domenica 27 ottobre 2024

Infidels - Nessuno canta come Dylan

Nessuno canta il blues come Dylan 

All'inizio degli anni Ottanta, Dylan si ritrova per la prima volta nella posizione di non essere né un prodotto commerciale alla moda né un artista di tendenza secondo la critica. Le mode dominanti dei tardi Settanta e dei primi Ottanta erano il punk, la new wave, il funk e la disco, generi dai quali Dylan era molto lontano, nonostante le sue contaminazioni in chiave di soul music, proprio di quest'epoca. Il suo ultimo successo commerciale risaliva al 1979, quando Slow Train Coming fu un grande successo, portandogli in dote il suo primo Grammy per merito del singolo Gotta Serve Somebody. Nonostante le tematiche religiose e una musica notevolmente in debito nei confronti del gospel, Dylan aveva chiuso in attivo un decennio caratterizzato da alcuni alti, ma parecchi bassi. Non ci fu mai un annuncio ufficiale o qualcosa di simile, ma Infidels segnò il ritorno per Bob Dylan alla musica laica o quantomeno a materiale privo di riferimenti cristiani espliciti. Va detto che i richiami religiosi non sono mai mancati nei suoi lavori, infatti sarebbero continuati anche in futuro. Comunque questa è un'altra storia, questo è Hemingway!

Infidels è il 22esimo album in studio di Bob Dylan. Viene rilasciato il 27 ottobre 1983 per conto di Columbia Records. Lo avevano preceduto tre lavori definiti dalla critica album "cristiano-evangelici" come Slow Train Coming, Saved e Shot of Love, anche se a onor del vero solo il secondo era stato un disco propriamente estremista nei toni e nelle liriche, dato che già Shot of Love in diversi episodi se ne discosta, musicalmente e a livello testuale. Infidels, tranne per qualche brano poi scartato in fase di editing e di missaggio, rappresenta il ritorno alla cosiddetta musica secolare. È un buon successo, a discapito di critiche circa la scaletta definitiva che lo andrà a comporre. Innegabile lo sforzo di essere attuale e contemporaneo. A tal proposito l'eminente Paul Zollo dirà nel tempo: "Infidels non ha perso nulla del suo potere, a differenza di tanti album del passato. Forse ha il suono migliore tra i suoi lavori in studio. Il suo genio è profondamente rispecchiato in ciascuno dei brani. Esclusioni a parte, resta uno dei suoi migliori dischi.

Sotto il punto di vista musicale il disco è saldamente nelle mani di Mark Knopfler, nella doppia veste di chitarra solista e di produttore. Fonti molto vicine all’artista dicono che in lizza per questo disco ci fossero David Bowie e Frank Zappa. Venne scelto invece il chitarrista di Glasgow, probabilmente più in linea con il feeling delle canzoni e che già aveva collaborato con Dylan in studio nel 1979. Lo affianca una band di livello eccellente, dove spicca la chitarra dell'ex Stones Mick Taylor, mentre la sezione ritmica è composta da Sly Dunbar e Robbie Shakespeare. Alle tastiere, Alan Clark. 

Infidels è la chiara istantanea di un autore che si esprime con consapevolezza ai massimi livelli, sotto ogni punto di vista: performativo, musicale e testuale. Un performer al massimo, consapevole di avere le carte in regole per tornare. C'è chi sostiene che questo poteva essere il miglior disco dai tempi di Blood on the Tracks se non addirittura superiore. E invece... è un dannato capolavoro!  Basti pensare al fatto che questo lavoro ha ispirato artisti del calibro di Caetano Veloso, Tom Petty, Jimmy LaFave, Built to Spill e Craig Finn i quali nel corso degli anni gli renderanno omaggio riprendendo alcuni dei pezzi migliori di questo lavoro.

Pochi dischi del Dylan post anni sessanta possono contare sulla solidità e la compattezza di questo album. Otto brani, quattro per ogni facciata con pezzi di valore assoluto come Jokerman, Sweetheart Like You, License to Kill e I and I, che da soli valgono già il disco. Ai quattro gioielli vanno poi aggiunti i seguenti brani: Dont' Fall Apart on me Tonight, Union Sundown, Man of Peace e Neighborhood Bully. La critica (per una volta benevola verso questo lavoro) resterà un po' spiazzata facendo spallucce quando Dylan utilizza l'arma dell'ironia venendo il più delle volte frainteso e scambiato per un lamentoso reazionario. Riascoltando oggi alcune canzoni verrebbe da dire che l’autore abbia un atteggiamento da boomer, quando afferma:

Le mie scarpe vengono da Singapore, le mie tovaglie dalla Malesia, la mia cintura con la fibbia dall'Amazzonia. Questa camicia che indosso viene dalle Filippine e la macchina che sto guidando è una Chevrolet fabbricata in Argentina. Questo abito di seta è di Hong Kong, il collare del cane è dell'India e il vaso di fiori è del Pakistan. Tutti i mobili recitano "Made in Brazil". 

Eppure un artista sul viale del tramonto non avrebbe dato alle stampe un disco così compatto, lucido e coerente. E poi, sorpresa delle sorprese, il meglio che aveva scritto (e registrato) non è neppure presente sul disco. Ci sono infatti almeno tre brani che avrebbero reso l'album se possibile più valido e di maggior peso specifico. Blind Willie Mc Tell, Death is Not The End, Lord Protect My Child, Foot of Pride, Someone's Got A Hold Of My Heart, Clean Cut Kid, Tell Me avrebbero costituito l'ossatura per un ottimo doppio album. Un ritorno? Forse, anche se per alcuni fan toccherà attendere ancora qualche anno. E' difficile giudicare in termini negativi un disco che lavora per sottrazione e che rinuncia a pezzi pregiati in nome di compattezza e coerenza in virtù del messaggio che vorrebbe lanciare. Dylan qui è uscito dall'ubriacatura religiosa e ritorna con la voce più credibile, quella del suo glorioso passato. Non più la voce di una generazione, visto che sono cambiate molte cose, ma un lucido visionario, che ha letteralmente superato le fiamme dell'inferno per tornare dai peccatori a raccontare una poco lieta novella. Peccatori? Meglio dire infedeli.

Considerazioni personali su Infidels (e sul brano Blind Willie Mc Tell)

Quanta potenza e quanta rinuncia c'è in questo disco, in questa prova in studio. Non è facile scrivere e argomentare su quello che poteva essere, ma non è stato. Eppure noi qui sappiamo come andranno le cose. Basta avere la volontà di riavvolgere il nastro. Basta acquistare un biglietto e se sei fortunato il tuo numero uscirà. È stato così per noi, è stato un gioco dove non c'erano vincitori e sconfitti, perché questo treno non porta più prostitute e biscazzieri, perché nessuno ha più occhi per vedere e sogni da infilare sotto cuscini improvvisati. C'è un pianoforte e una chitarra che suonano magnificamente e c'è una voce che si staglia. Non sembra bella, ma è urgente e sincera. È la voce di Bob Dylan. Il canto di un menestrello in preda ai deliri di un blues ancestrale e solitario. Infidels è il disco che poteva essere e non è stato. Blind Willie Mc Tell è una riflessione sulla fine dei tempi. Eppure Infidels resta ancora oggi un'idea di viaggio sonoro preciso, puntuale, consapevole che ci consegna una delle migliori canzoni dai tempi di Mr. Tambourine Man, quella splendida, ipnotica, meravigliosa, Jokerman. Una sorta di nuovo alter ego, dove l’autore e il performer trovano adesione e immedesimazione totale, quasi mimetica. Nessuno ora canta il blues come Bob Dylan. Nemmeno Dylan stesso!

Dario Twist of Fate

sabato 26 ottobre 2024

World Gone Wrong & Good as I been to You


Good as I been to You - World Gone Wrong (1992-1993)

Per analizzare in modo strutturato gli album folk e tradizionali pubblicati da Bob Dylan durante i primi anni novanta bisogna fare  prima qualche passo indietro. Per una maggiore comprensione della sua vicenda artistica, della scena musicale turbolenta e fertile, di quel decennio appena iniziato, ma che già aveva mostrato vento di cambiamento. In effetti c'era stato più di uno squillo da parte delle nuove leve musicali e di una generazione che si sarebbe presa con autorevolezza le luci della ribalta. 

Bisogna partire proprio da quel programma televisivo di enorme successo e impatto che fu appunto l'Unplugged, ma anche lo stesso palinsesto di MTV potrebbe aiutarci a compiere una ricognizione efficace e polifonica. Dire che Bob Dylan alla soglia del nuovo millennio era un artista senza più molto da dire è un luogo comune da sfatare con ogni mezzo, legale e illegale. Stiamo parlando di un autore e di un interprete che aveva influenzato almeno una generazione di autori ora maturi e imposti sul mercato discografico, i cui prodotti di grandissima qualità erano destinati a durare nel tempo. Si pensi ad esempio a gente come Tom Petty, che raccolse proprio a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta il testimone, così come lo stesso Bruce Springsteen, Tom Waits, ma anche gli Pearl Jam e in special modo Eddie Vedder, proprio come Bono Vox degli U2. Gli U2 nel 1988 resero omaggio alla musica statunitense che li aveva ispirati, nella loro lunga cavalcata verso il successo planetario. Senza soffermarsi troppo sul singolo artista, band o chitarrista, il lascito di Dylan era evidente e influente. Basti citare un singolo successo dei Guns ‘N’ Roses come la rilettura di Knockin' on Heaven's Door, brano che porta la formazione capitanata da Slash e da Axl Rose ai vertici delle classifiche e dei gradimenti di un pubblico stratificato ed eterogeneo.

Eppure Bob Dylan non veniva certo da un decennio facile e ricco di successi e gratificazioni discografiche. È vero che aveva prodotto e pubblicato durante gli anni ottanta due dei suoi album migliori e di maggior successo come Infidels del 1983 prodotto da Mark Knopfler dei Dire Straits (altra band profondamente ispirata e in debito nei confronti di His Bobness) e soprattutto il più recente successo di Oh, Mercy prodotto stavolta dal mago del suono (U2, Robbie Robertson, Peter Gabriel) Daniel Lanois. Il polistrumentista canadese aveva infatti stravolto e modernizzato gli arrangiamenti delle canzoni di Dylan, aiutandolo e dirigendolo verso una nuova visione di consapevolezza e di brillantezza essenziale del sound. Dylan negli anni ottanta sembrava sempre più perso e arroccato sulle proprie convinzioni. A detta della critica non era altro che un ferro vecchio del rock e del folk. Nessuno acquistava e ascoltava più la sua musica, in un decennio dove il concetto fatalista dell'usa e getta aveva preso il sopravvento. Del resto fu un decennio per niente facile per le vecchie glorie della musica d'autore, come possiamo vedere dando uno sguardo ad artisti come lo stesso Neil Young, Van Morrison e altri. In particolare però Dylan era colpevole di un delitto capitale: aveva pubblicato almeno due album nella seconda metà degli anni ottanta che la critica e il pubblico aveva salutato come i suoi peggiori lavori dai tempi di Self Portrait. Come sempre la storia e il tempo sono galantuomini, ma anche tra il suo zoccolo duro di sostenitori questi dischi non erano affatto piaciuti.

La resurrezione però ancora una volta è dietro l'angolo. Proprio nell'anno peggiore, quello in cui diede alla stampe il fiacco Down in the Groove, dove anche i critici e il pubblico più affezionato salva forse 2-3 canzoni, come la pimpante e allegra "Silvio", Dylan torna alla luce e lo fa con quello che gli riesce meglio da quando si è imposto nei circuiti folk newyorkesi dei primi anni sessanta: torna a esibirsi dal vivo con una certa continuità e autorevolezza. Non che prima fosse fermo, anzi, era reduce da almeno due tour con band che rispondono ai nomi di Tom Petty and the Heartbreakers e dei Grateful Dead di Jerry Garcia. Circola in questo periodo un bel live su Youtube di un Dylan in spolvero che divide il palco con Garcia & Co. Oh, Mercy e in parte Under the Red Sky, il sequel del 1990, bilanciano quindi gli insuccessi di Knocked Out Loaded e di Down in the Groove, ma c'è un problema. E non è affatto un dettaglio da poco. A Dylan, autore tra i più imponenti degli ultimi 25-30 anni mancano ora le canzoni, o meglio i pezzi giusti per restare a galla, vendere qualche disco e continuare a esibirsi in concerti e festival.

A questo punto l'idea appare chiara. Un ritorno alle origini di menestrello e di folksinger. Del resto non era forse lui il Wonder Boy degli anni sessanta, il principe della scena newyorkese che si impose al pubblico e convinse il grande talent scout John Hammond a metterlo sotto contratto con la Columbia Records? Era lui e ogni tanto forse gli piace ricordarselo. Con questi due album che non contengono nessun brano autografo, ma che si avvalgono di nuovi e squillanti arrangiamenti, Bob Dylan torna alle atmosfere pacate e acustiche dei suoi esordi. I dischi forse non sono dei capolavori, ma basta ascoltare anche solo i brani scartati, gli outtakes che verranno pubblicate nel tempo per stabilire le giuste gerarchie su chi sia ancora una volta il principe e il maggior interprete della scena folk e tradizionale Made in Usa. Basta ascoltare il brano Mary and the Soldier contenuta nel Bootleg Series Vol. 8 - Tell Tale Signs per capire chi resta uno degli interpreti più efficaci in termini di Contemporary folk music. Oppure per chi non concepisce e non digerisce i dischi dedicati al Great American Songbook, consiglierei di recuperare la sua versione di You Belong to me, la classica ballata romantica, portata al successo da Ella Fitzgerald, Patti Page e Dean Martin. Il brano eseguito da Bob Dylan e presente nella colonna sonora del film di Oliver Stone è una outtakes di Good as I Beene to You del 1992. Oggi, a distanza di quasi 30 anni, possiamo facilmente affermare come World Gone Wrong e appunto il sopra citato Good as I Beene to You siano qualcosa in più che esercizi di stile o dischi di livello accettabile. Sono una testimonianza di un artista che decide quale strada seguire, contro i propri interessi commerciali, contro quello che le radio e il sistema discografico imponeva. C'è chi in quegli anni si era permesso il lusso di "consigliare" a Dylan di ritirarsi. Bene, a distanza di 29 anni Dylan continua a fare la sua musica per il suo pubblico, senza compromessi e senza bisogno di chiedere permesso e scusa a nessuno.

A questo punto vi pongo la domanda che Soffia nel Web: chi era il vero artista grunge negli anni ‘90?


Dario Twist of Fate