mercoledì 21 luglio 2021

Shadow Kingdom (2021)

 

Shadow Kingdom (2021)

 

È innegabile come la lunga e rilevante carriera di Bob Dylan possa essere analizzata in base a diverse fasi, epoche, bruschi balzi temporali in avanti, indietro e in orizzontale. C’è stato però durante questi dieci anni un momento cruciale, un crossroad, l’ennesimo, il quale pare essere sfuggito alla critica mainstream. Mi riferisco a quella fase inaugurata con “Love and Theft” album del ritorno del 2001, erroneamente considerato sequel del precedente Time Out Of Mind, dove il Nostro cambiò praticamente modus operandi. Da lì in poi realizzò tre dischi composti da inediti, l’ultimo dei quali risponde al nome di Tempest, del 2012. Successivamente iniziò la pubblicazione di quello che venne giustamente definito come il suo Great American Songbook. Tre volumi per cinque album, il primo dei quali si intitola appunto Shadows in the Night, disco concept composto da dieci tracce standard pop, portate al successo da Frank Sinatra, a cavallo tra gli anni quaranta e il 1963. 

Ora, chi conosce bene Dylan avrà imparato che i dettagli non solo fanno la differenza, ma vanno a tratteggiare il quadro nel suo insieme. C’ è un luogo comune e un refrain che con Dylan suona in continuazione: è un artista enigmatico, non si capisce mai dove voglia andare a parare. Potrebbe essere veritiero, se prendessimo in analisi la sua carriera tra gli anni sessanta e i primi novanta. Da quel momento in poi però, diciamo più o meno in seguito alla pubblicazione della trasmissione televisiva Unplugged, qualcosa cambia e in positivo. Era il 1995 e Dylan veniva giustamente considerato superato, non in linea né al passo coi tempi, non era nemmeno giudicato un nume tutelare del movimento grunge, a differenza del suo illustre collega, Neil Young. Dato praticamente per bollito, Dylan aveva però un paio di carte da giocare. Una di queste fu richiamare il produttore Daniel Lanois per una nuova avventura in sala di incisione. Ne uscirà quello che ad oggi è considerato uno dei suoi successi più importanti, dalla seconda metà degli anni settanta in poi. Ma questa è storia, passata. My back pages, direbbe His Bobness!

Realizzare questo disco è stato un autentico privilegio. Tutti conoscevamo molto bene questi brani. È stato fatto tutto dal vivo, forse in una o due registrazioni. Senza alcuna sovra incisione. Niente cuffie, niente cabina di registrazione per il cantante. Di cover ne sono state fatte abbastanza: seppellite. Quello che io e la mia band stiamo tentando è il procedimento inverso. Disseppellire i pezzi dalla tomba, per riportarli alla luce del giorno. Perché questa band non lavora con il favore delle tenebre, o meglio non sempre.

Questo il manifesto programmatico espresso dal suo autore, prima del lancio di Shadows in the Night. Oggi invece, con un titolo speculare, stiamo ascoltando e soprattutto visionando un nuovo format dylanesco. Si tratta di questo incantevole film in bianco e nero che risponde al nome di Shadow Kingdom. Ancora una volta Dylan spiazza, destabilizza, distorce tempo, prospettiva e pensiero. Noi appassionati, succubi e senza alcuna possibilità di redenzione, non possiamo far altro che prendere o lasciare. Chiaramente nel mio caso prendo. Del resto il manifesto programmatico è eloquente. 

Parte come se fosse un episodio pilota diretto da David Lynch e ideato in coppia con Mark Frost. Quasi uno spin off di Roy Orbison and Friends: A Black and White Night, il celebre speciale andato in onda appena prima della prima stagione di Twin Peaks. Perché è vero un fatto: si scrive Bon Bon Club in Marseille, ma si legge Bang Bang Bar, Roadhouse. Siamo dalle parti dell’Impero della mente, dove David Lynch potrebbe senz'altro farci da anfitrione. La suggestione è possibile, come abbiamo potuto vedere anche da certi indizi e suggerimenti lanciati dallo stesso regista di Missoula, il quale di recente aveva affermato: “Amo Bob Dylan. Non c’è nessuno come lui. È unico e semplicemente fantastico.” Ora, fin qui niente di strano, pur trattandosi di uno come Lynch! Del resto già nel suo disco del 2013, The Big Dream, Lynch aveva omaggiato Dylan, eseguendo una versione sperimentale di un brano giovanile e disperato come The Ballad of Hollis Brown, tratto da The Times They Are a-Changin'. Stavolta invece è stato Bob Dylan a sconfinare nei territori battuti dal visionario regista americano. Certo, in Shadow Kingdom ci sono altri riferimenti a parte quello evidente di Velluto blu o Twin Peaks, visto che l’atmosfera ricalca, almeno in parte il Quest show CBC TV – Canada, la cui messa in onda risale al 1964. C’è anche un frammento preso da I’m Not There, con quelle sequenze in bianco e nero ideate dal regista Todd Haynes, e se vogliamo potremmo vederci anche uno stile in debito verso l' Hal Ashby di Bound for Glory. 

È pacifico affermare come l’immaginario dylaniano, musicale e non, difficilmente si spinga oltre la prima metà degli anni sessanta. Si pensi ad esempio alla serie di quadri intitolata The Beaten Path (dallo stesso Dylan) e di evidente ispirazione hopperiana, nel senso di Edward. Tutti elementi che si rincorrono e affiorano durante le visioni fumè e volutamente retrò di questo progetto Shadow Kingdom. Nome suggestivo che stavolta non delude né trascende le aspettative. E non ho nemmeno parlato di musica, ma con Dylan, dopo oltre 59 anni di carriera alle spalle, può diventare davvero accessorio, se non superfluo, talvolta. E' scontato affermare che si tratti di uno dei cinque artisti più influenti del Novecento, dove gli altri potrebbero essere Frank Sinatra, Elvis Presley, Johnny Cash, John Lennon e David Bowie. Forse stavolta il Poeta dell’elettricità è davvero riuscito a dipingere il suo capolavoro? Non a caso la canzone di apertura, prestata per lungo tempo ai sodali The Band si intitola appunto When I Paint My Masterpiece.

Dario Greco


2 commenti:

  1. Grazie per un commento che aiuta a capire uno spettacolo per me del tutto nuovo e sicuramente suggestivo. Credo che i grandi tour a cui Dylan ha abituato i suoi fan siano un po' in disarmo dopo la pandemia e chissà mai se potranno riprendere. Sarebbe bello rivedere sua bobbita' dal vivo in una versione simile a quella dello spettacolo in streaming di luglio. Speriamo che succeda. In questo momento difficile, auguriamoci che tutto finisca bene per Bob. Che Dio sia con lui. Carla Cinderella

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  2. Grazie mille per il tuo commento. Un abbraccio e a presto cara Carla.

    Dario Twist of fate

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