martedì 19 dicembre 2023

Il 2023 è stato un anno decisamente dylaniano

 


Il 2023 dylaniano è stato un anno ricco di eventi e uscite. Si è aperto con la pubblicazione del diciassettesimo volume del Bootleg Series, Fragments, dedicato esclusivamente al periodo del capolavoro Time Out of Mind. Due versioni disponibili, tra cui quella standard a due dischi e quella deluxe composta da cinque lp. Secondo fonti non ufficiali questa potrebbe essere stata l’ultima pubblicazione della serie Bootleg Series, che era partita nel marzo 1991 con la pubblicazione dei primi tre volumi.

Ad aprile è ripartito il World Wide Tour, che questa volta toccherà anche mete che Dylan aveva trascurato negli ultimi tempi, tra cui l’Italia con cinque date. Non si esibiva nel nostro Paese dall’aprile 2018, quindi in epoca pre-Covid. La band con cui suona in Italia nel 2023 è piuttosto diversa rispetto a quella di cinque anni prima.

A giugno viene pubblicato il nuovo disco in studio. Si tratta della colonna sonora di Shadow Kingdom. Viene svelata l’identità dei musicisti che hanno partecipato alle sessioni dell’album. Tra i nomi spiccano quelli di due vecchi collaboratori di Dylan. In particolare citiamo il chitarrista T-Bone Burnett e il produttore e bassista Don Was. Dylan aveva collaborato con T-Bone Burnett ai tempi della Rolling Thunder Revue e più recente alle nuove incisioni nel formato “ionic recording” di Blowin’ in the Wind del 2022. Don Was aveva prodotto invece con Dylan il disco Under the Red Sky del 1990.

Sempre per quanto riguarda vecchi collaboratori e musicisti che hanno segnato una generazione, l’11 agosto si spegne il membro di The Band, Robbie Robertson. Robertson, oltre a essere stato amico e stretto collaboratore di Dylan, aveva partecipato alle registrazioni di tre importanti lavori in studio: Blonde on Blonde, The Basement Tapes e Planet Waves. Inoltre aveva accompagnato Dylan in tour dal 1966 al 1974. Con The Band aveva inciso diversi brani scritti da Dylan come When I Paint My Masterpiece, This Wheel’s on Fire, Tears of Rage, ma soprattutto il classico I Shall Be Released. Inoltre entrambi facevano parte del cast del film documentario di Martin Scorsese, The Last Waltz, dedicato all’addio alle scene di The Band, salvo ripensamenti e una line up differente. Nel libro autobiografico TESTIMONY, Robertson si sofferma sul rapporto di amicizia e di collaborazione tra la Band e Dylan in modo approfondito e affettuoso.   

A settembre Dylan partecipa a sorpresa al Farm Aid, unendosi alla band di Mike Campbell & The Dirty Knobs, con la partecipazione di Benmont Tench alle tastiere. I due ex-Heartbreakers (lo storico gruppo di Tom Petty) avevano più volte partecipato a sessioni in studio e concerti facendo da spalla a Bob Dylan. Per l’occasione Dylan torna a suonare la chitarra elettrica in un mini set composto dai brani Maggie’s Farm, Positively 4th Street e Ballad of a Thin Man.

Le informazioni che vanno a completare e a concludere un anno ricco di novità e uscite, riguarda due uscite antologiche. La prima è The Complete Budokan, box deluxe composto da due live risalenti al tour giapponese del 1978, di cui ho parlato qui. La seconda è la più recente e riguarda il 50th Anniversary Collection 1973, con la pubblicazione integrale delle 28 tracce appartenenti alle sessioni della colonna sonora del film Pat Garrett & Billy The Kid. Al momento della stesura del testo non ho ancora ascoltato la compilation antologica, ma presumo debba trattarsi dei mitici bootleg noti ai fan dylaniani più accaniti come Peco’s Blues. Il bootleg non ufficiale Peco’s Blues, contemplava però una scaletta ridotta, composto da 23 brani, anziché i ventotto ora pubblicati. Si tratta di un’uscita in edizione limitata, realizzata per garantire i diritti d’autore di queste sessioni che altrimenti sarebbe diventate libere, dato che stavano scadendo i diritti essendo trascorsi 50 anni. Questa legge riguarda in special modo la vigente regola europea sui diritti d’autore. Un prodotto destinato alla super nicchia dei completisti e dei fandom dylaniani più hardcore, di cui però mi sembrava giusto parlare, dato che in Italia la notizia non sta circolando in modo adeguato e sufficiente.     

Capitolo a parte meriterebbe il Tour 2023, concluso lo scorso 3 dicembre a Evansville, Indiana. Ci sono state grandi novità in scaletta, con Dylan e i suoi che hanno spesso eseguito cover di altri importanti artisti come Leonard Cohen, Billy Joel, Merle Haggard, Grateful Dead e via dicendo.

A memoria, da quando seguo Dylan, cioè da oltre 20 anni ormai, non ricordo un anno più ricco di novità e di uscite. Una vera manna per noi fandom devoti! 

Di questo ve ne parlerò presto in separata sede. Ora vi auguro buone vacanze e un felice anno nuovo!



giovedì 14 dicembre 2023

Christmas in the Heart (2009)

Avete mai sentito dire che il tempismo è tutto nella vita? Oppure che l’uomo saggio aspetta il momento giusto, mentre il pazzo lo anticipa e l’imbecille lo lascia passare? Già, il tempo, uno dei topos dylaniani per eccellenza, se vogliamo. 

Le feste danno il senso del tempo che passa. Basterebbe solo questo per fornire la motivazione sufficiente a spiegare il progetto Christmas in the Heart.

Per le grandi star le uscite natalizie sono una tradizione fin dagli albori dell’industria discografica. Ora è bene specificare come alcuni degli eroi di gioventù di Dylan, fecero album natalizi. Ci sono esempi importanti che hanno contribuito a consolidare la carriera artistica di alcuni cantanti, e non ci stiamo riferendo ai classici cantanti etichettati come artisti natalizi, che oggi purtroppo sono diventati un problema sonoro durante il periodo che anticipa la natività del Cristo. In questo caso però parliamo di un disco di tradizione cristiana, realizzato da un artista ebreo come Bob Dylan. L’intento è nobile, visto che gli incassi sono destinati in beneficenza in favore delle associazioni Feeding America e del World Food Programme delle Nazioni Unite. 

Il capitolo che riguarda la generosità e l’impegno sociale dell’artista sarebbe da trattare in separata sede, visto che probabilmente si tratta di uno dei musicisti che hanno sempre messo davanti al proprio ego, cause nobili. Senza elencarli tutti, diciamo solo che Bob Dylan è stato uno degli artisti più longevi e socialmente impegnati di sempre. Tuttavia il disco va contestualizzato a livello critico, come il primo di quella che sarebbe divenuta una nuova fase di riscoperta e rivalutazione di materiale non autografo pubblicato dal cantautore.

Tra il 1992 e il 2017 pubblica infatti 6 lavori in studio basati su cover, riproposizioni e brani tradizionali. Christmas in the Heart è il sequel di Together Through Life, pubblicato appena sei mesi prima, durante la primavera del 2009. Motivo per cui venne realizzato nello stesso modo in cui aveva inciso gli album precedenti. Qui troviamo la sua band che lo accompagna anche dal vivo, con l’aggiunta di David Hidalgo dei Los Lobos, del pianista Patrick Warren e di un coro che lo segue nelle tracce presenti in questo lavoro. Piuttosto che volgere tipici brani natalizi in una forma peculiare, Dylan li suonò in modo diretto. Il risultato fu sorprendente, quanto scioccante. Un abbraccio a tutto campo a quella vecchia e tranquillizzante America, un omaggio ai dischi natalizi che profuma di anni Cinquanta, dell’atmosfera in cui Dylan è cresciuto.

Restituisce tutto in modo diretto, rilevando un’anima pop insospettabile, ed è magicamente suonato, prodotto e arrangiato. Un piccolo gioiello da scartare sotto l'albero. Non sorprende per chi aveva compreso e mandato a memoria ciò che Dylan porta avanti dal 1997 con Time Out of Mind e in misura maggiore con “Love and Theft” e Modern Times. Qui però c’è pochissimo blues ed è quasi del tutto assente lo stile roadhouse, ma non è detto che questo sia un male, anzi. Col senno di poi è una dichiarazione di intenti che pubblico e critica faranno fatica a capire.  

Dopo la pubblicazione dei dischi Great American Songbook (quelli della Fase Sinatra, per intenderci) diventa più semplice analizzare il percorso del Dylan anni Novanta che si affacciava al nuovo millennio. Oggi l’hype è dovuto principalmente al fatto che da dopo Tempest si attende la pubblicazione del suo ultimo, conclusivo disco in studio. Ci hanno provato già ad azzardare che lo fosse Tempest, così come sono state fatte parecchie illazioni quando è arrivata la cinquina sinatriana. Stessa cosa era capitata durante il lockdown, quando a sorpresa l’artista rilasciava sulle piattaforme una lunga dissertazione poetica, che sembra una meditata replica di American Pie di Don McLean. Il brano Murder Most Foul, dalla durata insolita e importante, è stato l’apripista del suo ultimo disco in studio: Rough and Rowdy Ways, pubblicato nel 2020.

Sottostimato e considerato un lavoro bizzarro, Christmas in the Heart ha dalla sua un cambio radicale nell’approccio sonoro, ma soprattutto nel cantato. Oltre a essere decisamente pop, ha delle qualità insite del folk, visto che dopo Time Out of Mind e “Love and Theft” dove le voci erano dominanti, qui avviene una svolta. È un lavoro disadorno, capace di mettere al centro il fraseggio e l’esecuzione. Suona maledettamente bene ed è a fuoco, tanto che ci sarà chi lo elogerà come un disco importante, proprio sotto il profilo sonoro e dell’esecuzione.

Da qui in poi Bob Dylan rilascerà album forse poco noti e con un appeal inferiore, ma suonati e cantati in modo impeccabile, con arrangiamenti raffinati e piuttosto lontani da quello che aveva realizzato in studio, durante i primi vent’anni di produzione musicale. Quasi nessuno se ne accorge e sono pochi i critici che mettono in evidenza tale aspetto. L’artista durante gli anni avrà anche perso la voce, ma ha imparato a cantare, a trovare nuove strade per accompagnare le sue canzoni e l’esecuzione di materiale altrui. Piaccia o meno, quello che ha prodotto da questo punto in avanti è realizzato in modo professionale, con arrangiamenti minimali, per certi versi originali e innovativi. In pratica uno dei paladini del low-fi ha iniziato a produrre con maggior criterio e ricchezza di mezzi. Non sono dischi per chi ama i Pink Floyd forse, ma di strada rispetto agli anni Sessanta ne è stata battuta, e nemmeno poca. Il percorso discografico di Dylan proseguirà senza sosta, ma questo disco natalizio è stato molto più importante rispetto a quanto la critica e il pubblico vogliano farci credere. 

Riascoltare per credere Christmas in the Heart.


mercoledì 13 dicembre 2023

Il 2023 di Bob Dylan in pillole

Il 2023 di Bob Dylan in pillole

 

Gennaio

Il 27 gennaio viene pubblicato The Bootleg Series Vol. 17: Fragments – Time Out of Mind Sessions (1996–1997) è il titolo del diciassettesimo album discografico di Bob Dylan appartenente alla serie Bootleg Series, pubblicato nel 2023 dalla Legacy Records.

La compilation include una versione remixata dell'album Time Out of Mind, outtake, versioni alternative e dal vivo di vari brani dell'epoca. Il disco è stato pubblicato in una versione standard su due CD e in versione estesa come cofanetto box set da 5 dischi.

Febbraio

Prosegue la mostra “Retrospectrum” al MAXXI di Roma, dedicata alle opere di Bob Dylan. Per l’occasione viene pubblicato anche il catalogo, col titolo omonimo della mostra.

Aprile

Il 6 aprile, con la data di Osaka, Bob Dylan torna in tour. Questa volta tornerà anche in Europa e suonerà per cinque serate in Italia, a Luglio, con due date a Milano, una a Lucca, Perugia e Roma.

Giugno

Viene pubblicato in versione Cd e DVD la colonna sonora del film Shadow Kingdom, 40esimo lavoro in studio di Bob Dylan. La scaletta non contiene inediti e bonus track, fatta eccezione per la traccia strumentale Sierra’s Theme. 

In termini di archivio, la pubblicazione getta nuova luce sull’operazione Shadow Kingdom, in quanto svela chi ha partecipato alle sessioni in studio di questo progetto. Si tratta di vecchi e nuovi collaboratori, che non sono le persone che si erano viste in video. 

Tra questi citiamo Jeff Taylor alla fisarmonica, Don Was al contrabbasso e T-Bone Burnett alla chitarra. Dylan quindi non utilizza la band che è solito accompagnarlo sia in tour che nei dischi in studio. Una novità assoluta, per questi anni più recenti.

Agosto

L’11 agosto muore il chitarrista, cantante e compositore Robbie Robertson. Robertson, membro di The Band, è stato per lungo tempo collaboratore di Bob Dylan, sia in studio (Blonde on Blonde, The Basement Tapes, Planet Waves) che dal vivo (1966 e 1974). Era nato il 5 luglio 1943 e da tempo stava combattendo la sua battaglia con il cancro.

Settembre

Viene pubblicata la compilation Mixing Up The Medicine / A Retrospective, cd antologico che funge da accompagnamento al mastodontico volume cartaceo dal titolo quasi omonimo: Mixing up the Medicine, realizzato da Parker Fishel e Mark Davidson ed edito da Callaway Arts & Entertainment, in lingua inglese. 

Ad oggi non ci sono informazioni su una possibile traduzione e pubblicazione in lingua italiana.

Sabato 23 settembre, sul palco del Ruoff Music Center di Noblesville, Indiana, per il Farm Aid 2023, accompagnato dagli Heartbreakers di Tom Petty, Dylan ha eseguito per l’occasione con la chitarra elettrica tre brani dal suo repertorio storico, Maggie’s Farm, Positively 4th Street e Ballad of a Thin Man.

Novembre

Viene pubblicato The Complete Budokan, live che documenta i concerti del tour giapponese del 1978. Il cofanetto deluxe include 4 cd che testimoniano le due serate del Budokan, con i soliti gadget, libri e memorabilia delle grandi occasioni. 

Il costo del box è importante, ma getta nuova luce e rivaluta parzialmente la precedente pubblicazione del live di Budokan, album live doppio pubblicato durante la primavera del 1979.

Dicembre

Il 3 dicembre con il concerto di Evansville, IN si conclude la sezione del World Wide Tour dedicata al 2023.

Il 14 dicembre viene pubblicata in edizione limitata 50th Anniversary Collection: 1973.

Si tratta di un cd composto da 28 tracce, perlopiù inedite, tratte dalle sessions della colonna sonora di Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah.

Ecco ora la sezione dedicata ai principali anniversari del 2023

The Freewheelin’ Bob Dylan festeggia i 60 anni dalla sua prima pubblicazione. Era il 27 maggio 1963. 

-        Pat Garrett & Billy the Kid, prima colonna sonora realizzata da Dylan, festeggia 50 anni dalla sua pubblicazione. Lo stesso discorso vale anche per la pellicola, la cui prima proiezione avveniva il 23 maggio 1973. La sera prima del compleanno di Bob!

 Compie 40 anni anche il disco Infidels, ventiduesimo lavoro in studio pubblicato il 27 ottobre 1983. Il disco, che già ai tempi venne salutato come un ritorno, oggi è considerato tra le prove più convincenti della discografia dylaniano post anni Settanta.          

Compie 30 anni anche World Gone Wrong, 29esima prova in studio che presenta esclusivamente materiale non autografo, essendo composto da cover di canzoni folk tradizionali, eseguite da Dylan in solitaria con l’accompagnamento di chitarra acustica e armonica.

-         Compie 30 anni anche la registrazione del concerto The 30th Anniversary Concert Celebration, pubblicata per la prima volta il 24 agosto 1993. Il live documenta la serata di tributo realizzata il 16 ottobre 1992. Allo spettacolo hanno partecipato numerosi tra i principali artisti della musica rock statunitense e britannica - già collaboratori dell'artista di Duluth - che salutavano con la loro presenza e con l'esecuzione di cover dei classici dylaniani la carriera del cantante.

-         Compie poi 20 anni anche la colonna sonora del film Masked & Anonymous: Music from the Motion Picture. Il film era uscito nelle sale americane durante l’estate del 2003.

martedì 21 novembre 2023

Bob Dylan Trouble No More (1979-1981)

 

The Bootleg Series 13: Trouble No More (1979-1981)

 

Pubblicato il 3 novembre 2017, The Bootleg Series Vol. 13: Trouble No More 1979-1981 chiude, in termini cronologici il decennio anni Settanta per quanto riguarda Bob Dylan live. Si tratta del cosiddetto periodo Gospel, durante il quale il cantautore ha realizzato tre dischi all’epoca piuttosto contestati; parliamo di Slow Train Coming, Saved e Shot of Love, pubblicati tra il 1979 e il 1981. Ascoltati oggi questi lavori possono essere rivalutati, sia a livello musicale e sonoro, sia per i contenuti, all’epoca considerati estremi e tipici di un certo fanatismo religioso. Sicuramente il secondo capitolo della serie, Saved, è quello maggiormente incentrato sul Nuovo Testamento, motivo per cui allo zoccolo duro dei fan, il disco potrebbe risultato indigesto. Musicalmente invece il discorso è piuttosto differente, sia per la qualità delle canzoni, sia per come sono state affrontate e realizzate le registrazioni in studio. Qui ci occupiamo però di analizzare l’aspetto concertistico di questo periodo. Rispetto al Tour 1978, dove Dylan aveva aggiunto fiati, archi e coriste, alcune cose cambiano, a cominciare dalle scalette che verranno proposte per supportare la pubblicazione del suo più recente lavoro, Slow Train Coming. Registrato nei leggendari Muscle Shoals Sound Studios di Sheffield, Alabama, il disco si avvale di una line up di prim’ordine che include Mark Knopfler e Pick Withers dei Dire Straits, il bassista Tim Drummond, Barry Beckett, i Muscle Shoals Sound Studio ai fiati, più un gruppo di coriste composto da Carolyn Dennis, Regina Havis e Helena Springs. Si occupano della produzione Barry Beckett e Jerry Wexler. Il disco ottiene un buon successo commerciale, ma a livello critico non va altrettanto bene, nonostante arrivi per Dylan il suo primo Grammy Awards per la migliore performance maschile. Sotto il profilo concertistico, i live ricalcano quello che possiamo ascoltare su disco, con qualche brano in più, ma con materiale che resta ancorato al nuovo repertorio gospel.

La testimonianza raccolta da Trouble No More, è piuttosto ricca ed esaustiva, visto che il tredicesimo volume delle Bootleg Series esce in versione standard composta da due cd e da quella estesa, deluxe, costituita invece da otto dischi più un DVD. Qui si possono ascoltare 100 esibizioni dal vivo più 14 brani altrimenti inediti. Ascoltando con attenzione e con il giusto tempo che il box richiede, possiamo assistere all’evoluzione di questo periodo di intensa attività concertistica per Dylan e la sua nuova formazione. Nella versione standard troviamo sette canzoni eseguite nel 1979, mentre le altre provengono dai tour del 1980 e del 1981. Inizialmente Dylan e la band eseguono solo materiale originale nuovo, senza riproporre i classici e i numerosi cavalli di battaglia presenti nel repertorio dell’artista. Le cose cambiano andando avanti. Nel box completo possiamo infatti ascoltare l’esibizione di Londra del 27 giugno 1981, dove a fianco alle nuove Gotta Serve Somebody, I Believe in You, Man Gave Names to All the Animals e Dead Man, Dead Man, trovano posto Like a Rolling Stone, Maggie’s Farm, I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met), Girl from the North Country e Ballad of a Thin Man. In pratica dopo aver condotto due anni di tour esclusivamente con il repertorio gospel, Dylan torna sui propri passi ed esegue alcuni dei suoi grandi classici, come Mr. Tambourine Man, Just Like a Woman, Blowin’ in the Wind, It’s All Over Now, Baby Blue e altri pezzi più recenti come Forever Young e Knockin’ on Heaven’s Door. Anche la critica intuisce che qualcosa è cambiato e Dylan gradualmente esce dalla sbornia cristiana, per tornare a scrivere, incidere e cantare materiale più eterogeneo, nonostante anche nel successivo Infidels, il tono da sermone a tema religioso sia ancora piuttosto presente, ma trattato in maniera differente, diciamo più ortodosso e in linea con i temi trattati già a partire dagli anni Sessanta.

Sotto il profilo live e di esecuzione, ascoltando oggi questo 13esimo capitolo delle Bootleg Series, bisogna annotare la grande forma di Dylan come esecutore e performer, per non parlare del groove, dell’energia e del tiro della band che lo accompagnava. Un’esperienza sonora di livello assoluto che fa ben sperare dopo alcune parentesi non del tutto riuscite e ispirate, vedi Budokan. Qui invece possiamo sentire il vero suono del Dylan attuale, che guarda al presente e al futuro, senza rinnegare completamente ciò che era stato. La fase kitsch è ormai solo un ricordo. Sono spariti sia gli archi che i flauti, la sezione ritmica è tornata quella di un tempo e l’energia delle chitarre, suonate da Steve Ripley e Fred Tackett, è nuovamente centrale, mentre le tastiere hanno ancora il loro spazio, ma senza stravaganze caraibiche ed esotiche, salvo durante l’esecuzione del brano reggae  Man Gave Names to All the Animals, che suona come il primo di molti omaggi alla musica di Bob Marley, di cui Dylan si scopre un grande estimatore e appassionato.




lunedì 20 novembre 2023

Bob Dylan - The Rolling Thunder Revue 1975

The Rolling Thunder Revue (1975)

 

Riavvolgendo il nastro dell'imponente discografia Dylaniana ritorniamo ora al 2001. A quando il Nostro aveva da poco dato alle stampe “Love and Theft”, 31esimo lavoro in studio. Il cantautore statunitense era fresco di Oscar per la canzone originale Things have changed e anche ai Grammy aveva trionfato nell'edizione del 1998.

Soprattutto il suo sterminato archivio era stato finalmente aperto dando la possibilità al pubblico di recuperare in versione ufficiale una delle sue esibizioni più celebri. Mi riferisco ovviamente alla Royal Albert Hall del 1966. Quella in cui Dylan si esibiva accompagnato da un gruppo elettrico per il tour europeo. Il quarto volume delle Bootleg series viene infatti rilasciato nel 1998 e segna una delle più importanti pubblicazioni antologiche live per Bob Dylan. Mentre ne scrivo la Bootleg Series è arrivata al volume 17, alternando materiale di archivio in studio con registrazioni di live epocali. Nel 2002 viene pubblicato il volume 5 che rende giustizia a uno dei periodi più importanti per quanto riguarda l'attività concertistica del cantautore americano. Si tratta ovviamente del Rolling Thunder Revue, tour del 1975. 

Fino a questo momento a livello ufficiale si conosceva solo quello che era contenuto nel film Renaldo e Clara. E poi c'era Hard Rain del 1976. Quella era però la seconda formazione e il tour successivo, con una scaletta e una band differente rispetto a quella del '75. In più Hard Rain era solo una porzione di una esibizione di Dylan. Il quinto volume delle Bootleg series è invece un bel doppio cd che getta nuova luce su un periodo esaltante e imperdibile per ogni appassionato di musica che si rispetti.

Ventidue tracce che comprendono brani di diversi periodi, inclusi alcuni inediti. Si parte subito forte, fortissimo con i nuovi arrangiamenti di Tonight I’ll Be Staying Here with You, di It Ain't me Babe e ancora di A Hard Rain’s A-Gonna Fall e di The Lonesome Death of Hattie Carrol. Arrivano poi due brani tratti da Desire, che all’epoca dell’esibizione non era ancora stato pubblicato. Tocca a Romance in Durango e a Isis, fare da apripista per quello che sarà poi uno dei dischi più riusciti e amati del Dylan anni Settanta. 

C’è poi spazio per il revival psichedelico di Mr. Tambourine Man per una nuova versione della recente Simple Twist of Fate, per il super classico Blowin’ in the Wind e si chiude con Mama, You Been on My Mind e I Shall Be Released. Entrambe queste canzoni il pubblico le aveva ascoltato e apprezzate nelle versioni di Rod Stewart e di The Band. Stavolta però è lo stesso Dylan a tornare su questo repertorio più insolito e quindi meno conosciuto.

Il secondo disco parte subito forte con un set acustico costituito da It’s All Over Now, Baby Blue, Love Minus Zero/No Limit, Tangled Up in Blue e la tradizionale The Water is Wide. Terminato il set acustico, si torna in pompa magna con una sequenza di brani eseguiti in modo tanto energetico, quanto impeccabile. It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, Oh, Sister, Hurricane (che in seguito diventerà un simbolo di questo periodo e uno dei cavalli di battaglia di Dylan, anche se poco eseguito in formato live) la splendida nuova One More Cup of Coffee (Valley Below), Sara, magnifica canzone dedicata alla moglie, Just Like a Woman e la conclusiva e collettiva Knockin’ on Heaven’s Door. 

La formazione che accompagna Dylan comprende Joan Baez, David Mansfield, Roger McGuinn dei Byrds, Bob Neuwirth, la violinista Scarlet Rivera, conosciuta poco tempo prima passeggiando per le vie del Greenwich Village di NY, Rob Stoner al basso e direttore musicale, Howie Wyeth alla batteria, T-Bone Burnett alla chitarra, Luther Rix alle percussioni, Steven Soles alla chitarra, ma soprattutto Mick Ronson alla chitarra elettrica.

Avere in tour musicisti del livello di Ronson, T-Bone Burnett e lo stesso McGuinn, rese l’esperienza Rolling Thunder Revue, qualcosa di nuovo e inedito rispetto al solito. Innanzitutto Dylan era molto ispirato, sia in termini di performance vocale che di soluzioni sonore e di arrangiamento. Questo si percepisce ascoltando il live del 1975 già dalle prime battute e in particolare durante l’esecuzione di un classico come It Ain’t me Babe. 

Qui troviamo un performer ispirato che cavalca davvero la propria epoca, con una versione piuttosto rock ed energica del pezzo. Stoner giura di essere lui l’autore di tale arrangiamento, ma conoscendo Ronson non è facile pensare che quei licks di chitarra siano in realtà farina del suo sacco. Un bagaglio musicale e umano che lo aveva portato a produrre e suonare su dischi importanti come quelli di Lou Reed e soprattutto di David Bowie. 

Il tour della Rolling Thunder Revue, che per lungo tempo era stato rappresentato esclusivamente da Hard Rain (con le esibizioni del maggio 1976 a Fort Worth, Texas e Fort Collins, Colorado) viene di fatto riabilitato e sviscerato, prima attraverso questa quinta pubblicazione antologica delle Bootleg Series e in seguito con l’edizione di un voluminoso box denominato The Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings. Quattordici dischi per una durata monstre di 632 minuti, pubblicato il 7 giugno 2019. Il cofanetto venne pubblicato in occasione della realizzazione del film documentario di Martin Scorsese Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story. Forse il box composto da 14 dischi è più un documento per completisti e maniaci dylaniani, ma ancora oggi la quinta uscita delle Bootleg Series costituisce uno dei migliori dischi dal vivo pubblicati da Dylan, almeno per quanto riguarda la discografia ufficiale.

A distanza di 20 anni possiamo certamente affermare che tale lacuna andava necessariamente colmata, anche perché per un certo periodo di tempo, le pubblicazioni di dischi ufficiali live di Dylan mostravano una certa sciatteria e quasi una volontà a non voler rilasciare il meglio delle esibizioni dal vivo. Pensiamo ad esempio a Real Live, a Dylan & The Dead, ma anche allo stesso Unplugged, quando ci sarebbe la possibilità di ascoltare live come quello del Supper Club di New York del 1993. Sono già passati 30 anni da quella leggendaria esibizione e non è ancora stato pubblicato un volume antologico ufficiale dedicato a quel repertorio. Speriamo venga pubblicato, prima o poi.

sabato 18 novembre 2023

Bob Dylan at Budokan

 

Bob Dylan at Budokan (1978)


Mentre vi scrivo ho appena terminato la full immersion in questa nuova uscita di Bob Dylan. Mi riferisco a The Complete Budokan 1978 (Live).

Quattro ore e 29 minuti di canzoni eseguite alla Nippon Budokan Hall, le sere del 28 febbraio e del primo marzo 1978, 45 anni fa. David Mansfield e Rob Stoner sono gli unici "superstiti" del leggendario tour 1975-1976 chiamato Rolling Thunder Revue. Ci sono per questa occasione coriste come Helena Springs, tastiere e addirittura un sax tenore suonato da un grande session man come Steve Douglas. È il Dylan che sta per mandare alle stampe un nuovo album che risponde al nome di Street-Legal, ma cosa più eclatante è un artista fresco di separazione con la propria compagna e madre dei suoi figli. Questo aspetto, unito alla perdita di un mito di gioventù come Elvis Presley crea un corto circuito nel modo di concepire le canzoni e quindi la performance dylaniana. Un altro aspetto significativo è che Dylan per la prima volta compie un tour mondiale, andando a suonare per la prima volta in Asia e Oceania.

La scelta più particolare di questo nuovo spettacolo non è solo legata agli arrangiamenti e ai suoni, che sono in realtà un proseguimento di quanto era stato realizzato durante il Rolling Thunder. La sensazione è di un Dylan davvero sopra le righe, che gigioneggia più del solito, quasi con una messa in scena da grande varietà. In pratica è Bob Dylan che si presenta da Milly Carlucci ed esegue brani ritmati, quasi ballabili per attirare le masse e per dare una nuova ventata al proprio repertorio, dove ci sono canzoni che sono state scritte ed eseguite più di 15 anni prima. A questo punto bisogna fare un recap e capire il contesto in cui si muove l'artista.

La scena musicale rispetto a quando si esibiva abitualmente è cambiata e non poco. Il Re è appena morto e sono venuti fuori nuovi artisti come Bruce Springsteen, Warren Zevon e Tom Petty, ma soprattutto c'è stata la rivoluzione punk, unita all'esplosione del fenomeno Disco Music. Nel tentativo di intercettare questo nuovo tipo di musica, rendendo al contempo omaggio a Elvis Presley e a Roy Orbison, Dylan mette in scena uno spettacolo nuovo, luccicante e lustrato a dovere. Ma è ancora il "nostro menestrello"?

Non bisogna mai cascare in questo tipo di ragionamento quando si parla di Dylan, se davvero si vuole essere obiettivi e imparziali. Per quanto mi riguarda comprendo le scelte di un artista che non si è mai fermato completamente, che ha avuto il coraggio e l'incoscienza forse di rischiare, di tentare nuovi percorsi musicali e creativi. Se non l'avesse fatto molto probabilmente non sarebbe durato tutto questo tempo e oltre.

Bob Dylan non è come gli altri e questo lo sappiamo praticamente da sempre. Non conta conoscerlo da dieci, venti o quarant'anni.  

Eppure qui il problema non è necessariamente legato a certe scelte, soluzione o agli arrangiamenti stravaganti e sopra le righe. Il guaio è che certi pezzi sembrano quasi delle parodie. Anche a livello vocale, prendi ad esempio Shelter from the Storm, una delle mie canzoni preferite. Qui è irriconoscibile, quasi inascoltabile. Altre invece sfiorano il capolavoro, penso a It's Alright Ma (I’m Only Bleeding), Ballad of a Thin man, Don't Think Twice It’s All Right, I Shall be Released e Knockin’ On Heaven’s Door. Per oltre metà del live sono favorevolmente impressionato. Tuttavia alcuni suoni e certe scelte non le comprendo del tutto. E poi c'è il problema GREATEST HITS. Forse Dylan ha avuto paura di fare fiasco in Giappone?

Questo lo dico dopo un solo primo ascolto completo. Ci tento a dire chiaramente che questo mio è un giudizio per il 75% favorevole, che quasi certamente migliorerà con altri ascolti più attenti, maggiormente a fuoco, fatti senza fretta e ansia da prestazione. Ascoltare pe la prima volta un box composto da quattro cd che dura oltre quattro ore resta un’esperienza impegnativa se non estenuante, per certi versi paragonabile oggi alla visione in binge watching di una serie tv su piattaforme come Netflix o Prime Video.

Resto un po’ deluso da estimatore e fan per i punti critici di cui ho scritto sopra, ma pazienza. Bisogna farsene una ragione. Cercheremo di farci piacere questa nuova uscita, oppure di passare oltre, andando avanti. La fortuna con uno come Dylan è anche questa. Mediamente ci sono sempre due o tre uscite all’anno e questa in effetti non è stata nemmeno la prima. 

Ci tengo a specificare che non sono abituato a scrivere articoli su uscite discografiche dedicate a materiale live. Non è proprio la mia comfort zone, in quanto preferisco esprimere abitualmente un parere sui dischi in studio, che sono la mia vera passione. La musica dal vivo mi piace condividerla e viverla sul momento. Raramente ascolto dischi live e quasi mai sono parte integrante della mia colonna sonora quotidiana. 

Naturalmente ci sono alcune importanti eccezioni, penso non so al magnifico live di Van Morrison, It’s Too Late to Stop Now del 1974, al box di Dylan della Rolling Thunder Revue, all’Unplugged e naturalmente a Before the Flood con The Band, di cui scriverò una scheda di approfondimento in separata sede.

Concludo dicendo ancora una volta Evviva Bob Dylan, Evviva il rock e il revival anni Settanta. Senza polemica, ma anche senza fette di prosciutto sulle orecchie. Va bene così, no?

sabato 4 febbraio 2023

Bob Dylan Fragments (2023)

Bob Dylan Fragments (2023)

"Ho resistito; ho lottato contro il dolore come contro una cancrena. Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell'uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l'amore non corrisposto, l'amicizia respinta o tradita, la mediocrità d'una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni: tutte le sciagure provocate dalla natura divina delle cose." (Memorie di Adriano

In "Fragments" l'unica cosa sbagliata è proprio il titolo del nuovo Bootleg Series. Fossi stato al posto di His Bobness, cosa a cui non ambisco nella maniera più assoluta, lo avrei chiamato "Back to the Light", prendendo in prestito il titolo del disco solista di Brian May del 1992. Il motivo è semplice, in questo lavoro Dylan scava una fossa, anzi due. Una per sé e una per chi ascolta. Ma trattandosi del grande Genio del Novecento musicale, cambia piano all'ultimo momento. 

Siede in cabina di regia, suona egli stesso lo strumento musicale e consegna ai posteri uno dei gioielli più preziosi della propria corona di principe degli autori di canzoni. Non ha ancora vinto il Nobel, ma presto lo farà. In questo 17esimo volume possiamo ascoltare tutto quello che venne provato e registrato tra il 1996 e il 1997. Quando Dylan decise che era tornato il momento di percorrere a ritroso la sua Dirt Road Blues, il cantautore non poteva più aspettare e i tempi non erano ancora maturi per ritirarsi sulle Highlands o per cercare di ottenere una chiave per il paradiso. 

Un paradosso, perché questo disco suona come una resa incondizionata. Però c'è dentro tanta luce, più di quanta sia giusto sentire in un solo album. Il problema è che Dylan, come quel famoso calabrone non lo sa, perciò continua a scrivere, a cantare e a registrare musica. 

Impossibile citare tutte le registrazioni degne di nota, sparse in questi cinque dischi, di cui uno dal vivo. 

Trovo che qui vi siano alcune versioni di brani che possono competere con gli originali presenti in Time out of Mind del 1997. C'è più groove, più cattiveria e più volontà di portare a casa la take perfetta. Come per molte incisioni di Dylan, qualcosa non va per il verso giusto, motivo per cui l'intervento in cabina di regia di 

Daniel Lanois salva capra e cavoli. Per sua e soprattutto per nostra fortuna. 

Ma Dylan ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, ci dimostra che è tornato, ed è tornato "on fire", come si usa dire di questi tempi. 

Già il tempo, topos ideale e congeniale al Nostro. 

Se Time out of Mind del 1997 è stato salutato come un capolavoro definitivo, questo nuovo percorso ascoltabile in Fragments (2023) è l'occasione giusta per dare una nuova interpretazione a uno dei suoi classici moderni. Modern times, appunto. Un Capolavoro contemporaneo mito-modernista.

Dario Greco


- SITUAZIONISMO DYLANIANO - 

giovedì 5 gennaio 2023

Bob Johnston, Nashville e la produzione dylaniana

Bob Johnston, Nashville e la produzione dylaniana (1965-1970)

Quanti di noi saprebbero davvero indicare il ruolo di un produttore musicale? Oggi conosciamo i nomi di artisti come Daniel Lanois, Brian Eno, Tony Visconti, Rick Rubin e T Bone Burnett, produttori che in molti casi sono a loro volta musicisti prestati e passati dietro la console, che mettono le loro conoscenze a servizio delle case discografiche e di star del firmamento della musica. Eppure c’è stato un tempo in cui il produttore musicale aveva un ruolo diverso, di stampo più gestionale e manageriale. Prendiamo il caso di Bob Johnston, che durante gli anni Sessanta legò il proprio nome a un’importante e prestigiosa etichetta come Columbia Records. Il produttore texano, nato a Hillsboro nel 1932 prima di diventare uno degli uomini di punta di John Hammond, si era fatto strada nel mondo della musica scrivendo canzoni e collaborando con Elvis Presley e Joy Byers. Tuttavia il suo nome è legato in maniera indissolubile ad artisti Columbia come Bob Dylan, Johnny Cash, Simon & Garfunkel e Leonard Cohen. In parole povere: un’altra epoca, forse addirittura un’altra era geologica. Parliamo di un periodo in cui nel giro di poco più di 12-18 mesi uscivano dischi come Highway 61 Revisited, Sounds of Silence, Blonde on Blonde e Parsley, Sage, Rosemary and Thyme. Sapete quante persone hanno scritto questi quattro dischi? Ve lo diciamo noi: soltanto due. Per la precisione li hanno composti Bob Dylan e Paul Simon. A rendere ancora più surreale il tutto c’è un dato anagrafico incredibile; sia Dylan che Simon avevano meno di 25 anni mentre realizzavano questi dischi, oggi ritenuti degli autentici capisaldi per i cosiddetti Sixties. Fatto ancora più incredibile è che Bob Johnston risulti essere il produttore di tutti questi lavori, fatta esclusione per la traccia Like a Rolling Stone, prodotta da Tom Wilson. Wilson figura come il produttore dei primi dischi di Dylan ed è ritenuto tra i responsabili della svolta elettrica che da Bringing It All Back Home in poi, vedrà il cantautore utilizzare una strumentazione elettro-acustica per accompagnare le sue canzoni. Bisogna quindi riconoscergli grandi meriti, ma è anche giusto dire che il produttore non era del tutto convinto di quello che stesse facendo Dylan quando registrò Like a Rolling Stone. Difficile però a questo punto comprendere gli stati d’animo e dove finisce la storia e inizia il mito e la leggenda. Ci sono troppe versioni differenti dei fatti e anche per un personaggio anticonformista come Dylan è un po’ eccessivo pensare che un produttore gli remasse contro per puro spirito di contraddizione. Non stiamo parlando di un brano e di una incisione qualunque: stiamo parlando di un pezzo iconico, che ebbe successo fin dalla sua prima messa in onda, come testimoniato da numerosi artisti tra cui spiccano nomi altisonanti come quelli di Bruce Springsteen, David Bowie e Frank Zappa. Il vero spartiacque nella carriera di uno dei più grandi autori di canzoni popolari del Novecento. Punto cruciale per la carriera discografica di Dylan fu proprio l’incontro con l’altro Bob, vale a dire Bob Johnston. Johnston tra i tanti meriti ebbe la geniale intuizione di mettere nella stessa sala d’incisione persone come Bob Dylan, Robbie Robertson, Al Kooper con il circuito dei session-men di Nashville. 

Fu artefice di un cambio di rotta che ha oggi dimensioni storiche, culturali e discografiche importanti. Senza Dylan a Nashville probabilmente non ci sarebbero stati nemmeno album come Harvest di Neil Young e non ci sarebbe stato il cortocircuito tra i musicisti newyorkesi o comunque attivi a Est, con i turnisti di Nashville, i cosiddetti Nashville Cats. Un gruppo di strumentisti che suonarono su molti dischi di valore assoluto per la storia della musica, a cominciare proprio dal doppio Blonde on Blonde, pubblicato tra maggio e giugno del 1966. Parliamo di musicisti come Charlie McCoy, Kenneth Buttrey, Wayne Moss e Hargus “Pig” Robbins che grazie al loro mestiere e alla conoscenza musicale, votata alle incisioni discografiche, contribuiscono alla realizzazione di alcuni dischi oggi conosciuti a livello mondiale e ritenuti dei capisaldi del loro genere di appartenenza e di riferimento. Nello stesso calderone ci sono artisti della prima generazione rock and roll come Elvis Presley, Roy Orbison e Johnny Cash, ma la costante sono proprio questo nucleo di session-men a cui bisogna aggiungere i nomi di Joe South, Jerry Kennedy, Floyd Cramer e Henry Strzelecki. In tutto questo Bob Johnston ebbe un ruolo centrale per mettere assieme Dylan e i Nashville Cats. Fu sua l’idea di realizzare il disco negli studi Columbia dello Stato del Tennesee. Un esperimento che si vide necessario quando le prime session di New York, con quella che poi sarebbe diventata la formazione di The Band non diede i risultati sperati, tanto che nel disco possiamo ascoltare solo un brano su quattordici presente in Blonde on Blonde. Quello che realizzerà Bob Dylan a Nashville non si può nemmeno ridurre solo a questa prima, fortuita esperienza musicale e produttiva. Ci furono in effetti altri quattro dischi che vennero realizzati con questo metodo di lavoro, due dei quali hanno avuto un certo successo di critica e di pubblico. Nashville Skyline ad esempio rappresenta il flirt tra country e folk, in pratica un nuovo cambio di direzione e l’ennesimo “tradimento” musicale di Dylan, realizzato in meno di dieci anni rispetto al suo esordio. Perché il Dylan anni sessanta è tutto questo e molto altro. In cabina di regia c’è sempre lui: Is it Rolling Bob?

Bob Johnston aveva il fuoco nelle pupille. Possedeva quella qualità che alcuni chiamano momentum, slancio. Glielo leggevi in faccia quel fuoco, quello spirito che ti trasmetteva. Era il più importante produttore della Columbia in ambito folk e country, ma era nato con cent'anni di ritardo. Avrebbe dovuto indossare un ampio mantello, un cappello con le piume e avrebbe dovuto cavalcare con la spada alta in mano. Johnston non si curava di niente che potesse intralciare i suoi piani. Il suo metodo nel produrre dischi consisteva nel tenere il motore ben oliato, accenderlo e farlo andare a tutta forza. Non si sapeva mai chi avrebbe portato in studio, c'era sempre un intenso andirivieni, ma lui riusciva a trovare un posto per tutti. Se una canzone non marciava come doveva, entrava in studio e diceva: - Signori, in questa stanza c'è troppa gente. Era il suo modo di risolvere le cose. Johnston viveva del barbecue della low country ed era la cortesia in persona, afferma Bob Dylan nel secondo capitolo del suo memoir Chronicles - Volume One.  

Bob Johnston è l’uomo in cabina di regia dietro alcuni dei più grandi successi e capolavori realizzati da Dylan tra il 1965 e il 1970. Probabilmente il contributo più significativo resta quello legato alla prima trasferta in quel di Nashville, quando il produttore mise nello stesso studio personalità come quelle di Al Kooper, Robbie Robertson e lo stesso Dylan, assieme ai Nashville Cats, guidati da Charlie McCoy. Il resto, come si usa dire in questi casi, è storia del rock.


Dario Greco


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