lunedì 22 marzo 2021

Bringing It All Back Home (1965)

Bringing It All Back Home (1965)

Bob Dylan nel 1965 sente che è giunto il momento di compiere uno strappo necessario con il mondo del folk, ambiente che lo aveva eletto giustamente Principe, per il livello di popolarità, destrezza e qualità artistiche mostrate in pochi anni di attività musicale professionale. Ma Dylan non era solo questo, come stavano per apprendere in moltissimi. È facile oggi giudicare un disco che all'epoca fu un vero spartiacque, capace di commuovere, scuotere, creare hype, polemica, mettere tutti d'accordo e scalare le classifiche di vendita come mai era riuscito a ottenere con i lavori precedenti. Chi non c'era non può capire, si dice. Possiamo quindi immaginare cosa è stato poggiare sul piatto del proprio giradischi il lato A di questo imperdibile capolavoro. Ed è proprio nel lato A che il Dylan autore ed esecutore riserva le sorprese più imprevedibili. Pronti via e si parte con il teso blues rock di Subterranean Homesick Blues. Un testo inarrivabile, anche per lo stesso autore, ma una musica nuova, fresca, violenta che non vuole fare sconti e offrire rifugio dalla tempesta.

Ma facciamo un passo indietro. L'anno prima Bob Dylan aveva dato alle stampe il suo quarto lavoro, Another Side of Bob Dylan, dove per la prima volta si poteva sentire una ricerca da parte dell'autore di intercettare umori e stili musicali più al passo coi tempi, rispetto alle produzioni precedenti. Qui bisogna però aprire il Vaso di Pandora e mettere le cose in chiaro. Bob Dylan non è mai stato un interprete puramente folk. Perfino nei due dischi che andrà a incidere negli anni novanta, che non contengono nessun brano autografo il suo stile personale, finirà per emergere e per mostrare la propria rilettura di classici del folk, del blues e della musica popolare scozzese, irlandese e statunitense. Ci sono quindi dei falsi miti e degli errori di valutazione che prima o poi la critica militante dovrà assumersi l'onere di correggere.

Da questo momento in poi però anche per chi si ostina a trovare e a vedere i semi della tradizione del folklore nelle liriche e nelle tessiture sonore degli album del Nostro, dovrà ammettere che qualcosa è cambiato. Perché lo scarto in avanti di brani come Subterranean Homesick Blues, Maggie's Farm, Outlaw Blues, On the Road Again e Bob Dylan's 115th Dream è fin trovo evidente e programmatico, anche per i molti critici e cultori del genere folk che certamente avevano mostrato problemi di acufene e bisogno imminente di un bravo otorinolaringoiatria.

Le session si tennero tra il 13 e il 15 gennaio del 1965 nei Columbia Studio A e B. Questo è l’ultimo disco interamente prodotto da Tom Wilson, il quale guida una squadra dove spiccano le note di un nucleo eterogeneo e compatto di musicisti.

Li citiamo tutti qui di seguito:

Steve Boone – bass guitar - Al Gorgoni – guitar - Bobby Gregg – drums - 

Paul Griffin – piano, keyboards - John P. Hammond – guitar - Bruce Langhorne – guitar - 

Bill Lee – bass guitar on "It's All Over Now, Baby Blue" - Joseph Macho, Jr. – bass guitar - 

Frank Owens – piano - Kenny Rankin – guitar -  John Sebastian – bass guitar

 Bill Lee è il padre del futuro cineasta Spike Lee e suona il suo basso su uno dei pezzi che sono rimasti di più di questo album: It's All Over Now, Baby Blue. Perché se è vero che i pezzi con un vestito sonoro che possono spiazzare maggiormente, non bisogna certo trascurare altri e alti episodi come Mr. Tambourine Man, Gates of Eden, It's Alright Ma (I'm Only Bleeding) Love Minus Zero/No limit e She Belongs to Me. Come facilmente intuibile in questo disco non c'è posto né spazio per brani riempitivi. Ogni singola nota e verso ha motivo di esistere. Bisogna dire qualcosa anche del lavoro di artwork della copertina realizzata da Daniel Kramer, che per certi versi apre la stagione della psichedelia e della sperimentazione. Il disco musicalmente è un pugno assestato alla musica pop, con il vigore di un 24enne che sapeva bene da dove veniva, ma soprattutto dove voleva arrivare. Anthony De Curtis ha scritto: "Nel giro di 14 mesi abbiamo Another Side of Bob Dylan, Bringing it all back home e Highway 61 Revisited. Un livello ancora oggi semplicemente sorprendente, come del resto l'evoluzione da un album all'altro è straordinaria."

Di questo disco è importante dire che ha rappresentato una svolta per la carriera del suo autore, visto che contiene il primo singolo a entrare nella top 40. E se è vero che il rauco rock elettrico di Dylan causò sgomento tra i vecchi fan del folk, è necessario stabilire come questo lavoro gli procurerà più seguaci di quanti ne perderà lungo la strada. Da un punto di vista programmatico questo album apre la porta a quello che sarà il Leitmotiv della carriera di Bob Dylan: spiazzare il suo pubblico. Dargli sempre qualcosa di diverso, di inatteso, capace di creare vertigine, sgomento e shock. Bringing it all back home venne pubblicato il 22 marzo 1965. Alla luce dell'ultimo disco di brani autografi, Rough and Rowdy Ways, 39esimo lavoro in studio del 2020, possiamo affermare che ancora oggi a quasi 80 anni di vita e 59 di carriera discografica, Dylan continua a stupire, sorprendere e dividere il pubblico e la critica. Non sarà il più grande cantante della storia forse, ma la sua stella è certamente quella più sfavillante e duratura di tutti i tempi. 

Dario Twist of Fate

5 commenti:

  1. Bellissimo- del resto Maggie s farm è forse il blog piu bello al mondo-manici marco-

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  2. Bellissimo- del resto Maggie s farm è forse il blog piu bello al mondo-manici marco-

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  3. Ti ringrazio molto caro Marco. <3

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  4. Ciao Dario, grazie del bel commento ad un album che amo molto anch'io. Al mio orecchio il rock di Bob Dylan non suona duro e aggressivo, ma piuttosto venato di malinconia e, a tratti, di dolore. Solo alcuni live di "like a rolling stone" sono aggressivi. Bob non ha mai abbandonato del tutto il folk. Penso a ballate come "Isis" o "Joey". L'ultimo album lo sto ascoltando. Mi perdo in "Key west". Non smetterei mai di ascoltarla, come "soon after midnight" di "Tempest". Ciao . Carla

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    1. Sono d'accordo con te. Forse solo un po' tra gli anni sessanta e settanta è stato aggressivo, ma appunto, questo lo si sente principalmente nelle esibizioni live. Hai detto bene! ;)

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