mercoledì 28 aprile 2021

D'amori smemorati, di killer e di pistole

Together Through Life (2009)


“Queste canzoni sono più fotografie istantanee che composizioni, ma potrebbe anche essere che alla fine, tutte assieme, facciano un’unica grande fotografia. E potrebbe anche non essere un lavoro artistico, ma qualcosa più funzionale, come la foto del passaporto di qualcuno che è sempre in viaggio per il prossimo concerto.”

Together Through Life è il 33° album in studio del cantautore Bob Dylan, pubblicato il 28 aprile 2009 dalla Columbia Records. La pubblicazione dell'album, che ha raggiunto il numero 1 in più paesi, è stata inaspettata e ha sorpreso i fan. Dylan ha scritto la maggior parte delle canzoni con Robert Hunter e ha registrato con musicisti come Mike Campbell degli Heartbreakers e David Hidalgo dei Los Lobos. La genesi dell'album è stata una richiesta del regista Olivier Dahan di contribuire con una canzone al film a My Own Love Song. Su Robert Hunter disse: "Hunter è un vecchio amico, potremmo probabilmente scrivere un centinaio di canzoni insieme se pensassimo che fosse importante o ci fossero le giuste ragioni ... Lui sa usare le parole e anche io. Scriviamo entrambi un tipo di canzone diverso da quello che oggi viene considerato come scrivere canzoni." L'unico altro autore con cui Dylan abbia mai collaborato a tal punto è Jacques Levy, con il quale ha scritto la maggior parte delle canzoni di Desire (1976). Le voci sull'album, riportate dalla rivista Rolling Stone, sono state una sorpresa, senza alcun comunicato stampa ufficiale fino al 16 marzo 2009, meno di due mesi prima della data di uscita dell'album. In una conversazione con il giornalista musicale Bill Flanagan, pubblicata sul sito ufficiale di Bob Dylan, Flanagan ha suggerito una somiglianza del nuovo disco con il suono di Chess Records e Sun Records, che Dylan ha riconosciuto come un effetto del "modo in cui venivano suonati gli strumenti". Ha detto che la genesi del disco è stata quando il regista francese Olivier Dahan gli ha chiesto di fornire una canzone per il suo road movie, My Own Love Song, che è diventato "Life is Hard".

Per Danny Eccleston Together Through Life è un album tutto giocato sui ganci, fin dalla prima traccia iniziale. Il merito del suo autore è quello di rifiutarsi di mollare la presa lasciando andare le canzoni. È buio intenso ma confortante, con un suono grande e duro, che rimbomba leggermente come una band durante un soundcheck in un teatro vuoto, ma in fondo c'è un ritornello inquietante. Perché soprattutto questo è un disco sull'amore, sull' assenza e sul ricordo. Come un killer smemorato e romantico, perso in un blues fatto con una chitarra e una fisarmonica, a metà strada tra Durango e il Texas. A dare valore e intensità a questo lavoro ci pensa il sempre puntale chitarrista Mike Campbell, prestato dall'amico Tom Petty and the Heartbreakers, così come la tromba di Donnie Herron e soprattutto la fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos. Secondo Dylan Campbell suona con Tom da così tanto tempo che sente tutto dal punto di vista di un cantautore e può suonare quasi tutti gli stili".

Da un punto di vista della Cabala questa è la prima volta da Time out of mind che Dylan non chiude il disco con una lunga ballata di durata superiore ai sei minuti. L’ultima volta infatti era stato proprio con Under The Red Sky (1990) e Dylan si era affidato a un brano breve (solo tre minuti e ventuno secondi) per concludere un suo lavoro. Più in generale si noti come l’album viaggi volutamente sottotono e sotto giri, visto che ci sono solo quattro brani che superano i cinque minuti di durata e solo uno che sfiora i sei minuti, This Dream of You (titolo quasi identico al brano di Van Morrison del 1970). Questo disco va considerato per quello che è. Un capitolo minore della sua discografia. Sotto questo punto di vista si tratta di un lavoro più che decoroso e piuttosto godibile e riuscito. Il fatto che da Bob Dylan si pretenda sempre la pubblicazione di canzoni e album memorabili, nonostante ci sia una parte di critica e pubblico pronta sempre a stroncare ogni sua nuova uscita, è motivo di discussione e di chiarimento che prima o poi bisognerà affrontare in separata sede. 

Bob Dylan è tornato ancora una volta, al suo meglio, come non faceva ormai da dieci anni forse. Questo nuovo lavoro è infatti la migliore produzione dylaniana dai tempi di Time Out Of Mind e Oh, MercyForgetful Heart è quello che si dice un brano epico, uno dei migliori ruggiti del decennio da parte del cantautore statunitense. Si tratta di un pezzo in grado di convince sin dalla prima nota e dal primo verso. Chi meglio di Dylan potrebbe cantare di questo "cuore smemorato"? Nessuno saprebbe essere così convincente oggi, tranne forse il miglior Tom Waits. Questa volta Dylan ha scoperto il gusto dell’auto citazione, e Forgetful Heart richiama con vigore alle passate incisioni di Time Out Of MindOh Mercy e Modern Times, ma lo fa con un dono di sintesi espressiva e lirica che forse era mancata in Modern Times, se prendiamo a modello il brano Ain ’t Talkin’ che può benissimo essere sovrapposto a Forgetful Heart. Il banjo appalachiano di Donnie Herron, la fisarmonica zydeco di David Hidalgo e la chitarra a saturazione valvolare di Mike Campbell creano un connubio di nervi, sangue e sabbia, in bilico fra aria e fuoco. Prodotto da un settantenne, ma realizzato con la mano grintosa e professionale, manco ne potesse dipendere il proprio sostentamento. In questo disco possiamo sentire gli echi di Desire, Pat Garrett and Billy The Kid, e Time out of Mind. La fisarmonica di Hidalgo e la chitarra di Campbell colorano panorami di sole e terra, come non si sentivano e vedevano da tempo e c’è quel tipo di energia che non ti aspetteresti su It's All Good e Beyond Here Lies Nothin’, così come c'è vigore sonoro anche in I Feel a Change Comin’On, ancora una citazione proveniente dai Basement Tapes e Planet Waves. Tra fisarmoniche sporche di sangue e di sudore. Di  recente è venuto a mancare uno dei più insoliti e schivi organisti e fisarmonicisti, Danny Federici della E Street Band, ed è molto bello che proprio  Dylan abbia riscoperto con grande passione l’amore verso uno strumento così legato alla tradizione di in un certo folk come quello dei Calexico, che tanto bene avevano suonato le sue canzoni riproposte sulla colonna sonora di I’m Not There, la quale a ben pensarci era una sorta di imbeccata verso il Maestro. In particolare David Hidalgo coi Los Lobos aveva riproposto in versione zydeco Billy #1. Si tratta di musica di confine, tra il Messico e la redenzione, sospesa tra cactus e nuvole. E già si è parlato di una vicinanza fra questo Dylan e Willy DeVille. Ritorna a livello testuale un'immagine che ossessiona e che Dylan ripropone spesso, quella di una porta: aperta, chiusa o solo immaginata. Uno dei momenti più convincenti del disco è It’s all good, dove energia, ironia e rinuncia confluiscono nel grande fiume dell’ispirazione dylaniana, mentre intorno a lui i palazzi crollano e il pianto delle vedove si mescola al sangue degli orfani. Le svisate di basso in stile Rick Danko dei The Band ci accompagnano in uno dei brani più significativi dell’opera, I Feel a change comin’on, un brano che speriamo di ascoltare presto anche in versione live. Cambiano le cose, cambiano i suoni e tutto sembra diverso. Però poi una voce, familiare, comprensibile arriva nelle nostre case, macchine, iPod e tutto il resto. È il nuovo disco di Bob Dylan, e soprattutto è la voce autentica dell'America che fu. La voce di una rara e devastata umanità che sembra vacillare, ma non cede di un millimetro, perché quella voce non può cantare la resa, e neppure il crepuscolo degli Eroi. È la voce della Gente, è la voce di una generazione che ancora non cede il passo alla sconfitta. Come ha detto RJ Eskow “Oggi Dylan non fa musica, lui è la musica!” Come dice Roy Menarini a proposito di Gran Torino, c’è un filo sottile che unisce la letteratura di Cormac McCarthy, il cinema di Clint Eastwood e i dischi di Dylan, sono questi autori gli ultimi bardi della “mitografia” di una Nazione. I dischi della Sun Records e della Chess, Elvis e Muddy Waters, Memphis e Chicago, Otis Rush e All your love, Willie Dixon e I Just Want To Make Love To You, Sam Cooke e A change is gonna come; insomma sembra davvero che ci sia il sangue del Paese nella sua voce! Dylan canta con la consapevolezza del sopravvissuto, al proprio mito, all’America dei Faulkner e dei Twain, di Melville e di Masters, è lui probabilmente l’ultimo discendente di una stirpe ormai estinta di cantastorie. David Hidalgo suona frasi di fisarmonica a mezza strada fra i trilli d’organo di Al Kooper e la senile e sontuosa mano di Auggie Meyers, ma non è solo la fisarmonica l’arma vincente di questo disco, le chitarre trattenute e distorte ad opera di Mike Campbell, sono cuciture di cuoio essenziali nel loro ricamo avvolgente.  La seconda metà del disco si avvicina lentamente a pagine passate più elettriche e aggressive: c’è una maggiore presenza della chitarra elettrica e alla fisarmonica si sostituisce lentamente un violino country (in “This dream of you”) che non può che richiamare alla mente l’intensissimo e danzante “Desire” del ’76 (e in particolare Romance in Durango) ma anche le ballate meticce del compianto Willy De Ville. 

 Dario Greco (scritto nel 2009)


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