martedì 27 aprile 2021

Cavalli di Ritorno al sole Dylaniano


Self Portrait (1970)

Esiste forse una categoria di persone più povere di spirito rispetto a quella del critico musicale o del critico in generale? Pensare oggi a Self Portrait, decimo lavoro in studio di Bob Dylan e secondo album doppio a distanza di quattro anni da Blonde on Blonde, ci fa pensare subito al film di Woody Allen Io e Annie, dove il solone di turno stroncava senza pietà la poetica di Federico Fellini. Perché a distanza di cinquant'anni ci sarebbe da capire il motivo per cui questo disco venne accolto con tanta ostilità! Eppure Dylan coadiuvato dall'abituale produttore Bob Johnston non fa altro che radunare il solito gruppo di lavoro, ancora una volta diviso tra le sessions di New York e quelle di Nashville. Mette dentro un po' di generi differenti, di musicisti in voga e di robusti e abili virtuosi che in studio erano abituati a sfornare dischi importanti e a collaborare con solisti di primissimo livello. Però qui qualcosa va davvero storto! Perchè dall'essere d'accordo con il saccente Greil Marcus al definire questo disco un capolavoro ce ne passa. Quindi scendiamo almeno di uno o due livelli, rispetto ai lavori che lo avevano preceduto e che già erano qualcosa di differente rispetto al trittico Bringing - Highway - Blonde, ma anche se si prende a modello un disco pienamente centrato come John Wesley Harding e il breve ma riuscito Nashville Skyline, vediamo che la differenza è subito evidente. Eppure, basterebbe andare oltre le svagate prime tracce e arrivare fino al cuore del primo disco, quello che va da Days of 49 passando per Let It Be Me fino a Living the Blues. Oggi un disco così verrebbe acclamato come un mezzo miracolo, ma in effetti qui siamo nel 1970 e i critici musicali stavano vivendo la loro stagione d'oro, come del resto anche l'industria musicale e quella dell'intrattenimento analogico. Quindi è importante calarsi bene nella parte, inforcare gli occhiali severi e spessi e dire che Dylan ha sbagliato tiro, permettendosi di cantare bene, di farsi accompagnare da bravi session men e di variare negli arrangiamenti, come mai aveva saputo fare fino a quel momento.

Self Portrait venne registrato in più sessioni svolte tra il 24 aprile del 1969 e il 31 marzo del 1970; vi presero parte un gruppo eterogeneo di musicisti, tra cui Al Kooper, Ron Cornelius, Pete Drake, Charlie Daniels, Kenneth Buttrey, Charlie McCoy, David Bromberg e naturalmente The Band, per le registrazioni live al Festival dell’Isola di Wight. 

Questo disco è un manifesto programmatico di quello che il suo autore avrebbe continuato a proporre al pubblico e alla critica, durante i cinquant’anni a seguire. Dobbiamo essere onesti: i dischi di Dylan vengono incensati e stroncati senza che vengano ascoltati né assimilati. È appena accaduto anche con questo ultimo capolavoro, Rough and Rowdy Ways. Dopo un po' ci si stanca e si decide di staccare la spina. Anche perché ci pensa il tempo a riqualificare e ristabilire le gerarchie. Escono inediti e registrazioni alternative e ci mostrano un artista vivo e vegeto, che canta e suona meglio, concentrato. Soprattutto con Dylan venire abbagliati, sorpresi e spiazzati è all'ordine del giorno e del gioco e non deve affatto stupire. Basta aprire una rivista del cazzo o una testata hipster per leggere tutto e il contrario di tutto su un disco prodotto da Mr. Zimmerman. Eppure non ci vuole molto per capire che l'artista che diede alle stampe Self Portrait sapeva bene cosa aveva pubblicato. Possiamo dirci stupiti e batterci il petto, con aria affranta e frustrazione. Ma un artista finito non rilascerebbe a distanza di così poco un nuovo disco come New Morning, e non avrebbe tenuto a decantare per decenni quelle perle che oggi possiamo ascoltare sulla decima uscita dei Bootleg Series, Another Self Portrait del 2013. 

Credi di conoscermi? Credi di capire che tipo di musica dovrei fare. Eccoti 24 brani, a riprova che non sai prevedere cosa farò. Quel che colpisce è il fatto che buona parte del disco riguardi luoghi dove è già stato o luoghi dove andrà in seguito. Si tratta di dispetti, scherzi d'autore e non mi stancherò mai di essere indignato per le parole che scrisse Greil Marcus. Quando non si capisce qualcosa bisogna avere il buon senso di chiedere o se non si è umili, sarebbe preferibile tacere. Il tempo è sempre un grandissimo gentiluomo e con Dylan, che ha mostrato sempre di dare del tu al concetto temporale, anche di più. Per onore di cronaca è importante dire che non tutti i critici nel corso degli anni si sono schierati contro questo disco, almeno non in modo così perentorio e demolitivo. Secondo Kim Ruhel redattore della rivista alt-country No Depression che Dylan ne fosse consapevole o meno, Self Portrait sembra essere solo l'ennesimo esempio di un lavoro in anticipo sui tempi. Il dato interessante è con quante voci qui riesca a cantare. Spazia infatti dal rock and roll, dal country al blues, infilando spesso cose un po' bizzarre, ma non per queste prive di valore o di interesse. Lo stesso utilizzo dei cori femminili e degli archi, per non parlare della sezione fiati, aiuta le canzoni e il suo interprete a mostrare tutto il suo bagaglio di influenze, curiosità e interessi compresi.

Toccanti e profonde sono poi le parole di Marc Bolan, musicista che si distacca dal coro delle stroncature affermando: "Belle Isle mi ha riportato alla memoria tutti i momenti di tenerezza che io abbia mai provato per un altro essere umano, e questo, nel panorama superficiale della musica pop, è davvero una grande cosa. Per favore, tutte le persone che scrivono amaramente di una stella perduta, ricordate che con la maturità arriva il cambiamento, così come la morte segue la vita”.

È interessante rileggere in una chiave retrospettiva alcune insinuazioni su un Dylan stanco e a fine corsa, che ironizzano tirando il ballo il titolo della prima traccia: All The Tired Horses. Nel 2021 dopo 39 dischi e innumerevoli live, pensare a un ventinovenne Dylan stanco strappa sicuramente più di un sorriso! Gli illustrissimi critici musicali Jimmy Guterman e Owen O'Donnell, nel loro libro del 1991 The Worst Rock and Roll Records of All Time sentenziarono: "Lo scioglimento dei Beatles poco prima dell'uscita di questo album segnò la fine degli anni Sessanta; Self Portrait segnò la fine di Bob Dylan". Insomma siamo alle solite: chi ha orecchie per intendere e per apprezzare, ascolti, ma la cosa che un po' lascia perplessi a fine disco, dopo oltre settanta minuti di musica è che ci siamo divertiti non poco. Merda o non merda, Self Portrait ha vinto la sua sfida contro il tempo e non è un disco dimenticato. Vi pare poco?

Dario Twist of Fate

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