D’amori smemorati, di killer e di pistole
Together Through Life, uscito nel 2009, è il trentatreesimo album in studio di Bob Dylan. Arrivò a soli tre anni di distanza dal grande successo di Modern Times (2006), spiazzando molti fan. Nessuno si aspettava un nuovo disco così presto, e soprattutto non un lavoro così diverso nel tono e nell’approccio.
La genesi è laterale: una richiesta del regista Olivier Dahan per una canzone destinata al film My Own Love Song, da cui nasce “Life Is Hard”. Da lì prende forma un lavoro scritto in gran parte con Robert Hunter, figura anomala nel mondo dylaniano, con cui il processo creativo appare più fluido, meno cerebrale. Non è un caso che Dylan abbia collaborato così intensamente con pochissimi autori nel corso della sua carriera. Qui il metodo sembra quello di due artigiani che si riconoscono e si lasciano spazio, senza forzature.
Il suono è immediatamente riconoscibile: caldo, ruvido, volutamente imperfetto. C’è un’eco di vecchie etichette americane, non tanto per citazione diretta quanto per il modo in cui gli strumenti vengono suonati. È musica che respira, che lascia spazio agli interstizi, che non ha fretta di dimostrare nulla. La band lavora per sottrazione, creando un’atmosfera che ricorda una prova in teatro vuoto: rimbombo leggero, tensione trattenuta, e sotto traccia un senso di minaccia.
Al centro c’è un’idea semplice ma insistente: l’amore come perdita, memoria difettosa, ossessione che ritorna. Le canzoni si muovono come un personaggio smarrito, quasi un killer romantico senza passato, che attraversa un paesaggio di confine tra Texas e Messico, accompagnato da fisarmonica e chitarra. In questo senso, il contributo dei musicisti è decisivo. Mike Campbell lavora sulle chitarre con una sensibilità da songwriter, evitando virtuosismi e cercando piuttosto una funzione narrativa. David Hidalgo, con la sua fisarmonica, dà al disco un colore preciso, polveroso e meticcio, che diventa quasi la sua firma sonora.
Dal punto di vista strutturale, il disco resta sottotono. Pochi brani superano i cinque minuti, e manca quella lunga ballata finale che per anni aveva chiuso gli album di Dylan. È una scelta che riduce la tensione epica e riporta tutto a una dimensione più compatta, meno ambiziosa. In questo senso, Together Through Life è un capitolo minore, ma non per questo trascurabile. Anzi, proprio nella sua misura contenuta trova una coerenza che altri lavori più “importanti” non sempre hanno.
Il momento chiave resta “Forgetful Heart”. Qui il disco si concentra e prende forma: una canzone che sembra arrivare da lontano, ma che allo stesso tempo suona essenziale, quasi spogliata. Dylan lavora per auto-citazione, richiamando atmosfere già esplorate in passato, ma con una sintesi nuova, più asciutta. Non c’è compiacimento, piuttosto una sorta di accettazione del proprio linguaggio.
Intorno, il disco si muove tra episodi più energici e altri più sospesi. “It’s All Good” porta una carica ironica e amara, mentre “I Feel a Change Comin’ On” suggerisce un movimento interno, un cambiamento che resta indefinito.
La seconda metà introduce una maggiore presenza della chitarra elettrica, mentre la fisarmonica lascia spazio a sonorità più aperte, con richiami a lavori passati ma senza mai trasformarsi in nostalgia.
Arrivati a questo punto della carriera, Bob Dylan non ha più nulla da dimostrare. Canta come chi ha attraversato tutto e continua a farlo senza clamore né enfasi. La sua voce è quella di un sopravvissuto, non al successo, ma al proprio mito. Non c’è resa, ma neppure eroismo: solo una linea sottile che tiene insieme memoria e presente. Anche in un disco volutamente minore, di genere e crepuscolare, riesce a centrare il bersaglio con una lucidità impressionante. Together Through Life è un lavoro onesto, compatto e sorprendentemente vivo. Invecchia bene, sia nel suono che nei temi, mostrando ancora una volta quanto Dylan sia rimasto, nonostante tutto, un artista di rara coerenza e concentrazione. Riesce ancora a tirare fuori un lavoro così centrato, con riff e atmosfere fresche, dopo più di cinquant’anni di carriera. Questa è la dimostrazione di un artista che ha deciso di restare in piedi, tra palco e realtà, senza fingere di essere altro da quello che è. Una cosa che trovo quasi commovente, sicuramente determinante.
THE BOB DYLAN BLOG
Testo a cura di Dario Greco


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