Tell Tale Signs: Rare and Unreleased
Tell Tale Signs: Rare and Unreleased 1989–2006
Pochi progetti archivistici hanno avuto l’impatto culturale della Bootleg Series di Dylan, nel panorama discografico attuale.
Nata nel 1991 anche come risposta ufficiale al mercato dei bootleg, la serie ha progressivamente modificato il modo stesso di guardare al materiale rimasto fuori dagli album. L’outtake ha smesso di essere soltanto uno scarto destinato a rimanere chiuso in un archivio: è diventato una parte possibile della storia dell’opera.
Quando il 6 ottobre 2008 uscì The Bootleg Series Vol. 8: Tell Tale Signs: Rare and Unreleased 1989–2006, questa trasformazione aveva ormai raggiunto un punto particolarmente significativo. Il volume raccontava quasi vent’anni di carriera, attraversando Oh Mercy, Good as I Been to You, World Gone Wrong, Time Out of Mind, “Love and Theft” e Modern Times, oltre a materiale destinato a colonne sonore e registrazioni dal vivo. Il disco costruiva una controstoria della produzione dylaniana fra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Duemila.
C’era poi un elemento che rendeva l’operazione ancora più particolare. Tell Tale Signs fu il primo volume della Bootleg Series proposto in tre configurazioni fisiche differenti: la versione standard a due CD, quella in vinile e soprattutto la Deluxe Edition a tre CD. È quest’ultima a rappresentare il vero oggetto del collezionismo e, con il tempo, una delle ragioni principali per cui il volume è diventato così importante. Il terzo disco aggiunge dodici tracce, tra cui Red River Shore, una Most of the Time radicalmente diversa e Duncan & Brady, che cambiano concretamente la percezione del periodo. Per chi voglia davvero comprendere il progetto, la Deluxe finisce per apparire quasi imprescindibile.
All’epoca la scelta commerciale fece discutere. La Deluxe costava parecchio di più rispetto alla versione standard e sembrava rivolta soprattutto al pubblico disposto a pagare per possedere tutto ciò che l’artista aveva deciso di lasciare fuori dai suoi dischi. Una contraddizione curiosa per una serie nata anche dalla necessità di sottrarre il materiale clandestino alla circolazione dei bootleg. E ancora più curiosa se si considera il contesto del 2008, quando il mercato fisico era già profondamente trasformato dalla rivoluzione digitale. Fu, in fondo, una dimostrazione di quanto quel materiale fosse ormai diventato parte integrante del valore del catalogo.
Perché il punto, alla fine, era quello che si trovava dentro quei dischi.
Il volume 8 arrivava in un momento in cui la carriera di Dylan era stata ormai riletta attraverso la categoria della rinascita. Oh Mercy aveva segnato il ritorno a una scrittura di grande intensità dopo gli anni più incerti, Time Out of Mind aveva trasformato il suo rapporto con il tempo, la memoria e la morte in una nuova forma di classicità, mentre “Love and Theft” e Modern Times avevano consolidato quella fase attraverso un rapporto sempre più consapevole con la tradizione americana.
Gli outtake raccontavano però una storia diversa e più articolata. Mostravano che quella cosiddetta rinascita non era stata un’improvvisa illuminazione, ma il risultato di una continuità di ricerca fatta di tentativi, deviazioni, ripensamenti, versioni provvisorie e cambiamenti radicali di arrangiamento. Le canzoni cambiavano pelle da una registrazione all’altra. A volte cambiavano atmosfera, altre volte sembravano quasi cambiare identità.
È soprattutto nelle sessioni di Oh Mercy che questo processo appare con maggiore evidenza. Le versioni di Most of the Time e Dignity presenti nella raccolta permettono di ascoltare composizioni che conosciamo attraverso la produzione di Daniel Lanois in una dimensione molto diversa: più asciutta, più esposta, spesso affidata alla voce, alla chitarra o al pianoforte. Il confronto permette di capire quanto possa cambiare una canzone quando viene spostato il suo ambiente sonoro, e quanto quella stessa canzone continui a funzionare anche privata di gran parte dell’apparato che l’ha resa riconoscibile.
Lanois aveva costruito intorno al cantautore un paesaggio fatto di riverberi, profondità, ombre e stratificazioni. La raccolta permette di guardare dietro quel paesaggio. E ciò che appare è una scrittura capace di esistere anche senza la produzione, una materia musicale capace di sopravvivere e di rivelarsi in forme diverse.
Poi arriva Red River Shore.
È difficile pensare a un’altra canzone capace di incarnare meglio il senso dell’intera raccolta. La ballata, lunga oltre sette minuti, proveniva dalle sessioni di Time Out of Mind e non era entrata nell’album del 1997. Quando venne pubblicata, sembrò immediatamente appartenere a quella categoria di canzoni che mettono in crisi il concetto stesso di scarto. Come era possibile che un brano di questa statura fosse rimasto fuori da un album considerato fra i più importanti della carriera tarda dell’artista?
La domanda non ha una risposta semplice. Ed è proprio questa difficoltà a rendere Red River Shore così significativa. La canzone interroga il rapporto fra album, outtake e opera. La storia della discografia dylaniana è piena di brani che avrebbero potuto occupare un posto diverso nella sua opera. Blind Willie McTell è diventato il precedente più evidente: una canzone rimasta fuori da Infidels e successivamente trasformata in uno dei simboli della profondità nascosta degli archivi dylaniani. Con Red River Shore il meccanismo torna a ripetersi, questa volta dentro una fase della carriera che nel 2008 era ancora relativamente recente.
Ma il volume vive anche della qualità complessiva del materiale. Mississippi compare in più versioni, mostrando quanto fosse mobile la costruzione di un brano poi finito su “Love and Theft”. Series of Dreams riapre una porta sulle sessioni di Oh Mercy. Dreamin’ of You restituisce un’altra prospettiva sul mondo di Time Out of Mind. Le registrazioni dal vivo e le altre prove completano un percorso nel quale il concetto di versione definitiva sembra diventare sempre più relativo.
Qui Tell Tale Signs compie la sua operazione più interessante. Le belle canzoni rimaste fuori dagli album diventano documenti capaci di modificare la lettura degli album stessi. La storia di un album si allarga oltre la sua tracklist. Un disco ufficiale racconta una scelta. L’archivio conserva anche le possibilità rimaste fuori da quella scelta. La differenza è sostanziale.
Nel 2008 la critica si trovò quindi davanti a un problema curioso: giudicare un’opera composta in gran parte da materiale che, per definizione, non era stato considerato abbastanza importante da entrare nei dischi originali. Eppure proprio questo materiale finì per modificare la percezione di quegli stessi album. Oh Mercy apparve ancora più complesso, Time Out of Mind acquistò nuove zone d’ombra, “Love and Theft” rivelò ulteriormente la propria natura mobile e artigianale.
Con il tempo Tell Tale Signs ha smesso di sembrare una semplice raccolta di rarità. È diventato un album nella percezione di molti ascoltatori, pur non essendo nato come tale. La sequenza delle tracce costruisce infatti un percorso sorprendentemente coerente. Non segue la cronologia in modo rigido e non pretende di ricostruire ogni sessione. Sceglie invece ciò che può raccontare meglio un periodo.
È una differenza importante rispetto a ciò che sarebbe avvenuto anni dopo.
Nel 2023, con The Bootleg Series Vol. 17: Fragments, l’artista e il suo archivio sono tornati sulle sessioni di Time Out of Mind con un progetto completamente dedicato a quel biennio. Fragments è quindi, per molti aspetti, una raccolta gemella e speculare rispetto al volume 8 della Bootleg Series: non perché svolga la stessa funzione, ma perché dimostra quanto materiale del 1996–1997 fosse rimasto fuori dal racconto ufficiale del 1997.
La cosa più significativa è che il quinto disco della Deluxe Edition di Fragments contiene proprio le dodici tracce delle sessioni di Time Out of Mind già pubblicate nella Deluxe Edition del volume 8 della Bootleg Series.
Il materiale che nel 2008 rappresentava una selezione particolarmente preziosa dell’archivio torna così, quindici anni dopo, dentro un progetto interamente dedicato a quelle registrazioni. Viene nuovamente incorporato nella documentazione ufficiale. È quasi una conferma retrospettiva della selezione del 2008. Il tempo ha cambiato la prospettiva.
Nel 2008 quelle dodici tracce erano una parte del grande mosaico 1989–2006. Nel 2023 diventano parte di una ricostruzione molto più circoscritta delle sessioni di Time Out of Mind. La loro presenza in entrambe le raccolte stabilisce una continuità precisa: il volume 8 della Bootleg Series aveva già individuato, all’interno di un archivio molto più vasto, alcuni dei documenti destinati a diventare fondamentali per comprendere quel periodo.
E forse è proprio questa la ragione per cui il volume 8 conserva ancora oggi una posizione particolare nella Bootleg Series. La raccolta non aspira alla completezza né alla ricostruzione filologica. La sua forza sta nella scelta: prendere quasi vent’anni di registrazioni e individuare, dentro quella massa, ciò che può restituire meglio la complessità di un periodo.
Sceglie fra quasi vent’anni di registrazioni e costruisce un’altra immagine del musicista. Un’immagine fatta di prove, deviazioni, canzoni perdute e versioni alternative, dove il confine fra opera compiuta e materiale residuale diventa improvvisamente molto sottile.
La Deluxe Edition, con quel terzo CD che all’epoca sembrava quasi un lusso per collezionisti, finisce così per assumere un valore che va oltre il semplice possesso dell’oggetto. Dentro quelle dodici tracce c’è una parte della storia che il cantautore aveva lasciato fuori dai suoi album e che, molti anni dopo, sarebbe tornata a essere necessaria per ricostruirla.
La pubblicazione porta alla luce qualcosa di più profondo della semplice presenza di belle canzoni nell’archivio. Qui il processo creativo è parte integrante dell’opera. Le diverse take permettono di ascoltare l’autore mentre decide cosa una canzone può diventare. E questo, per una Bootleg Series, è forse il risultato più alto possibile. Un album finisce quando viene pubblicato, mentre una canzone può continuare a vivere molto più a lungo nelle sue diverse forme. Qualche volta è proprio una di quelle forme lasciate ai margini a raccontarci al meglio l’album che pensavamo di conoscere già.
THE BOB DYLAN BLOG
Un blog di Dario Greco


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