Il video mai pubblicato di Bob Dylan per il Nobel
Dylan, il Nobel e la performance inedita: il racconto di John Hillcoat
Nel corso degli anni 2010, il regista John Hillcoat ha intrapreso una serie di collaborazioni con Dylan che, pur nella loro discontinuità, restituiscono un ritratto estremamente coerente dell’artista: schivo, imprevedibile, radicalmente contrario alle convenzioni dello spettacolo. Il primo progetto condiviso fu il videoclip di “Visions of Johanna”, concepito per accompagnare l’uscita della Bootleg Series del 2015. In quella fase, i due non si erano ancora incontrati di persona: la comunicazione avveniva attraverso il manager Jeff Rosen, ma Dylan interveniva comunque con osservazioni precise, orientando il lavoro verso una dimensione più allusiva che esplicita.
Hillcoat, che proveniva da un percorso legato ai videoclip e aveva già collaborato con artisti come Nick Cave e Johnny Cash, sviluppò per “Visions of Johanna” un impianto visivo stratificato, costruito su materiali d’archivio e nuove riprese. Il tema della violenza, centrale nella storia americana e nella sensibilità di Dylan, venne trattato in forma indiretta, evitando riferimenti troppo scoperti agli anni Sessanta o a figure come Martin Luther King Jr.. Il risultato fu un video sospeso tra astrazione e memoria, nel quale l’immaginario storico emergeva come traccia, mai come dichiarazione.
Questa prima collaborazione aprì la strada al coinvolgimento di Hillcoat nel Desert Trip del 2016, evento che riuniva alcune delle figure più iconiche del rock classico. In quell’occasione, il regista fu incaricato di progettare le immagini proiettate sul gigantesco schermo alle spalle di Dylan. Il contesto era quello di uno spettacolo pensato per la massima visibilità, ma Dylan impose una logica opposta. Rifiutò il linguaggio visivo dominante dei concerti contemporanei, caratterizzato da montaggi serrati e primi piani spettacolari, prendendo implicitamente le distanze da modelli come quelli dei The Rolling Stones.
La sua idea era costruire un’immagine che non amplificasse la performance ma la accompagnasse in modo laterale: niente primi piani, nessuna enfasi sul gesto individuale, ma una serie di inquadrature ampie, in bianco e nero, montate attraverso dissolvenze lente. Anche la disposizione delle telecamere sul palco seguiva uno schema simbolico, quasi esoterico, che trasformava la ripresa in una struttura più concettuale che funzionale.
Il primo weekend del festival si rivelò però problematico. A causa di difficoltà tecniche e di una gestione ostile da parte della produzione generale, il sistema di ripresa non fu pronto in tempo. Quando Dylan vide la propria immagine proiettata su uno schermo di proporzioni monumentali, reagì con irritazione, arrivando a interrompere l’utilizzo delle telecamere durante lo spettacolo. L’effetto fu paradossale: mentre dietro le quinte si consumava una crisi evidente, parte della critica interpretò l’assenza di immagini come una scelta artistica deliberata, coerente con la poetica dell’artista.
Nel secondo fine settimana, grazie a una preparazione più accurata e all’intervento deciso di Rosen, il progetto riuscì a realizzarsi secondo le intenzioni originarie. Il contesto, inoltre, era cambiato: proprio in quei giorni veniva annunciato il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Dylan, elemento che contribuì a modificare l’atmosfera generale e probabilmente anche la disposizione dello stesso artista.
Parallelamente a questi eventi, Hillcoat lavorò a diversi progetti rimasti incompiuti. Tra questi, un videoclip per “That Old Black Magic” ambientato in un club notturno ispirato all’estetica noir del fotografo Weegee, e un altro per “Simple Twist of Fate”, pensato come una narrazione visiva indiretta, giocata su atmosfere e suggestioni più che su una traduzione letterale del testo. In entrambi i casi, le produzioni si interruppero: nel primo per l’improvvisa scomparsa di Dylan, ritiratosi temporaneamente in Giappone, nel secondo per limiti di budget che riflettevano un cambiamento più ampio nell’industria musicale.
Il progetto più ambizioso rimane tuttavia quello legato al Nobel. Per evitare la cerimonia ufficiale, Dylan concepì un film-performance privato da presentare al comitato. Le riprese si svolsero in uno studio nei pressi di Dublino e furono organizzate secondo un principio di estrema intimità: la band raccolta in uno spazio ristretto, senza gerarchie visive, con un uso del colore che richiamava certe atmosfere noir. L’impostazione anticipava, per certi aspetti, soluzioni che sarebbero riemerse anni dopo.
Le sessioni si rivelarono però estenuanti e imprevedibili. Dylan lavorava per improvvisazione, senza comunicare in anticipo i brani, costringendo musicisti e troupe a una continua attesa. Dopo ore di tentativi, emergevano momenti di straordinaria intensità, come una versione di “Girl from the North Country” capace di lasciare senza parole gli stessi tecnici presenti. Tuttavia, proprio nel passaggio al montaggio, il progetto iniziò a incrinarsi. L’insoddisfazione di Dylan, unita a problemi tecnici e alla stanchezza accumulata dopo il tour, portò infine all’abbandono dell’intera operazione.
Al suo posto, Dylan optò per una soluzione più controllata: un discorso registrato in cui rifletteva sul rapporto tra letteratura e musica, evocando opere come Moby Dick. La scelta confermava una dinamica ricorrente nel suo percorso: la tendenza a distruggere o accantonare lavori già compiuti quando questi non rispondono pienamente alla sua visione.
Nel complesso, le collaborazioni con Hillcoat offrono uno sguardo privilegiato su un artista che continua a muoversi secondo logiche proprie, spesso in contrasto con l’industria e con le aspettative del pubblico. Dylan appare come una figura che oscilla costantemente tra esposizione e sottrazione, tra il desiderio di mostrarsi e quello, altrettanto forte, di restare inaccessibile. Una tensione che, lungi dall’essere un limite, costituisce forse il nucleo stesso della sua identità artistica.
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