Il sodalizio tra Bob Dylan and The Band
Le collaborazioni tra Bob Dylan & The Band
Il rapporto tra Bob Dylan e The Band non si lascia ridurre a una semplice collaborazione tra un solista e un gruppo di supporto. È piuttosto un lungo processo di osmosi artistica, sviluppatosi nell’arco di quasi un decennio e riaffiorato più volte anche negli anni successivi, in cui linguaggi, immaginari e posture espressive finiscono per contaminarsi a vicenda. Un sodalizio intermittente ma decisivo, che accompagna Dylan in alcuni dei momenti più delicati e strategici della sua carriera e che, allo stesso tempo, contribuisce in modo determinante alla definizione dell’identità di The Band. L’inizio va collocato tra il 1965 e il 1966, quando il gruppo opera ancora sotto il nome di The Hawks ed è reduce da una lunga esperienza come band di accompagnamento di Ronnie Hawkins.
Presero parte alle sessions newyorkesi di Blonde on Blonde, settimo lavoro in studio e primo doppio per il cantautore americano. Robbie Robertson, Levon Helm, Richard Manuel, Rick Danko e Garth Hudson, i cinque membri effettivi di The Band lavorano a diversi brani, ma queste versioni non saranno quelle che troveranno spazio tra i solchi del disco che conclude la trilogia elettrica di Dylan. Tra le confuse note di chi prese parte alle sessioni in studio, viene citato Rick Danko al basso e Robbie Robertson alla chitarra. Robertson infatti oltre a suonare durante le sessioni newyorkesi sarà l’unico elemento che parteciperà alla realizzazione di Blonde on Blonde, in quel di Nashville. Il chitarrista suona infatti in tre dischi in studio con Dylan: nel già citato Blonde on Blonde, in Planet Waves del 1974, in The Basement Tapes, album registrato tra il 1967 e il 1968. Più significativa la collaborazione tra il gruppo e Dylan per quanto concerne le esibizioni dal vivo. Due tour come quello del 1966 e il ritorno sulle scene del 1974. Dopo il 1966 The Hawks prenderanno la denominazione di The Band e pubblicheranno il loro primo disco in studio, Music from Big Pink, pubblicato durante l’estate del 1968. Il lavoro vede la copertina realizzata da Dylan che firma anche tre brani, uno scritto in solitaria, I Shall Be Released e due firmati a quattro mani con Richard Manuel e Rick Danko. Di fatto questa è la prima collaborazione in studio tra Bob Dylan e The Band nel loro organico completo, fatta esclusione per i Basement Tapes, che come tutti sanno non vennero registrati in un vero e proprio studio professionale di incisione.
Una nuova collaborazione in studio arriverà con Cahoots, quarto lavoro per The Band, dove spicca tra le composizioni, la notevole When I Paint My Masterpiece di Dylan, che di fatto sarà anche l’ultimo brano inciso dalla formazione classica di The Band, fino al ritorno del 1993 con Jericho. Per l’ottavo disco, realizzato dai tre superstiti: Danko, Helm e Hudson, viene scelto il brano Blind Willie McTell, che Dylan aveva composto nel 1983 ma scartato da Infidels, salvo poi pubblicarlo su The Bootleg Series Vol. 1-3, del 1991. Danko, Helm e Hudson torneranno a incidere ancora un brano di Dylan per il nono lavoro, High on the Hog del 1996, che vede la presenza di Forever Young. Si tratta del penultimo disco di The Band, visto che il successivo Jubilation del 1998 sarà il loro ultimo album.
Cinque grandi musicisti chiamati The BandLa cifra stilistica del gruppo, il cui materiale originale è composto soprattutto dal chitarrista Robbie Robertson, consiste in una sorta di zibaldone di tutto quanto di leggendario l'America abbia mai prodotto, un condensato antologico di miti musicali (folk, country, blues, bluegrass, gospel, soul), storici (la frontiera, le prime ferrovie, la guerra di secessione), geografici (le pianure, le catene montuose, le foreste), folkloristici (i medicine shows, i saloon, i predicatori itineranti) e religiosi (i valori della Bibbia, gli inni metodisti, le piccole chiese di provincia). Più che un gruppo rock si possono considerare una piccola "orchestra acustica", il cui asso nella manica è costituito dalle straordinarie polifonie vocali con cui vengono colorati i brani, sempre saldamente radicati nella tradizione musicale del Nuovo Continente (anticipando il trend del roots rock).
L'anima e il suono della band ruotano attorno alla batteria e al basso di Levon Helm e di Rick Danko, che assieme a Richard Manuel sono le tre voci principali dell'ensamble. Il talento di Helm che compone una batteria allo stesso tempo precisa, tuonante ed evocativa, quanto solenne, viene supportato dalle tastiere di Garth Hudson, il più preparato e maturo a livello musicale tra i cinque talentuosi musicisti. Robbie Robertson pur non avendo spiccate doti vocali, riuscirà a scrivere e a tirare fuori un cospicuo numero di brani memorabili che consentiranno a The Band di entrare nella storia del rock, in un momento in cui, chi più chi meno, stava componendo brani leggendari e che sarebbero stati tramandati ai posteri.
La cosa più originale che The Band porta in dote al rock del 1968 è questa capacità di raccontare un presente letto con gli occhi del passato; un'atmosfera che odora forte di vecchio west, cowboy e indiani, di Grande Depressione e ampi spazi aperti, senso di appartenenza e anelito all'evasione. Nulla avrebbe lasciato pensare a un affresco così nitido, da ascoltare prima di essere assimilato. C'erano le premesse, c'era il background. Bob Dylan aveva già preparato la strada col quel capolavoro di sintesi che risponde al nome di "John Wesley Harding", pubblicato il 27 dicembre 1967.
In Music From Big Pink (1968) c'è un collettivo in assoluta confidenza con i propri mezzi tecnici, con tutti i diversi linguaggi musicali imparati nel tempo (country, folk, blues, gospel, rock, soul, r’n’b), con una scrittura matura. Undici pezzi che vanno dritti al cuore, che commuovono per semplicità, sincerità e immediatezza. Il dialogo, l'onestà di saper mettere in discussione le proprie radici si dimostra impegno populista che, alla lunga, finirà per influenzare molti altri musicisti. Si tratta di quel Grande Suono Americano che qui prende forma in modo quasi definitivo. Un vero e proprio libro da giovani antenati il quale ha come incipit l'amarezza di "Tears Of Rage", primo paragrafo della storia, con Dylan co-autore. L'elemento che spicca maggiormente in questo frangente è la chitarra elettrica di Robbie filtrata attraverso uno speaker Leslie che ne altera il suono, il tappeto d'organo di Garth e lo splendido lavoro di batteria di Levon, uno dei più grandi e sottovalutati batteristi di sempre. La voce di Manuel, a metà strada tra sentimentalismo e depressione da "grande freddo", inizia a inquadrare un conflitto padre-figlio.
Ma le vere perle sono a mio parere altre: due composte da Bob Dylan (in collaborazione con Danko, in un caso) e l'altra firmata al 100% da The Band. Si tratta di This Wheel's On Fire, I Shall Be Released e The Weight. Con The Weight The Band entra di fatto nella storia del rock anni Sessanta e sarà una canzone destinata a diventare un autentico classico, così tanto citato e coverizzato da essere arrivato intatto fino ai giorni nostri.
Sul fronte live la collaborazione tra Bob Dylan e The Band è ancora più corposa, visto che oltre a Before the Flood, live del tour del 1974 e a Rock of Ages del 1972, che vede la presenza di Dylan in più tracce, verranno successivamente pubblicati, attraverso The Bootleg Series, tre volumi, uno di testimonianze in studio (The Basement Tapes Raw – The Bootleg Series 11) e due live del 1966 e del 1969, rispettivamente registrati al Manchester Free Trade Hall e all’Isola di Wight, dove si tenne il famoso festival musicale a cui Dylan prese parte. The Band sono inoltre accreditati anche su Self Portrait, il doppio album pubblicato da Dylan per Columbia Records il 7 giugno 1970. Un sodalizio artistico duplice, quello che vede protagonisti Bob Dylan & The Band, fino a culminare con l’esibizione contenuta su The Last Waltz pubblicato nel 1978 e che contiene le esibizioni effettuate due anni prima durante la serata del Thanksgiving Day. Ad oggi è considerata da critici e appassionati come il sodalizio artistico più ricco e longevo tra Bob Dylan e qualsiasi altra formazione di musicisti, per ragioni di importanza storica e di qualità artistica.
Conclusione
Negli ultimi anni, il sodalizio tra Bob Dylan e The Band è tornato al centro dell’attenzione anche per ragioni extramusicali, legate alla progressiva scomparsa dei protagonisti di quella stagione irripetibile. Il 9 agosto 2023 si è spento Robbie Robertson, dopo una lunga malattia, lasciando come ultimo lavoro la colonna sonora di Killers of the Flower Moon, film diretto da Martin Scorsese e uscito nelle sale nell’autunno dello stesso anno. Il 21 gennaio 2025 è venuto a mancare anche Garth Hudson, ultimo membro vivente della formazione originale, chiudendo definitivamente il cerchio storico di The Band.
Rileggere oggi il rapporto tra Dylan e The Band significa dunque misurarsi con uno dei sodalizi più ricchi e duraturi della musica del Novecento, non solo per continuità temporale ma per profondità artistica. Un rapporto mai stabilizzato, fatto di avvicinamenti e distanze, di collaborazioni intense e di lunghi silenzi, che proprio per questo ha saputo produrre alcune delle pagine più influenti della storia del rock, sia in studio che dal vivo.
Per chi desideri approfondire ulteriormente questa relazione, restano fondamentali Testimony, l’autobiografia di Robbie Robertson, e Un sottile, selvaggio suono mercuriale di Daryl Sanders, dedicato alle sessioni di Blonde on Blonde, due testi che contribuiscono a restituire il contesto umano e creativo in cui questo sodalizio ha preso forma.
Questo articolo è dedicato alla memoria di The Band, una delle più grandi formazioni rock di tutti i tempi, e al gruppo di musicisti che più di ogni altro ha accompagnato Bob Dylan in alcune delle fasi più decisive del suo percorso artistico.
Testi a cura di Dario Greco




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