Amore e furto alla ricerca dei Toseroni perduti


Alla Ricerca dei Toseroni Perduti (Amore e Furto)

C'era un gelato che mio zio mi regalava da bambino. Si chiamava Piedone Toseroni. Non so se esista ancora, non ho mai cercato di saperlo: alcune cose stanno meglio nel ricordo che nella realtà. Era confezionato, aveva quel sapore preciso che solo i gelati economici dell'infanzia sanno avere, e quando lo mangiavo non sapevo ancora niente del mondo. Non sapevo che un giorno avrei ascoltato un disco di Bob Dylan e avrei capito che quella stessa operazione, rubare dal passato per trovare qualcosa di vero nel presente, era la cosa più onesta che si potesse fare con la memoria.

Settembre 2001. Eravamo appena tornati da Torremezzo, dove avevamo trascorso alcuni giorni al mare con mio fratello e con Ciccio Russo. Le serate, il mare, la comitiva — quelle cose che quando le vivi non sai ancora che stanno per finire.

Quello che sto per raccontare avvenne un po’ di tempo prima di tutto il resto. Van Morrison lavorava ancora al suo disco, Dylan lo aveva già pubblicato e portato in tour. Io li incontrai quasi in sequenza, nello stesso anno, nello stesso piccolo mondo sospeso, con lo stereo che restituiva ogni dettaglio, ogni respiro della musica. Questa è la storia del primo incontro vero — il prequel, se vogliamo chiamarlo così. Una porta che si apre silenziosa, che cambia tutto senza che tu te ne accorga, lasciando dietro di sé il segno di ciò che verrà.

Ma la porta non si era aperta da sola.

Era il 1998. Andavo ancora a scuola — o meglio, avrei dovuto andarci. Quel giorno invece stavamo marinando, io e qualcuno di cui non ricordo più il nome con la stessa precisione con cui ricordo quello che trovammo. Andammo a casa di Andrea B. e lì, in mezzo a una collezione di dischi e cassette che sembrava un mercato delle pulci sonoro, trovai una cassetta del Greatest Hits Volume 3 di Bob Dylan. Non chiesi permesso. La presi e la portai via. Amore e furto, appunto — anche se allora non sapevo ancora che sarebbe diventato il titolo di un disco.

Quella cassetta trafugata fu la porta d’ingresso. Non Blonde on Blonde, non Highway 61 Revisited, non i classici canonici che tutti citano come rivelazione. Il Greatest Hits Volume 3 — raccolta degli anni dimenticati, dei pezzi che i critici non mettono mai in cima alle classifiche — fu quella cassetta, rubata a casa di Andrea B. mentre marinavo la scuola, a cominciare tutto.

Franco fu il secondo passaggio. Amico e appassionato di folk-rock come me, con una collezione di cassette di Dylan accumulata con la pazienza dei collezionisti di provincia. Me ne copiò alcune — non ricordo quali, ma ricordo il gesto: la cassetta che passava di mano, il fruscio della plastica, la moneta invisibile dello scambio, senza soldi né contratti. La musica era un segreto condiviso, un filo invisibile che ci teneva insieme.

E poi c’era Aldo, apparentemente un fan di Pink Floyd e Metallica, ma con un cuore nascosto per Willie Nelson, Merle Haggard e Dylan. Quando gli parlai di Love And Theft — settimane dopo averlo scoperto, già preso dal suo fascino — lo vidi illuminarsi. Glielo masterizzai. Lui mi ridiede l’Unplugged del ’94, band ridotta all’osso, voce già consumata ma perfetta.

Ascoltai tutto l’autunno quell’Unplugged: fumando un po’ di marijuana, immerso nello stereo buono che restituiva ogni sfumatura, ogni respiro, ogni pausa tra una nota e l’altra. Era un autunno strano: mio fratello a Como, mio nonno appena morto, il mondo sconvolto dall’11 settembre in un modo che ancora non riuscivo a capire. Eppure quella musica era la mia ancora — la voce di Dylan che veniva da lontano e parlava di verità che non riuscivo ancora a mettere in parole.

C'era anche Danilo — giovane, promettente, appassionato di musica con quella fame specifica di chi sta ancora costruendo il proprio catalogo interiore. E c'era tutto un giro di musicisti che occasionalmente frequentavo, persone che prendevano la musica sul serio, che sapevano distinguere tra una cosa riuscita e una no. Fu a loro che suggerii Love And Theft — io, per una volta, dalla parte di chi indica la strada invece di seguirla. Non era da me. Ma quel disco mi aveva dato quella certezza lì — la certezza di chi ha trovato qualcosa di vero e vuole che anche gli altri lo trovino. Poi arrivò l'11 settembre e il mondo cambiò in un giorno solo, come nei film, solo che nei film di solito c'è qualcuno che spiega cosa sta succedendo. Noi stavamo guardando la televisione e non capivamo bene. Mio fratello partì per Como qualche giorno dopo. La comitiva si disperse. L'estate era finita davvero.

In quel periodo mio nonno morì.

Non fu una tragedia nel senso devastante — avevo vent'anni, lui aveva vissuto, era il momento giusto anche se il momento giusto non esiste mai davvero. Ma fu la prima volta che capii che il tempo si stava muovendo in modo irreversibile, che alcune cose non tornavano, che la vita degli adulti era quella — non quella che vedevi da lontano da ragazzo, con le macchine truccate e le ragazze e le serate che non finivano mai. Era questa. Mio fratello a Como, mio nonno che non c'era più, Torremezzo già lontana come un sogno. E in quel contesto preciso, a metà ottobre del 2001, mi trovai da solo a casa con uno stereo buono — non uno qualsiasi, uno che suonava davvero — e un cd nuovo di Bob Dylan.

Si chiamava Love And Theft.

Partì Tweedle Dee & Tweedle Dum e sentii subito che stava succedendo qualcosa. Non graduale, non dopo qualche ascolto: subito, dalla prima battuta. Quella chitarra sferragliante, il ritmo indiavolato, Dylan che rideva e saccheggiava la storia americana con la band come se avesse vent’anni e settanta insieme. Non era il Dylan cupo di Time Out of Mind, né il profeta degli anni Sessanta. Era un ladro gioioso e gentile, un Arsenio Lupin della memoria americana, che rubava blues degli anni Venti, swing degli anni Quaranta, rockabilly, vaudeville, hillbilly e ne faceva qualcosa di nuovo senza chiedere permesso a nessuno.

Poi arrivò Moonlight. Poi Floater, con quella struttura narrativa che si sfilacciava e si ricompattava, come un filo che non sai dove ti porterà. Poi High Water, cronaca apocalittica travestita da blues arcaico: il mondo che finisce e ricomincia sempre uguale. Non saltai una traccia, non interruppi il disco. Lo ascoltai dall’inizio alla fine, poi di nuovo, e ancora. Dieci, dodici volte in due o tre giorni. Lo stereo restituiva ogni dettaglio: le dita sulle corde, il respiro di Dylan prima di iniziare un verso, il drumming polveroso di David Kemper.

Ero solo ma mai veramente solo. Il mondo era lì, vicino, fisico, reale: qualcuno poteva entrare, telefonare, bussare. Ma in quei giorni volevo restare chiuso in quella stanza, con Dylan che saccheggiava il passato americano e io che cercavo di capire cosa stava rubando e perché mi sembrava così necessario.

Capii solo molto dopo che Dylan non citava il passato: lo abitava. Come i Toseroni di mio zio non erano una citazione dell’infanzia, ma l’infanzia stessa, quel sapore preciso di un tempo che non tornava. Love And Theft era la stessa operazione su scala americana — canzoni stile anni Quaranta pubblicate nell’anno in cui il Novecento finiva davvero, non nel 2000 come dicevano i calendari, ma l’11 settembre 2001, quando le Torri caddero e qualcosa si chiuse per sempre. Dylan lo pubblicò quel giorno, come se sapesse che il mondo aveva bisogno di qualcosa di antico, vero, venuto da prima di tutto questo.

Mississippi fu la rivelazione tardiva — non la prima volta, ma dopo qualche ascolto, quando cominciai a sentire cosa c'era sotto. Una frase che poteva averla scritta solo qualcuno che aveva avuto tutto. E Sugar Baby, che chiudeva il disco, sembrava arrivare da una stanza vuota — una voce che parlava di tempo e distanza emotiva con quella dolcezza quasi crudele che solo Dylan sa trovare. Quei giorni furono sospesi: il mondo cambiava fuori, ma dentro quella stanza c’era solo musica, memoria. Il senso preciso di un tempo che non potevo più afferrare del tutto.

Passarono cinque anni. Poi Bob Dylan venne a suonare a Cosenza, al San Vito.

Quei giorni furono solo l’inizio. Cinque anni dopo, Dylan arrivò a Cosenza, al San Vito, e finalmente lo vidi dal vivo. Non era più il giovane irsuto delle fotografie in bianco e nero, né il profeta degli anni Sessanta. Era un uomo con un cappello e una band perfetta, che suonava come se stesse ancora registrando Love And Theft negli studi Clinton di New York. Quando attaccò Tweedle Dee & Tweedle Dum, pensai subito a quella stanza di ottobre, a casa, con lo stereo che restituiva ogni dettaglio e il mondo che cambiava fuori dalla porta.

L’anno dopo, tre concerti tra Torino e Milano. Non ero mai stato uno che inseguiva i tour, ma lì non importava. Ogni nota eseguita dalla Band, i Toseroni di mio zio, Torremezzo di settembre, l’odore dell’autunno, mio fratello partito per Como, mio nonno appena morto. Tutto ricomposto, ogni ricordo trasformato in musica viva. Dopo il concerto a Milano, qualcuno aprì una bottiglia. Non ricordo cosa brindammo, ma so che fuori c’erano le luci della città e dentro ancora quella musica — un blues antico e moderno insieme, quell’amore e quel furto che Dylan aveva messo su nastro mentre il Novecento stava per finire.

I Toseroni non li trovi più. Alcune cose stanno meglio nel ricordo.

Ma Love And Theft gira ancora. E ogni volta che parte Tweedle Dee & Tweedle Dum, sono di nuovo a vent'anni, da solo a casa con lo stereo buono, mio fratello appena partito per Como, mio nonno appena morto, Torremezzo già lontana come un sogno.

E quasi tutto doveva ancora accadere.


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- Una storia di Dario Greco -

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