Bob Dylan è l'ottavo re di Roma?
Bob Dylan in Italia riesce ancora a dividere e a far discutere come ai tempi della sua svolta elettrica, dimostrando che, a ottantacinque anni suonati, non ha alcuna intenzione di trasformarsi nel juke-box della nostalgia di nessuno.
Il suo tour autunnale 2026 ha messo in luce un contrasto quasi teatrale tra le due principali piazze del Paese, evidenziando una spaccatura netta che sembra quasi ricalcare i vecchi stereotipi culturali tra la concretezza esigente di Milano e la solennità accogliente di Roma.
Sotto la Madonnina, il debutto all'Unipol Dome si è trasformato in un piccolo caso di cronaca e malumore collettivo. Una fetta del pubblico milanese si è sentita quasi offesa dall'atteggiamento dell'artista, tanto che diversi spettatori hanno deciso di abbandonare il palazzetto prima della fine.
Dylan ha fatto il Dylan nel modo più radicale possibile: si è presentato sul palco avvolto in un cappuccio nero, ha negato qualsiasi tipo di interazione, non ha concesso un saluto o un ringraziamento e, soprattutto, ha blindato la scaletta escludendo totalmente i grandi inni storici degli anni Sessanta per rifugiarsi in un folk-blues oscuro e recente.
A surriscaldare gli animi ci ha pensato anche la rigida politica anti-smartphone che costringe a sigillare i telefoni all'ingresso, una scelta che parte della critica locale ha letto come la mossa di un debitore insolvente che si nasconde dai suoi creditori, piuttosto che fare festa con loro.
Il verdetto milanese è stato insomma spietato, dipingendo il menestrello di Duluth quasi come un vecchio scontroso che non rispetta il prezzo del biglietto. Ma è bastato spostarsi di poche centinaia di chilometri verso sud per assistere a un ribaltamento totale della narrazione.
A Roma, ancor prima di far risuonare le note del suo pianoforte al Palazzo dello Sport, Dylan è stato ricevuto con le scorte e gli onori che si riservano soltanto ai capi di Stato o ai monarchi assoluti. La Capitale lo ha incoronato attraverso uno degli incontri più simbolici e improbabili degli ultimi tempi: un'udienza privata in Vaticano con Papa Leone XIV. Un privilegio concesso a pochissimi eletti nella storia della musica pop e rock.
Le agenzie hanno documentato uno scambio di doni ad altissimo valore iconico, con il Pontefice che offriva un rosario e l'artista che ricambiava con una copia della sua autobiografia. Ma la vera cifra stilistica dell'evento, quella che conferma lo status di intoccabile del cantautore, è stata la sua totale coerenza: Dylan si è presentato davanti al Papa esattamente come sul palco di Milano, con la stessa felpa scura e il cappuccio calato sulla testa, senza piegarsi al protocollo o alle formalità della Santa Sede.
Roma ha così perdonato e anzi esaltato quella stessa identica e spigolosa stravaganza che a Milano era stata etichettata come maleducazione o declino.
Questa doppia accoglienza fotografa alla perfezione l'enigma intramontabile di un personaggio che rifiuta il compromesso commerciale e costringe il suo pubblico a scegliere. C'è chi vede in lui un sovrano assoluto dell'arte, legittimato persino dai vertici della spiritualità mondiale, e chi lo considera ormai solo un performer distaccato che ha smarrito l'empatia con la platea.
La verità è che Dylan continua a dettare le proprie regole del gioco, lasciando all'Italia il compito di dividersi tra il rancore di una serata milanese andata storta e il mito di un'udienza romana che è già storia.
THE BOB DYLAN BLOG
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