Il Never Ending Tour di Bob Dylan

Tra il 1988 e la metà degli anni Novanta Bob Dylan ridefinisce il senso stesso del live: non celebrazione del passato ma pratica quotidiana di interpretazione, un laboratorio aperto in cui le canzoni cambiano pelle, la voce diventa racconto e il tour si trasforma in una forma di vita artistica.

Il Never Ending Tour, avviato da Bob Dylan il 7 giugno 1988 a Concord, New Hampshire, non è semplicemente una lunga sequenza di concerti, ma un dispositivo artistico permanente che ha ridefinito il rapporto tra autore, repertorio e pubblico nella musica popolare contemporanea. Chiamarlo “tour” è quasi improprio, perché il NET non obbedisce alle logiche promozionali classiche né alla scansione ciclica album–uscita–concerti–ritiro. È piuttosto una forma di esistenza musicale continua, una pratica quotidiana che Dylan sceglie come risposta alla cristallizzazione del proprio mito e alla museificazione del suo catalogo.

Alla fine degli anni Ottanta Dylan attraversa una fase di evidente smarrimento artistico. Dopo il triennio cristiano e una prima metà del decennio segnata da dischi irregolari, la sua figura appare appesantita dal peso della leggenda. I concerti sono spesso caotici, il pubblico pretende una replica nostalgica degli anni Sessanta e Settanta, la critica parla apertamente di declino. In questo contesto il Never Ending Tour nasce come gesto difensivo e insieme radicale: suonare senza sosta per sottrarsi alle aspettative, rimettere le canzoni in circolo, testarle, rovinarle e ricostruirle sera dopo sera. Non un ritorno alle origini, ma una strategia di sopravvivenza artistica.

L’importanza storica del NET risiede proprio in questa scelta di continuità. Dylan rifiuta l’idea del concerto-evento e del tour celebrativo, trasformando il palco in un laboratorio permanente. Ogni esibizione diventa una variazione, spesso estrema, di un repertorio che non viene mai fissato in una versione definitiva. Le canzoni cambiano arrangiamento, tempo, tonalità, fraseggio vocale, fino a diventare talvolta irriconoscibili. Questo atteggiamento, inizialmente accolto con perplessità o irritazione, finirà per influenzare profondamente il modo in cui la musica dal vivo viene concepita da intere generazioni di artisti.

Il NET attraversa diversi periodi chiave, ciascuno con una propria identità sonora e concettuale. La fase iniziale, tra il 1988 e il 1991, è segnata da una certa rigidità rock, con band robuste e arrangiamenti spesso aggressivi, quasi a voler riaffermare una presenza fisica sul palco dopo anni di incertezza. È un Dylan che canta contro il pubblico più che per il pubblico, difendendo il proprio spazio con interpretazioni talvolta abrasive. Non sempre il risultato è convincente, ma la direzione è chiara: le canzoni non sono reliquie, bensì materia viva.

La svolta più significativa arriva a metà degli anni Novanta, in coincidenza con l’uscita di Time Out of Mind nel 1997. Qui il NET assume una nuova profondità espressiva. Dylan rielabora il repertorio alla luce di una consapevolezza diversa del tempo, della mortalità e della perdita. Le performance diventano più cupe, stratificate, spesso rallentate, e il canto si fa spezzato, allusivo, carico di una gravità che trasforma brani noti in meditazioni esistenziali. Il tour non è più solo un esercizio di resistenza, ma una forma di scrittura parallela, in cui il significato delle canzoni viene continuamente riscritto dal vivo.

Negli anni Duemila il NET si stabilizza come struttura portante della vita artistica di Dylan. Con l’ingresso fisso di musicisti come Tony Garnier e con il progressivo spostamento di Dylan al pianoforte, il suono si asciuga e si fa più controllato. Album come Love and Theft, Modern Times e Tempest dialogano costantemente con il palco, mentre il repertorio storico viene filtrato attraverso blues arcaici, swing e ballate crepuscolari. Il tour diventa così una cronaca in tempo reale dell’evoluzione di Dylan come interprete più che come autore.

Guardato nel suo insieme, il Never Ending Tour rappresenta un caso unico nella storia della musica popolare. Non è una maratona fine a se stessa né una semplice abitudine professionale, ma un progetto estetico coerente che attraversa decenni, trasformando l’atto del concerto in una forma di pensiero. Dylan non suona per confermare ciò che è stato, ma per verificare, sera dopo sera, cosa le sue canzoni possono ancora diventare. In questo senso il NET non è mai finito, perché coincide con l’idea stessa di musica come processo, non come monumento.

1988–1991: il NET come reazione e difesa

Nei primi anni del Never Ending Tour, tra il 1988 e il 1991, Bob Dylan utilizza la dimensione live come una vera e propria manovra di contenimento contro il rischio di fossilizzazione artistica. È una fase spesso fraintesa, liquidata come confusa o muscolarmente eccessiva, ma che in realtà va letta come un periodo di assestamento brutale. Dylan arriva al NET dopo una decade segnata da crisi creative, discontinuità discografiche e una relazione sempre più problematica con il pubblico, che continua a chiedergli una replica idealizzata del passato. La risposta non è il ritiro, bensì l’esposizione permanente: suonare quasi ogni sera, senza filtri, senza la protezione dell’evento speciale.

Il suono di questa prima fase è deliberatamente rigido, spesso aggressivo. La band, che include musicisti come G.E. Smith, costruisce un impianto rock diretto, compatto, poco incline alle sfumature. Dylan canta con un fraseggio spezzato, talvolta urlato, spesso ostile, come se il palco fosse uno spazio di resistenza più che di comunicazione. Le canzoni storiche vengono accelerate, appesantite, private di qualsiasi aura nostalgica. È un atto quasi iconoclasta: Blowin’ in the Wind, Like a Rolling Stone o All Along the Watchtower non devono confortare, ma disturbare. In questo senso il NET nasce già come anti-revival, come rifiuto consapevole della celebrazione.

La ricezione critica di questi anni è ambivalente. Molti parlano di Dylan “irriconoscibile”, di concerti ostici, di un artista che sembra voler sabotare il proprio mito. Ma proprio in questa tensione risiede il senso profondo del progetto. Dylan non sta cercando una nuova forma definitiva, bensì un metodo. Il tour diventa un esercizio quotidiano di destrutturazione, un modo per sottrarre le canzoni alla fissità delle versioni in studio e rimetterle in uno stato di instabilità permanente. Il risultato non è sempre riuscito, ma l’intento è chiaro: evitare che il proprio repertorio diventi un museo ambulante.

1992–1994: verso una nuova centralità interpretativa, fino a Woodstock

Tra il 1992 e il 1994 il Never Ending Tour entra in una fase di transizione più sottile, meno immediatamente conflittuale ma altrettanto decisiva. Dylan inizia progressivamente ad ammorbidire l’approccio frontale dei primi anni, introducendo una maggiore attenzione alla dinamica, al tempo e al peso specifico delle parole. È un passaggio cruciale, perché segna l’inizio di quella centralità interpretativa che diventerà il cuore del NET negli anni successivi. Le canzoni non vengono più semplicemente “attaccate”, ma esplorate dall’interno, spesso rallentate, piegate, rese opache.

In questo periodo il repertorio si allarga in modo significativo. Dylan riscopre ballate meno frequentate, introduce cover che dialogano con la tradizione folk e blues, e comincia a trattare i propri brani come standard, materiali aperti a infinite variazioni. La voce, pur restando ruvida e segnata, acquista una nuova intenzionalità: non cerca più di sovrastare la band, ma di insinuarsi negli arrangiamenti. È una fase meno spettacolare, ma più rivelatrice, in cui il NET smette di essere solo un gesto di sopravvivenza e diventa una pratica interpretativa consapevole.

Il punto simbolico di questa transizione è Woodstock 1994. La partecipazione di Dylan al trentennale del festival non è un’operazione nostalgica, ma un confronto diretto con il proprio passato mitizzato. Sul palco di Woodstock Dylan non si presenta come icona generazionale, bensì come musicista in continuo movimento, che rifiuta qualsiasi tentativo di congelamento storico. Le performance sono sobrie, talvolta spiazzanti, e confermano come il NET abbia ormai ridefinito il suo rapporto con il pubblico: non più un dialogo basato sull’aspettativa, ma sull’attrito.

Fino a Woodstock, dunque, il Never Ending Tour si configura come una lunga fase di ricalibrazione. Dylan testa i limiti della propria voce, del proprio repertorio e della propria resistenza fisica ed emotiva. Non c’è ancora la profondità crepuscolare degli anni di Time Out of Mind, ma si intravedono già i presupposti di quella rinascita: la centralità dell’interpretazione, il rifiuto della versione definitiva, l’idea del concerto come luogo di trasformazione continua. In questo senso, il periodo 1988–1994 non è un prologo imperfetto, ma la base strutturale su cui si reggerà l’intero progetto del Never Ending Tour.

1995–1996: il NET come laboratorio interpretativo e svolta estetica

Tra il 1995 e il 1996 il Never Ending Tour entra in una fase decisiva, spesso sottovalutata ma centrale per comprendere la seconda vita artistica di Bob Dylan. È qui che il tour smette definitivamente di essere un gesto difensivo o una pratica di resistenza e diventa un vero laboratorio interpretativo. Dylan non usa più il palco per respingere il proprio passato, ma per rileggerlo, scomporlo e, soprattutto, renderlo ambiguo. Le canzoni iniziano a vivere di ombre, di pause, di accenti spostati, come se il senso non fosse più affidato alla struttura ma al modo in cui le parole vengono fatte emergere e subito sottratte.

Il cambiamento è evidente nel rapporto con il tempo. I brani rallentano, si appesantiscono, acquistano una gravità quasi spettrale. Dylan canta spesso dietro il beat, scivola sulle sillabe, spezza i versi in modo imprevedibile. La voce non è più uno strumento di attacco, ma di scavo. È una voce stanca, segnata, ma proprio per questo più credibile, capace di trasformare canzoni storicamente “giovani” in racconti di disincanto. Tangled Up in Blue, Desolation Row o It’s All Over Now, Baby Blue smettono di essere narrazioni lineari e diventano paesaggi interiori, attraversati da una malinconia senza centro.

In questi anni il NET anticipa chiaramente l’estetica che troverà piena forma in Time Out of Mind. Il live diventa il luogo in cui Dylan sperimenta un’idea di musica notturna, crepuscolare, lontana da qualsiasi enfasi rock. La band accompagna più che sostenere, costruendo trame sobrie, spesso minimali, che lasciano spazio alla voce e alle sue fratture. È una musica che non cerca l’applauso immediato, ma una forma di ascolto più profonda, quasi inquieta. Il pubblico è chiamato a seguire, non a riconoscere. Ed è proprio in questa richiesta implicita che il Never Ending Tour acquista una nuova legittimità artistica.

1997: consacrazione e ambiguità, fino a Bologna

Il 1997 rappresenta un anno di svolta simbolica e reale per il Never Ending Tour. Da un lato, Dylan attraversa una crisi personale e fisica profonda, culminata con il ricovero per istoplasmosi, che mette seriamente in discussione la prosecuzione del tour stesso. Dall’altro, proprio da questa fragilità nasce una rinnovata intensità espressiva. Quando Dylan torna sul palco, la sua presenza è diversa: più raccolta, più scarna, ma anche più autorevole. Le performance di questo periodo sono cariche di una tensione trattenuta, come se ogni concerto fosse una prova di resistenza non solo artistica, ma esistenziale.

È in questo contesto che si colloca il concerto di Bologna, in occasione dell’incontro con Papa Giovanni Paolo II. Un evento apparentemente anomalo, che molti hanno letto come una contraddizione o un’operazione di facciata. In realtà, la presenza di Dylan a Bologna va interpretata come un’ulteriore dimostrazione della sua irriducibilità. Dylan non si adegua al contesto, non ammorbidisce il proprio linguaggio, non cerca una riconciliazione simbolica. Porta sul palco Knockin’ on Heaven’s Door, ma lo fa svuotandolo di ogni retorica, trasformandolo in una preghiera laica, fragile, sospesa.

Il concerto di Bologna non segna una chiusura, ma una soglia. Il Never Ending Tour, arrivato fin lì, dimostra di poter attraversare qualsiasi contesto senza perdere la propria identità. Dylan non diventa istituzionale, semmai è l’istituzione che viene costretta a confrontarsi con la sua opacità. Subito dopo Bologna, il NET proseguirà con una rinnovata coerenza, alimentata dall’uscita di Time Out of Mind, che darà finalmente una cornice discografica a quanto il palco aveva già anticipato per anni. Ma è tra il 1995 e il 1997 che il tour trova la sua forma matura: non come sequenza di concerti, ma come pratica continua di ridefinizione del senso, in cui ogni esecuzione è un atto provvisorio, necessario e irripetibile.

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