The Times They Are A-Changin'

Sono passati oltre sessant'anni dall'uscita del disco capolavoro in questione e il cantautore nordamericano resta una figura irriducibile al proprio tempo: un autore che ha attraversato epoche, linguaggi e maschere senza mai farsi contenere da una sola definizione.


Prima che le parole si facciano slogan e che le canzoni vengano caricate di ruoli che spesso non hanno chiesto, conviene fermarsi un istante e osservare Bob Dylan nel punto esatto in cui si trova all’inizio degli anni Sessanta. Non è ancora il simbolo, non è il premio Nobel, non è nemmeno l’artista proteiforme che cambierà pelle a ogni stagione. È un ragazzo con una chitarra, una voce ruvida e una voracità culturale fuori scala, che assorbe tradizione, cronaca, Bibbia, folk e letteratura popolare senza distinguere troppo tra alto e basso.

In quel breve arco di tempo che separa l’esordio discografico dall’affermazione pubblica, Dylan si muove dentro un’America attraversata da tensioni irrisolte, dove la musica popolare diventa veicolo di identità, appartenenza e conflitto. Il folk revival non è solo un genere, ma un linguaggio condiviso, un campo di forze in cui ogni parola sembra portare con sé una responsabilità ulteriore. Dylan entra in questo spazio con naturalezza e con una sicurezza che, col senno di poi, appare quasi spaventosa.

Prima ancora di essere un autore “politico”, Dylan è un narratore del presente, uno che osserva e registra, spesso senza offrire soluzioni. La sua scrittura non nasce per rassicurare, ma per mettere a disagio, per costringere l’ascoltatore a fare i conti con ciò che preferirebbe ignorare. È da questa tensione originaria, ancora grezza e non mediata, che prende forma il disco che segna il suo primo vero punto di non ritorno storico e artistico destinato a pesare a lungo nel tempo.

Provate a immaginare la scena. Un giovane cantautore non ancora 23enne lancia le proprie invettive contro un cielo plumbeo, minaccioso, nefasto. Il terzo disco in studio di Bob Dylan risente fortemente del clima in cui gli Stati Uniti d'Americano erano piombati durante quel fatidico autunno del 1963. Il presidente Kennedy era stato assassinato appena sei settimane prima della pubblicazione di The Times They Are a-Changin' e il musicista che diede alle stampe il suo primo disco completamente autografo sente il peso e la responsabilità di un momento così drammatico, privo di speranza. Una premessa doverosa per un disco che ascoltato oggi manca un po’ del pathos e della leggerezza a cui Dylan ci ha abituati nel corso dei molti episodi maggiori della sua carriera.

Disco importante  per un artista poco più che ventenne, ma già in grado di incarnare, più di tutti, il senso dell'epoca che sta attraversando. Le registrazioni risalgono a un periodo che va dal 6 agosto al 31 ottobre 1963, motivo per cui il disco pur risentendo del clima politico e sociale di quel periodo non dovrebbe avere riferimenti diretti alla storia recente del Paese in cui è ambientato. Sono proprio i temi, i riferimenti biblici e il tono serio a creare un corto circuito di cui il giovane autore faticherà ad affrancarsi completamente per lunghissimo tempo. Ancora oggi in Italia e in Europa ci sono ambiti dove l'equivoco politico e politicizzato permangono e sono probabilmente uno dei motivi per cui i dischi e la musica di Bob Dylan sono ritenuti, a torto, materiale valido per una certa parte di utenza e di ascoltatori. Con questo non intendiamo dire che Dylan è un autore bipartisan o politicamente ambiguo, ma che non ha certo impostato la propria carriera artistica sull'impegno politico e partitico. Ugualmente c'è da dire che questo terzo disco risulta ancora oggi, dopo oltre 50 anni il lavoro più radicale e innodico per una generazione.

Se c’è un motivo per cui questo disco continua a generare letture contrastanti, è proprio la sua ostinata adesione a un tempo storico preciso, che Dylan non tenta mai davvero di mascherare. Qui l’autore non gioca ancora con le ambiguità identitarie che diventeranno il suo marchio, né si sottrae allo sguardo diretto dell’ascoltatore. Al contrario, ogni canzone sembra assumersi il compito di testimoniare, quasi con rigore documentario, una condizione collettiva fatta di colpa, responsabilità e attesa. È una scrittura che non lascia scampo, che non offre spiragli di evasione, e che per questo oggi può apparire più pesante rispetto ad altri momenti della sua discografia.

Questo eccesso di gravità è anche il limite emotivo del disco, ciò che lo rende meno frequentabile nella quotidianità, pur confermandone l’importanza storica. Dylan non è ancora l’autore ironico, sfuggente e contraddittorio che emergerà di lì a poco, ma un giovane uomo che prende sul serio ogni parola, ogni metafora, ogni riferimento. La sua voce, aspra e tesa, non cerca complicità ma adesione, come se l’ascoltatore fosse chiamato a condividere un peso più che un piacere. In questo senso, The Times They Are a-Changin’ è un album che chiede attenzione e dedizione, non distrazione.

Eppure, proprio questa rigidità formale e tematica spiega perché Dylan sentirà presto il bisogno di scartare di lato, di alleggerire il discorso, di introdurre ambiguità e gioco. Questo disco rappresenta il punto massimo di identificazione tra autore e ruolo pubblico, un’identificazione che diventerà presto insostenibile. Riascoltato oggi, non tanto come esperienza emotiva quanto come passaggio storico, resta una tappa necessaria per comprendere il movimento successivo: la fuga, consapevole e strategica, da ogni definizione univoca. È in questa tensione irrisolta, tra urgenza morale e futura evasione, che il disco conserva ancora oggi la sua funzione più autentica e rivelatrice per l’ascoltatore contemporaneo.

Non è servito il tempo e i molti riferimenti nella cultura di massa per rendere questo disco qualcosa di meno vincolato al momento storico in cui è stato realizzato e pubblicato. Eppure vi sono titoli e testi che potrebbero parlare di molte cose diverse. L'ambiguità dei testi di Dylan è leggendaria, ma questa volta, salvo casi isolati, appena poggiamo la puntina sul vinile ci scorre davanti un'istantanea dei primi anni sessanta. Il ché non è necessariamente un male, anche se preferiamo pensare a Dylan come a un autore universale, senza tempo, eterno. Dylan il profeta, l'autore che flagella la propria coscienza e che è più maturo rispetto ai suoi dati anagrafici. Un disco che però si fa fatica ad ascoltare per intero, a differenza del precedente The Freewheelin' o dei lavori che lo seguiranno. Resta questa immagine seria e alcune delle più azzeccate metafore mai enunciate da un cantante fino a quel momento. Ogni brano, sia esso di denuncia o di protesta, ha un senso ed è perfettamente a focus, eppure c'è qualcosa nell'inflessione della voce e nelle note di chitarra che fanno pensare a tematiche troppo serie per essere ascoltate in un normale giorno di pioggia, di sole e di vento di una timida primavera come quella che stiamo attraversando. 

“Sapevo esattamente cosa dire e a chi dirlo. Volevo scrivere un grande brano, una sorta di pezzo simbolo con versi brevi e concisi, accumulati in modo ipnotico l'uno sull'altro.”

"Venite scrittori e critici che profetizzate con le vostre penne e tenete gli occhi ben aperti, l'occasione non tornerà. E non parlate troppo presto perché la ruota sta ancora girando e non c'è nessuno che può dire chi sarà scelto. Il perdente adesso sarà il vincente di domani perché i tempi stanno cambiando."

Resta da dire della title track. Probabilmente una delle più famose canzoni di Bob Dylan. In molti ritengono che catturi lo spirito di sconvolgimento sociale e politico che ha caratterizzato gli anni '60. A chiudere il cerchio, confermando le tesi secondo cui Dylan è uno dei maggiori autori della sua generazione, ci penserà il monumentale brano Murder Most Foul, pubblicato come singolo nel 2020 e che farà poi parte del disco Rough and Rowdy Ways. Il brano tratta dell'assassinio del presidente John F. Kennedy nel contesto della più ampia storia politica e culturale americana. Come a dire che dopo quel fatidico 22 novembre 1963 qualcosa cambiò per sempre nelle vite di chi era presente. 

I tempi sono cambiati, nuovamente. Per completezza si consiglia di ascoltare i primi due volumi di The Bootleg Series 1-3, visto che molti outtakes di valore assoluto provengono proprio dalle sessions di The Times They Are a-Changin'. Chiude il disco un contenuto unicamente testuale. Si tratta del poema che si trova sul retro del vinile: 11 Outlined Epitaphs. Quasi a dire che il ragazzo avesse ancora delle cose da dire… oltre alla mitragliata di parole già contenute nelle sue dieci canzoni da consegnare alla Storia.

Considerazioni finali sull'opera

Guardato oggi, alla luce di sessant’anni di attività discografica ininterrotta, The Times They Are a-Changin’ occupa una posizione tanto centrale quanto problematica nel canone dylaniano. È uno dei primi snodi di una traiettoria che parte dall’esordio eponimo del 1962, ancora immerso nel repertorio tradizionale e nelle cover, passa per The Freewheelin’ Bob Dylan del 1963, dove emergono le prime crepe dell’autorialità moderna, e arriva rapidamente a una sequenza di dischi che nel giro di tre anni riscrivono le coordinate del folk e della canzone popolare: The Times They Are a-Changin’, Another Side of Bob Dylan, Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited. In questa prospettiva storica, il terzo album non è tanto un punto di arrivo quanto un nodo di tensione, una fotografia quasi troppo nitida di un momento che Dylan sentirà presto il bisogno di superare, smontare e persino contraddire. Se i dischi successivi apriranno alla molteplicità, all’ironia, all’ambiguità e alla frattura elettrica, qui tutto è ancora gravato da una missione dichiarata, da un’urgenza morale che oggi appare eccezionale proprio perché irripetibile. Sessant’anni dopo, questo disco non chiede più di essere preso come manifesto, ma come documento fondativo: il luogo in cui un autore giovanissimo ha accettato il peso del proprio tempo per poi liberarsene, disco dopo disco, canzone dopo canzone. È anche da questa rinuncia progressiva al ruolo di profeta che nasce il Dylan longevo, mobile e imprendibile che ancora oggi continua a registrare, pubblicare e riscrivere sé stesso.

The Times They Are A-Changin' è unl avoro importante e indispensabile, ma che raramente lascia spazio all'immaginazione e concede tregua rispetto a una rovina imminente. Tra le sue qualità troviamo la capacità di prevedere quel che accadrà 50 anni dopo. Non sempre la musica deve essere qualcosa di piacevole da ascoltare, quando ci sono dentro parole di questo valore assoluto. Uno dei dischi più ostici da ascoltare di Dylan, ma che vale comunque lo sforzo. Soprattutto in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo.


Testo a cura di Dario Greco

THE BOB DYLAN BLOG

Commenti

Post popolari in questo blog

I 60 anni di Highway 61 Revisited di Bob Dylan

Bob Dylan Desire (1976)

Il potere della parola: Bob Dylan a ruota libera