I chitarristi più importanti di Bob Dylan

I chitarristi più importanti che hanno collaborato con Bob Dylan tra il 1962 e il 1989, dagli esordi acustici fino alle produzioni con Daniel Lanois e i tour con i Grateful Dead. Da Bruce Langhorne a Mark Knopfler, da Mick Taylor a Mike Campbell, ecco a voi il viaggio tra nomi leggendari, dischi fondamentali e l’evoluzione del suono di una carriera never ending.


Introduzione. Affrontare il tema dei chitarristi più importanti di Bob Dylan dagli esordi fino al 1989 significa entrare nel cuore operativo della sua musica, osservandone l’evoluzione non attraverso le categorie critiche o le narrazioni mitologiche che spesso accompagnano la sua figura, ma attraverso il lavoro concreto svolto da musicisti specifici in momenti altrettanto specifici della sua carriera. Dylan non è mai stato un chitarrista “virtuoso” nel senso tradizionale del termine, né ha mai concepito la chitarra come uno strumento esibito o centrale sul piano tecnico. Proprio per questo, la presenza di chitarristi esterni assume un valore decisivo: ogni volta che Dylan affida a qualcun altro una parte sostanziale del proprio suono, lo fa perché sta cercando una direzione precisa, un colore, una postura musicale che da solo non intende – o non può – sostenere.

Il periodo che va dai primi anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta copre una fase straordinariamente densa della discografia dylaniana. In poco più di venticinque anni Dylan attraversa il folk revival, l’elettrificazione del rock, la stagione del country-rock, il ritorno alla dimensione collettiva con The Band, la fase teatrale della Rolling Thunder Revue, l’esplorazione di formati più complessi e orchestrali alla fine degli anni Settanta, la svolta religiosa e infine una lunga fase di transizione che culmina nel recupero di una forte identità sonora con Oh, Mercy nel 1989. In ciascuna di queste fasi, il ruolo dei chitarristi non è accessorio ma strutturale.

Parlare dei chitarristi “più importanti” non significa elencare tutti quelli che hanno suonato con Dylan, né stilare un catalogo esaustivo di session man. Al contrario, implica una selezione rigorosa basata su criteri chiari: incidenza sul suono complessivo dei dischi, continuità della collaborazione, ruolo nel definire l’identità musicale di un periodo, rilevanza nelle esibizioni dal vivo. In questo senso, figure come Mike Bloomfield, Robbie Robertson, Mick Ronson e Mark Knopfler non sono intercambiabili né sovrapponibili. Ognuno di loro rappresenta una fase distinta e riconoscibile della musica di Dylan, contribuendo in modo determinante a orientarne il percorso.

Un altro elemento essenziale è la distinzione tra lavoro in studio e attività dal vivo. Dylan ha sempre concepito questi due ambiti come spazi separati, con regole e obiettivi differenti. In studio tende spesso al controllo, alla sottrazione o, al contrario, a una densità calcolata; dal vivo accetta trasformazioni radicali, riarrangiamenti, talvolta veri e propri stravolgimenti delle canzoni. Anche per questo motivo alcuni chitarristi assumono un ruolo centrale soprattutto sul palco, mentre altri incidono in modo decisivo sul suono dei dischi senza diventare presenze costanti nei tour.

Infine, il termine di questo percorso, fissato nel 1989, non è arbitrario. Oh, Mercy, prodotto da Daniel Lanois, rappresenta una cesura netta rispetto alla produzione immediatamente precedente, mentre le esperienze dal vivo con i Grateful Dead e l’avvio del Never Ending Tour segnano un nuovo modo di concepire il rapporto tra Dylan e la sua band. Arrivare a questo punto consente di chiudere un ciclo storico coerente, prima di un’ulteriore ridefinizione del suo linguaggio musicale negli anni Novanta.

1962–1967 Dalle incisioni solitarie all’elettrificazione del suono

Nei primi anni della carriera discografica di Bob Dylan, tra il 1962 e il 1964, la questione dei chitarristi sembra apparentemente marginale. Album come Bob Dylan, The Freewheelin’ Bob Dylan e The Times They Are A-Changin’ sono costruiti quasi interamente sulla performance solitaria dell’autore, che si accompagna con chitarra acustica e armonica. In questa fase Dylan controlla ogni aspetto dell’esecuzione strumentale, scegliendo deliberatamente una forma essenziale che privilegia il testo e la linea melodica. Tuttavia, già in questi anni, il suo ascolto si allarga ben oltre i confini del folk tradizionale, includendo blues elettrico, rock’n’roll e country.

Il primo vero punto di svolta arriva con Bringing It All Back Home (1965). Per la prima volta Dylan registra un album che alterna brani acustici a brani elettrici, affidandosi a una band di supporto. Tra i musicisti coinvolti figura Bruce Langhorne, chitarrista versatile e sensibile, il cui contributo è spesso sottovalutato. Langhorne non impone uno stile riconoscibile in senso virtuosistico, ma lavora per sottrazione, adattandosi alle strutture irregolari delle canzoni. Il suo ruolo è particolarmente significativo perché segna l’inizio di una nuova modalità di lavoro: Dylan non è più solo, ma guida un gruppo.

Il passaggio successivo, Highway 61 Revisited, segna l’ingresso di Mike Bloomfield, chitarrista blues proveniente dalla scena di Chicago. Bloomfield rappresenta un cambiamento radicale: il suo suono è aggressivo, diretto, profondamente radicato nel blues elettrico. In brani come Like a Rolling Stone e Tombstone Blues, la chitarra non accompagna semplicemente la voce, ma diventa parte integrante della costruzione ritmica e narrativa. Bloomfield non si limita a seguire Dylan, ma interagisce con lui, contribuendo a definire uno dei momenti più influenti della storia del rock.

Con Blonde on Blonde (1966), Dylan amplia ulteriormente l’organico. Le sessioni, svolte in gran parte a Nashville, coinvolgono diversi chitarristi, tra cui Robbie Robertson, Charlie McCoy, Joe South e Wayne Moss. Il risultato è un suono stratificato, complesso, in cui le chitarre svolgono funzioni diverse: ritmica, ornamentale, talvolta quasi orchestrale. Robertson, in particolare, si distingue per la capacità di rafforzare la struttura dei brani senza appesantirli, anticipando un sodalizio che diventerà centrale negli anni successivi.

Il periodo si conclude con John Wesley Harding (1967), un album che segna una brusca inversione di rotta. Dylan riduce drasticamente l’organico, privilegiando un suono asciutto e minimale. La chitarra elettrica cede il passo a strumenti come la pedal steel di Pete Drake, mentre la scrittura si fa più concentrata e allusiva. Questa scelta non rappresenta un arretramento, ma una ridefinizione delle priorità musicali, che prepara il terreno per le successive trasformazioni.

Il ritorno di The Band e il ruolo centrale di Robbie Robertson (1974)

Dopo diversi anni caratterizzati da esperienze eterogenee e da un progressivo allontanamento dalle grandi tournée, Bob Dylan torna a confrontarsi in modo diretto con il pubblico nel 1974, riunendosi con The Band per una serie di concerti che segneranno un momento cruciale della sua carriera. Questo ritorno non è soltanto un evento mediatico, ma rappresenta una scelta musicale precisa, fondata sulla volontà di recuperare una dimensione collettiva stabile e strutturata.

Robbie Robertson, chitarrista principale di The Band, assume in questo contesto un ruolo di primo piano. A differenza di altri chitarristi che avevano accompagnato Dylan in passato, Robertson non è un semplice session man, ma un musicista con una forte identità compositiva e un senso profondo dell’arrangiamento. Il suo stile, basato su un uso misurato della chitarra elettrica, privilegia la chiarezza delle linee melodiche e la solidità ritmica, evitando qualsiasi forma di esibizionismo.

L’album Planet Waves (1974), registrato con The Band, testimonia questa nuova fase. Le chitarre di Robertson contribuiscono a creare un suono compatto, organico, in cui ogni strumento trova il proprio spazio. Brani come Forever Young e Going, Going, Gone mostrano come la chitarra lavori al servizio della canzone, rafforzandone la struttura senza sovrastarla. Questo approccio si rivela particolarmente efficace nel contesto del tour che segue, documentato dal live Before the Flood.

Dal vivo, la collaborazione tra Dylan e Robertson raggiunge un livello di intensità notevole. Le canzoni vengono rielaborate in chiave più energica, con arrangiamenti che valorizzano il dialogo tra voce e chitarra. Robertson funge da punto di equilibrio tra l’imprevedibilità di Dylan e la coesione della band, garantendo una solidità sonora che consente al repertorio di reggere l’impatto di grandi arene.

Questo periodo segna uno dei momenti più coerenti e musicalmente riusciti della carriera dylaniana degli anni Settanta. Il ruolo di Robertson è centrale non solo per la qualità delle esecuzioni, ma per la capacità di fornire a Dylan un contesto stabile in cui muoversi con libertà. È una collaborazione fondata sulla fiducia reciproca e sulla condivisione di una visione musicale comune.

La Rolling Thunder Revue e la collaborazione con Mick Ronson

Nel 1975 Bob Dylan avvia uno dei progetti più singolari della sua carriera: la Rolling Thunder Revue. A differenza del tour con The Band, questa esperienza è caratterizzata da una struttura fluida, quasi itinerante, che privilegia teatri di dimensioni medio-piccole e un’atmosfera informale. Dal punto di vista musicale, la Rolling Thunder Revue rappresenta una svolta significativa, anche grazie alla presenza di Mick Ronson.

Ronson, noto soprattutto per il suo lavoro con David Bowie durante il periodo di Ziggy Stardust, porta con sé un bagaglio stilistico molto diverso da quello dei chitarristi precedenti. Il suo approccio è più teatrale, più diretto, con un uso marcato della chitarra elettrica come strumento di impatto. In questo contesto, la chitarra assume un ruolo più visibile, contribuendo a rendere le esecuzioni dal vivo più aggressive e dinamiche.

Durante la Rolling Thunder Revue, Ronson non si limita a suonare: partecipa attivamente alla costruzione degli arrangiamenti, lavorando a stretto contatto con Dylan. Brani come Hurricane e Isis beneficiano di questa energia nuova, che si traduce in versioni dal vivo spesso più incisive di quelle in studio. Ronson riesce a coniugare precisione e forza espressiva, adattandosi alle continue variazioni imposte da Dylan.

La collaborazione tra Dylan e Ronson non si esaurisce sul palco. Ronson contribuisce anche alle sessioni di Desire (1976), sebbene il suo ruolo sia meno evidente rispetto alle esibizioni live. Ciò che rende questa fase particolarmente significativa è la capacità di Ronson di amplificare la dimensione performativa di Dylan, senza snaturarne l’identità. La chitarra diventa uno strumento di rilancio, non di controllo.

Con la conclusione della Rolling Thunder Revue, Dylan chiude una parentesi fondamentale della sua carriera, caratterizzata da una forte componente collettiva e da una rinnovata attenzione alla dimensione dal vivo. Il contributo di Mick Ronson rimane uno degli esempi più chiari di come un chitarrista possa influenzare profondamente il modo in cui Dylan presenta le proprie canzoni, senza modificarne l’essenza.

Street-Legal, la stagione gospel e il ruolo di Fred Tackett, Mark Knopfler e Mick Taylor

Alla fine degli anni Settanta Bob Dylan entra in una fase di profonda trasformazione, sia sul piano personale sia su quello musicale. Street-Legal (1978) rappresenta un passaggio cruciale, spesso trascurato o frainteso, ma fondamentale per comprendere l’evoluzione del suo rapporto con la chitarra e con i chitarristi che lo affiancano. Il disco segna l’abbandono del formato essenziale della Rolling Thunder Revue a favore di un suono più complesso, caratterizzato dalla presenza di cori femminili, fiati e arrangiamenti stratificati. In questo contesto, la chitarra non è più al centro della scena, ma svolge una funzione di integrazione e sostegno all’architettura complessiva.

Il chitarrista più rappresentativo di Street-Legal è Fred Tackett, musicista proveniente dai Little Feat, dotato di una notevole versatilità tecnica e stilistica. Tackett non impone una cifra riconoscibile in senso stretto, ma lavora in modo funzionale, adattandosi a un impianto sonoro che privilegia l’insieme rispetto al singolo strumento. Il suo contributo diventa ancora più rilevante negli anni immediatamente successivi, quando Dylan intraprende la cosiddetta “trilogia gospel”.

Con Slow Train Coming (1979) Dylan affida la produzione a Jerry Wexler e Barry Beckett, scegliendo di lavorare con musicisti legati all’ambiente Muscle Shoals. In questo contesto entra in scena Mark Knopfler, già noto come leader dei Dire Straits. La sua presenza rappresenta una svolta significativa. Knopfler porta con sé un approccio estremamente controllato, basato su un fraseggio pulito, su un uso misurato del plettro e su una grande attenzione alle dinamiche. La sua chitarra è immediatamente riconoscibile, ma non invadente, e contribuisce in modo decisivo alla definizione del suono del disco.

Brani come Gotta Serve Somebody mostrano chiaramente il ruolo della chitarra di Knopfler: non decorativa, non aggressiva, ma strutturante. Il Grammy vinto dal brano nel 1980 testimonia anche il successo di questa scelta produttiva. Knopfler partecipa inoltre al tour e lascia un’impronta che va oltre il singolo disco, dimostrando come Dylan, in questa fase, sia disposto ad affidarsi a musicisti fortemente caratterizzati per dare coerenza a un progetto complesso.

Il periodo si conclude con Shot of Love (1981), album più irregolare ma significativo per la presenza di un ulteriore chitarrista di rilievo: Mick Taylor. Ex membro dei Rolling Stones, Taylor porta un suono più lirico e disteso, radicato nel blues ma aperto a soluzioni melodiche ampie. La sua presenza, accanto a quella di Tackett e di altri chitarristi come Danny Kortchmar, contribuisce a creare un mosaico sonoro eterogeneo, riflesso di una fase ancora in cerca di stabilità. In questo triennio, Dylan sperimenta modelli diversi, e la chitarra diventa il luogo in cui queste sperimentazioni trovano una prima, concreta traduzione sonora.

Mike Campbell e il sodalizio con Tom Petty and The Heartbreakers (1985-1987)

La metà degli anni Ottanta rappresenta uno dei momenti più complessi della carriera di Bob Dylan. Dopo la conclusione della fase gospel, il cantautore attraversa un periodo di incertezza artistica, segnato da dischi diseguali e da una ricerca ancora irrisolta di una nuova direzione. In questo contesto, la collaborazione con Tom Petty and The Heartbreakers assume un ruolo centrale, soprattutto sul piano delle esibizioni dal vivo.

Mike Campbell, chitarrista degli Heartbreakers, diventa una figura chiave di questo periodo. Il suo stile, basato su un rock essenziale, diretto e fortemente ancorato alla tradizione americana, si rivela particolarmente adatto a sostenere il repertorio di Dylan in una fase di transizione. Campbell non è un chitarrista virtuosistico, ma possiede un senso straordinario della forma-canzone e una grande capacità di adattamento.

Il tour del 1986, noto come True Confessions Tour, vede Dylan affiancato stabilmente dagli Heartbreakers. Sul palco, la chitarra di Campbell fornisce una struttura solida e riconoscibile, permettendo a Dylan di muoversi con maggiore libertà interpretativa. Questa collaborazione prosegue nel Temples in Flames Tour del 1987, consolidando un rapporto che va oltre il semplice accompagnamento.

Dal punto di vista discografico, l’apporto di Campbell si avverte in Empire Burlesque (1985) e soprattutto in Knocked Out Loaded (1986). Sebbene questi album siano spesso considerati minori, la presenza di musicisti come Campbell e Benmont Tench contribuisce a mantenere un livello professionale elevato. Campbell partecipa anche alla scrittura di Got My Mind Made Up, a testimonianza di un coinvolgimento che supera il ruolo di turnista.

Ciò che rende significativo questo periodo non è tanto la qualità dei dischi in sé, quanto l’importanza della dimensione live. Con gli Heartbreakers, Dylan ritrova una continuità esecutiva che gli era mancata negli anni precedenti. La chitarra di Campbell diventa un punto di riferimento costante, una base affidabile su cui ricostruire un rapporto più stabile con il pubblico. Questa esperienza prepara il terreno per la successiva fase di rilancio artistico.

I Grateful Dead dal vivo e Daniel Lanois in studio (1988-1989)

Il biennio 1988–1989 segna una svolta decisiva nella carriera di Bob Dylan, ponendo le basi per una nuova fase di stabilità e coerenza. Dal vivo, Dylan avvia una collaborazione con i Grateful Dead che, pur breve, risulta estremamente significativa. I concerti con la band californiana e il successivo album Dylan & the Dead (1989) mostrano un approccio radicalmente diverso al repertorio.

Con i Grateful Dead, la chitarra assume una dimensione collettiva e fluida. Jerry Garcia non si impone come solista dominante, ma partecipa a una trama musicale aperta, in cui le canzoni di Dylan vengono rilette attraverso strutture più dilatate. Questo confronto costringe Dylan a rimettere in discussione il proprio rapporto con il tempo, con la forma e con l’improvvisazione. Anche se il risultato discografico è stato accolto in modo contrastante, l’esperienza ha un valore formativo indiscutibile.

Parallelamente, Dylan lavora in studio con Daniel Lanois alla realizzazione di Oh, Mercy (1989). Lanois non è soltanto un produttore, ma un musicista con una visione sonora precisa. La sua attenzione ai dettagli, agli spazi e alle atmosfere consente a Dylan di ritrovare una coerenza che sembrava smarrita. In questo contesto, la chitarra non è protagonista in senso tradizionale, ma diventa parte integrante di un paesaggio sonoro controllato e coerente.

I chitarristi coinvolti nelle sessioni lavorano sotto una direzione rigorosa, privilegiando timbri e texture rispetto al fraseggio individuale. Brani come Most of the Time e Man in the Long Black Coat mostrano un uso della chitarra sobrio ed efficace, perfettamente integrato nell’estetica del disco. Oh, Mercy viene accolto come un ritorno alla forma e segna la fine di un lungo periodo di incertezza.

Con la conclusione di questo biennio, Dylan chiude un arco storico iniziato più di venticinque anni prima. Le esperienze con i Grateful Dead e con Lanois rappresentano due modalità opposte ma complementari di intendere la chitarra: apertura totale dal vivo, controllo assoluto in studio. È su questo equilibrio che si fonda la fase successiva della sua carriera.

Conclusione

La storia dei chitarristi di Bob Dylan dagli esordi fino al 1989 racconta un’evoluzione complessa e articolata, in cui ogni collaboratore ha contribuito a definire non solo il suono di singoli dischi, ma l’intero arco creativo del cantautore. Dalla solitudine acustica dei primi anni Sessanta, con Dylan capace di suonare da solo chitarra e armonica, si passa rapidamente all’inserimento di musicisti di spessore come Bruce Langhorne, Mike Bloomfield e Robbie Robertson, figure che hanno introdotto nuove sonorità e aperto la strada all’elettrificazione della sua musica. Ogni chitarrista ha portato con sé un approccio personale, influenzando l’architettura dei brani, il timbro e la dinamica complessiva, senza mai oscurare la cifra stilistica di Dylan, ma arricchendola.

Negli anni Settanta la presenza di musicisti come Eric Weissberg, Eric Clapton, Billy Cross e Steven Soles ha permesso a Dylan di sperimentare, dai ritorni con The Band fino ai tour della Rolling Thunder Revue, con una molteplicità di chitarre che spaziava dal blues al folk, dal rock alla melodia più elaborata. Le collaborazioni con Mark Knopfler e Mick Taylor tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta hanno ulteriormente raffinato il suono, introducendo un fraseggio calibrato e dinamiche rare nella discografia dylaniana, mentre la partnership con Fred Tackett ha mostrato come la chitarra potesse integrarsi in arrangiamenti complessi senza perdere coerenza.

La metà degli anni Ottanta, segnata dai tour con Tom Petty and The Heartbreakers e dal contributo di Mike Campbell, ha evidenziato il ruolo della chitarra come elemento strutturale fondamentale nel live. Qui il chitarrista non solo accompagna, ma definisce la tenuta sonora del concerto, permettendo a Dylan di sperimentare nuove interpretazioni e di recuperare continuità esecutiva, anche in un periodo segnato da dischi meno uniformi. L’ultimo arco temporale considerato, 1988–1989, porta con sé due esperienze opposte ma complementari: la libertà improvvisativa dei Grateful Dead dal vivo e la precisione controllata di Daniel Lanois in studio per Oh, Mercy. In entrambe le situazioni la chitarra assume ruoli diversi, ma sempre determinanti per la riuscita dell’opera complessiva, dimostrando la capacità di Dylan di modellare il proprio suono attorno ai collaboratori.

Osservando l’intero arco temporale, è evidente come la storia dei chitarristi di Dylan non sia mai stata una semplice successione di turnisti. Ogni musicista ha contribuito a plasmare l’evoluzione del suono, a guidare scelte stilistiche e produttive e a creare dinamiche musicali inedite. La sua carriera dal 1962 al 1989 mostra una continua tensione tra solitudine artistica e collaborazione, tra autonomia compositiva e dialogo con la band, in cui la chitarra ha sempre svolto un ruolo centrale, seppur declinato in forme e funzioni diverse.

In sintesi, il percorso dei chitarristi di Dylan rappresenta un filo conduttore essenziale per comprendere la sua musica: non un mero accompagnamento, ma una vera e propria rete di relazioni sonore che ha permesso al cantautore di evolversi e sperimentare per oltre venticinque anni, passando dai primi accordi solitari ai tour con band di riferimento internazionale, fino a raggiungere il controllo creativo totale, pur mantenendo lo spirito collaborativo che ha caratterizzato le fasi cruciali della sua carriera.

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