta il tempo viene in nostro soccorso, in un contesto di analisi retrospettiva, ma dobbiamo tentare di immedesimarci su cosa volesse dire dare alle stampe alle soglie del 1968 un disco così "conservatore" e nel contempo capace di andare oltre i fronzoli e la psichedelia imperante di quel momento particolare.

Questo è un disco che è rimasto, mostrando il suo valore nel tempo e per il tempo. Non si tratta di limitarsi a citare un classico come All Along the Watchtower, che certamente merita un posto privilegiato non solo per ciò che riguarda il suo autore, ma per la storia della canzone rock. È un disco seminale e importante per il suo autore in primis e poi per l’intero trend della canzone d'autore. Da questo momento in poi prenderà piede e si delineerà un nuovo stile di composizione dei brani, il quale dimostra come Dylan tornando sulle scene, sia capace di dettare una linea da seguire. Certo, lo farà altre volte, ma qui ha ancora la forza e la tenacia della giovinezza. I dodici brani che compongono l’album, tra citazioni bibliche e modi di dire del linguaggio parlato, sono tutti esemplari e daranno idee a una schiera di artisti e musicisti, di diverso genere, che andranno ad attingere a questo tipo di canzoni. Da Jimi Hendrix a Patti Smith, da The Black Keys ai Judas Priest, che prenderanno il loro nome proprio dal brano di Dylan, gli esempi ancora una volta si sprecano. In pratica siamo di fronte a un lavoro coeso, ispirato e musicalmente brillante nella sua dichiarata semplicità. Non è un caso se questo disco è considerato un album di svolta. L’artista che torna a pubblicare dopo un anno e mezzo è molto diverso. Questi brani sono sogni che si rivelano, in qualche luogo del passato, per il loro minimalismo centrato, da autentico cecchino della canzone. Ora, se è vero che i sogni sono dal principio un elemento importante per la scrittura dylaniana, è evidente come qui vi sia una predominante indeterminatezza piena di simboli e di significato. Le canzoni hanno la capacità di aprirsi in molte direzioni e di essere letti secondo differenti prospettive interpretative. Un lavoro innovativo e sorprendente, specialmente se messo in relazione alla semplicità degli arrangiamenti eseguiti con una strumentazione così scarna e al contempo particolare. C’è qui una vera rinascita, che arriva attingendo in modo consapevole dalle sorgenti del materiale originale.

Si gioca di sottrazione, ma questo non significa produrre un lavoro lontano anni luce dalla trilogia Bringing /Highway 61/Blonde, semmai si parla di dare un degno seguito a una fase caratterizzata da capolavori di livello eccezionale. Le preferenze, escludendo i due brani chiave, All Along the Watchtower, vero fulcro del disco e la conclusiva I’ll Be Your Baby Tonight, che già anticipa nei toni Nashville Skyline, sono del tutto personali e soggettive. La title track è senza dubbio una canzone semplice e ispirata. Si passa così a una sequenza come As I Went Out One Morning, I Dreamed I Saw St. Agustine, Drifter’s Escape, Dear Landlord e Down Along the Cove, che mostrano un Dylan capace come interprete e come scrittore. La voce funzionale e duttile rispetto al valore dei brani fa un tutt’uno con la sezione ritmica che accompagna questo disco in modo adeguato. Come se non bastasse si tratta di uno degli album meglio invecchiati, a livello musicale, viste le scelte minimali e bucoliche. Siamo infatti dalle parti dell’alt country contemporaneo. Oggi possiamo ascoltare le belle incisioni alternative presenti sul volume antologico The Bootleg Series 15 – Travelin’ Thru per farci un quadro più esaustivo e per riprendere in mano questo grande affresco minimale che è John Wesley Harding.  

Dedicare un disco al Vecchio Testamento potrebbe forse sembrare una cosa eccessiva, oggi. Eppure in un decennio turbolento e un po' folle come gli anni sessanta, sembra quasi un'idea innocente e una metafora di protesta, come quella dei molti personaggi che affollano queste canzoni e le sue liriche. Dylan era ancora al top e la sua ispirazione parte proprio dalla Bibbia fino a raccontare di fuorilegge, di amori e follia, tutti temi cari all’autore. Sembra una sorta di profeta sceso dalla montagna per narrare le sue dure verità. Un comportamento che oggi potrebbe sembrare eccentrico ed esagerato, ma che sembra essere in linea con il personaggio di quel momento. Una ricerca di spiritualità che avrebbe accompagnato il suo autore nel corso della sua lunga e ricca carriera. Per fortuna in questa occasione molte critiche furono lungimiranti e obiettive, indicando questo come uno dei suoi dischi migliori, seppur diverso, all'interno di una discografia che fino a quel momento non aveva mostrato ancora alcun segno di cedimento, a livello di ispirazione e di furore poetico. Gli scivoloni sarebbero arrivati a breve, ma durante quell'ultima settimana del 1967 Dylan e la Columbia poterono ancora una volta usufruire di una critica attenta, obiettiva e capace. Le cose sarebbero repentinamente mutato, ma non è questo il momento. La Bibbia è la stoffa con cui sono fatti i suoi testi migliori, come questi. Come ci ricorda Northrop Frye, si tratta del Grande Codice della letteratura occidentale. Bob Dylan che conosceva queste sfumature già nel corso della sua giovinezza, continuerà a farne tesoro lungo una ricca carriera costellata da successi, quasi tutti meritati, a nostro parere.

Non il capolavoro definitivo in cui il pubblico sperava, ma un tassello fondamentale per quello che sarebbe venuto nei decenni successivi. Fondamentale per la carriera del suo autore. Dico bene?

Dario Twist of Fate

sabato 3 aprile 2021

Slow Train Coming irrompe sulla scena Gospel (1979)

Il mio nemico indossa un’aureola di decenza

Bob Dylan è sempre stato un genio nel sottoporci il suo apparato immaginifico e nel farci provare certi sentimenti mostrandoci delle immagini ben precise. Così abbiamo questa idea del lento treno che sta arrivando, come metafora ideale volta a introdurre un nuovo tema, che sarebbe diventato il leitmotiv della fase Gospel durata due anni e mezzo lungo i quali Dylan darà alle stampe tre nuovi album con composizioni inedite. Visto oggi, attraverso un punto di vista retrospettivo, tutto ci appare differente, più semplice da recepire e da commentare. A quel tempo invece era più una cosa tipo: “Bene, ci siamo giocati Dylan. Lui farà questi album cristiani per sempre.” Abbiamo visto invece da vicino gli effetti sui fan dei cinque dischi dedicati al Great American Songbook (periodo Sinatra) e di come anche questa fase sia stata accolta con fastidio da parte di alcuni fandom del cosiddetto zoccolo duro. Il punto della questione è che il nostro autore, raramente è venuto incontro ai bisogni e ai desideri del pubblico. Tuttavia, se oggi il 79enne musicista del Minnesota ha tracciato un solco indelebile nella canzone nordamericana del secondo Novecento, le cose stavano diversamente in quell’estate del 1979. Bisogna capire il contesto in cui un disco come Slow Train Coming vide la luce. Registrato ai Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, Alabama e prodotto da Jerry Wexler e Barry Beckett questo disco si segnala come uno dei migliori lavori, a livello tecnico ma pubblicati da Dylan. Il merito è in larga parte della produzione e dei musicisti che prendono parte alle sessions di Slow Train Coming. Lo stesso Beckett suona tastiere e percussioni, mentre le coriste sono Regina Havis, Helena Spring e Carolyn Dennis. Al basso troviamo il sempre valido Tim Drummond, la batteria è suonata di Pick Withers dei Dire Straits. Anche Mark Knopfler, con la sua chitarra contribuisce a delineare il sound di questo disco, con un Dylan che sa bene cosa vuole: un suono potente e robusto che vira decisamente sul funky. Non è un caso se Jann Wenner definì il lavoro come uno dei dischi migliori che il suo autore abbia mai realizzato. "Col tempo è possibile che arrivi a essere considerato il suo lavoro migliore". Queste dichiarazioni probabilmente nel 1979 potevano risultare pretenziose e un po' esagerate. Tuttavia se andiamo a ripercorrere la discografia di Dylan anni sessanta e settanta, in termini retrospettivi, non è facile trovare un disco registrato e suonato meglio rispetto a questo. L’apporto di ogni singolo musicista lo fa suonare davvero potente, più incisivo rispetto alla media. Pur muovendosi nei confini del genere gospel, il disco fa il suo dovere per i suoi 46 minuti e 19 secondi. Le critiche sono più che positive, nella maggior parte dei casi, in virtù di brani destinati a durare nel tempo. Titoli come Gotta Serve Somebody, I Believe in You o Slow Train, così come la seconda facciata dell’LP: tesa, vibrante e coerente.

“Cambierò il mio modo di pensare, mi darò un diverso codice di comportamento. Cambierò il mio modo di pensare, mi darò un diverso codice di comportamento. Devo partire col piede giusto e smettere di essere influenzato dagli imbecilli.”

Quando nel 1979 Dylan diede alle stampe il suo 19esimo album in studio, probabilmente non credeva potesse creare così tanto scompiglio tra il pubblico e a livello di critica. La svolta Gospel del Nostro era avvenuta già con l'album precedente, Street Legal (1978), un lavoro accolto in modo piuttosto ostile, soprattutto in America a livello critico, con il puntuale Greil Marcus a cui si aggiunge Dave Marsh, il quale affermava di non aver capito lo scopo di questo lavoro. Una critica che soprattutto in Europa suona indecifrabile visto il valore dei brani e del risultato d'insieme per un disco che il pubblico ha apprezzato fin da subito. Nel Regno Unito arrivò celermente al secondo posto per la classifica di vendite. In sede retrospettiva c’è da capire perché Dylan sia stato così spesso frainteso. Probabilmente ha avuto un ruolo il suo eclettismo, musicale e testuale, aspetto che molte volte ha spiazzato critica e pubblico. Nel 1979 l'autore aveva alle spalle già 17 anni di carriera, dove pesavano in maniera determinante le produzioni realizzate negli anni sessanta a cui bisognava aggiungere due successi come Blood on the Tracks e Desire. Lavori che erano stati accolti molto bene dalla critica che li aveva salutati come un tanto atteso ritorno sulle scene, senza perdere credibilità e con pezzi pregiati che andavano ad arricchire in maniera sostanziale il suo repertorio. Brani come Senior o altre cose contenute in Street Legal facevano presagire gospel, inni e canti di chiesa, bianchi e neri sono centrali già nel disco che aveva preceduto Slow Train Coming. Changing of the Guards ha qualcosa di spirituale, oltre ai toni apocalittici, sembra quasi una marcia di tipo laico ma che richiama appunto al gospel e agli inni sacri, seppur in modo personale, come era solito fare l'autore durante i suoi lavori passati.

Sant’Antonio predicava ai pesci per confondere le acque, mentre Dylan registrava il suo primo album Gospel per ritrovare sé stesso, dopo un decennio piuttosto complicato, ma non privo di guizzo, estro e inventiva. Ascoltare Slow Train Coming dopo Trouble No More - The Bootleg Series 13 aiuta molto in termini di rivalutazione critica retrospettiva. La qualità delle canzoni, sotto il profilo sonoro è sempre stato uno dei punti di forza di questo lavoro. La produzione e il sound ancora oggi sono dominanti e danno la dimensione della potenza di fuoco che Dylan e il suo ensemble erano capaci di produrre. Ma è arrivato il tempo di rendere giustizia anche per quel che riguarda l’ideologia e il lavoro di tipo testuale. Fatta salva qualche eccezione, dove il nostro artista pare in debito di ispirazione, i testi sono di buonissima levatura. Difficile trovare difetti in brani come Do Right To Me Baby, Precious Angel, Gotta Serve Somebody e soprattutto Slow Train e Gonna Change My Way Of Thinking. Purtroppo la critica militante anni settanta di rende per l’ennesima volta colpevole del peccato originale: dire a Dylan cosa deve fare, cosa deve suonare e che cosa dovrebbe scrivere. Puttanate del tipico puritanesimo di matrice anglosassone. Ancora una volta Greil Marcus non perde occasione per mostrare la propria miopia quando si tratta di scagliare la prima pietra che rotola nei confronti del suo amato-odiato Dylan. Il problema è che sono critiche che accusano l’autore di non essere ironico, di prendere troppo sul serio il tema evangelico, di furore messianico. Nella critica scagliano saette e giudizi, senza ascoltare il proprio cuore e senza avere un punto equidistante che si richiede a chi si occupa di critica musicale. Come al solito, il tempo darà ragione all’artista, ma non è certo una novità. Diciamo pure che già a partire dal lavoro che lo aveva preceduto, la critica Usa perderà di vista Dylan, per poi ritrovarlo solo nel 1983, quando darà alle stampe Infidels. Ed è un peccato perché questa fase gospel merita una adeguata rivalutazione in sede critica. Ci siamo anche un po’ stancati di leggere nel 2021 certe critiche prive di senso estetico e figlie di preconcetti su cosa sia gospel e cosa possa essere accettato da un artista che in quasi sessant’anni di carriera discografica ha toccato con mano sensibile ogni genere, arrangiamento e stile appartenente alla tradizione della canzone nordamericana. Risulta poi incomprensibile non accorgersi dei legami tra questo lavoro e alcuni illustri predecessori come John Wesley Harding e The Times They Are a-Changin’. Probabilmente i crediti illimitati in sede critica si erano esauriti, visto che oggi possiamo con facilità e coerenza collocare Slow Train Coming tra i tasselli a tema religioso e spirituale di un autore che non ha mai nascosto il proprio punto di vista sul mondo, a volte inattuale e scomodo, a volte solo in anticipo sui tempi. Questo album dice è in arrivo un cambiamento per l’umanità. Un messaggio coerente per un autore che aveva scritto i tempi stanno cambiando.

Slow Train Coming è senza dubbio uno dei dischi che ha risentito di un giudizio poco obiettivo e centrato della produzione dylaniana. A nostro parare è musicalmente tra i migliori 10 album mai realizzati dal Nostro. Vecchio Testamento permettendo!

Questo lento treno è destinato alla Gloria!

 

Dario Twist of Fate