A proposito di Side Tracks
Side Tracks: la compilation che merita attenzione
C’è una parte della discografia di Bob Dylan che sfugge agli occhi distratti del collezionista di grandi successi.
Side Tracks, compilation del 2013, rappresenta il vertice di questo mondo parallelo. Nato come semplice riempitivo di lusso per il cofanetto The Complete Album Collection Vol. One, ha avuto una vita autonoma fugace e quasi clandestina: un triplo vinile per il Record Store Day e poi il buio.
Per questo è diventato il segreto meglio custodito di tutta la sua opera. Pochi ne parlano, pochi lo considerano davvero. Eppure, per me, è uno dei dischi più rivelatori che Dylan abbia mai pubblicato.
Non è una raccolta di avanzi. È un vero album, forse il più onesto “Another Side of Bob Dylan” mai uscito. Qui il cantautore si mostra senza filtri attraverso le canzoni che ha scartato, dimenticato o relegato ai margini: un laboratorio sotterraneo dove il genio appare ancora più inquieto, contraddittorio e libero.
Il cuore del disco batte forte già dalle prime tracce. Prendete “George Jackson”: la versione acustica, nuda e dolente, e quella con la big band, quasi festosa, blues-gospel elettrico. Ascoltarle una dopo l’altra è un’esperienza quasi mistica. È l’ultimo Dylan politico, arrabbiato e ancora capace di reagire al mondo in tempo reale. Due facce della stessa medaglia, due modi diversi di trasformare il lutto in arte. Per me è uno dei momenti più potenti dell’intera raccolta.
Poi ci sono i veri gioielli rubati al tempo. “Up to Me”, scartata da Blood on the Tracks nonostante abbia la stessa densità lirica e la stessa magia armonica di Tangled Up in Blue.
Ascoltarla qui, libera dal contesto del box Biograph, fa quasi male: è un monologo fluviale sulla fine di un amore e sul prezzo terribile che si paga a essere Bob Dylan. E “Abandoned Love”, provata per Desire e suonata una sola volta dal vivo al Bitter End: Dylan ferito, teatrale, liricamente debordante, che canta come se stesse assistendo al crollo del proprio mondo.
Man mano che si va avanti, l’album diventa una macchina del tempo che riordina la discografia in modo sorprendente. “Positively 4th Street” e “Watching the River Flow” acquistano un peso diverso quando dialogano con la furia primordiale di “Mixed-Up Confusion” (il suo primissimo singolo rock del ’62, ancora oggi sottovalutato) o con l’ironia stralunata di “Jet Pilot”. E poi arriva “Caribbean Wind”, un’odissea apocalittica degli anni Ottanta, densa di allegorie bibliche e tensioni geopolitiche, che suona come un ponte tra il Dylan elettrico e quello visionario.
Chiude la compilation il brano “Things Have Changed”, il brano con cui Dylan si è presentato con una zampata di alta scuola al nuovo millennio. Chiuderci la raccolta significa dire una cosa chiara: il Dylan “segreto”, quello delle strade secondarie, non è mai stato meno grande del giovane profeta di Greenwich Village. Ha solo cambiato luce.
Side Tracks è una superba compilation, quasi una sorta di capolavoro invisibile. La sua natura di “disco per completisti” lo ha protetto dal grande pubblico e, stranamente, anche da molta critica. Eppure è proprio questa aura di dimenticanza a renderlo prezioso.
Non è un’operazione commerciale. È un contro-altare, un diario di bordo delle deviazioni, delle strade imboccate e poi abbandonate, delle versioni che avrebbero potuto essere e invece sono rimaste sospese.
Per chi vuole davvero capire Dylan oltre la vulgata, oltre i classici e le storie ufficiali, Side Tracks non è solo consigliato. È necessario. Perché la vera essenza di questo artista non sta solo nei dischi che tutti conoscono, ma nella bellezza che ha lasciato brillare nell’ombra, come in questo caso!
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