Bob Dylan non parla, progredisce
La strada dopo la fine: quando Dylan non parla,
preferisce far progredire il songbook
Focus su Highlands, Sugar Baby e Ain't Talkin' (1997-2006)
Abitualmente la traccia conclusiva svolge una funzione di congedo.
Riassume, scioglie, restituisce all’ascoltatore un senso di compiutezza. Bob Dylan ha sistematicamente disobbedito a questa convenzione.
Nei suoi finali più ambiziosi la conclusione non coincide
con una soluzione, ma con un rallentamento progressivo e quasi ostinato del
tempo, narrativo e musicale, come se l’opera, proprio nel momento in cui
dovrebbe terminare, opponesse una resistenza silenziosa e affettuosa alla
propria fine.
Tra il 1997 e il 2006 questa tendenza assume una forma
particolarmente nitida in tre brani: Highlands, Sugar Baby e Ain’t Talkin’.
Sono conclusioni diverse per atmosfera, scrittura e
architettura interna, eppure unite da un medesimo principio: Dylan utilizza
l’ultimo brano non per chiudere lo spazio creato dall’album, bensì per
dilatarlo. Il finale diventa così un luogo di sospensione, uno spazio liminale
nel quale il tempo perde la propria funzione ordinaria e si rifiuta di
congedarsi.
Non si tratta di una semplice predilezione per i brani
lunghi. È qualcosa di più radicale e intimo: una strategia di resistenza alla
consegna definitiva dell’opera.
Con i suoi sedici minuti e trentuno secondi, Highlands,
ultimo brano di Time Out of Mind, rappresenta la forma più compiuta e fondativa
di questo principio. Non è semplicemente una canzone molto lunga: è una canzone
costruita affinché la durata stessa diventi parte del suo significato.
La musica procede attraverso un riff blues ripetitivo e
ipnotico, ispirato a un antico disco di Charley Patton, sostenuto da un
arrangiamento scarno e atmosferico. Non esistono autentici scarti dinamici, né
un crescendo destinato a condurre verso un climax.
Il brano gira lentamente attorno al proprio centro, come se
ogni ritorno del motivo musicale cancellasse la necessità di arrivare da
qualche parte. La ripetizione non accompagna il racconto: lo trattiene, lo
ipnotizza, lo impedisce di concludersi.
La stessa logica governa la struttura narrativa. Il
narratore evoca le Highlands di Robert Burns come luogo ideale e mentale, ma
invece di avvicinarsi alla destinazione si perde in una successione di
pensieri, immagini e incontri casuali.
Il lungo episodio ambientato nel ristorante di Boston, con
la cameriera che diventa interlocutrice di un dialogo surreale e quasi kafkiano,
è emblematico: il racconto devia, si arresta, riparte senza che nulla di
essenziale venga risolto. Dylan introduce una scena che potrebbe essere
eliminata senza compromettere alcuna trama e proprio per questo la rende
indispensabile alla poetica del brano.
È una digressione che non serve il racconto, ma lo protegge
dalla fine. Alla fine la destinazione non viene raggiunta nel senso
convenzionale. Le Highlands esistono soltanto nella mente e, per il momento,
questo è sufficiente. La canzone non produce una conclusione narrativa, ma una
sospensione del bisogno stesso di concludere. È qui che emerge, con nitidezza
quasi provocatoria, quello che possiamo chiamare autosabotaggio d’amore. Dylan
sembra sabotare la funzione stessa del finale: invece di raccogliere i fili
dell’album, li lascia deliberatamente pendenti.
La musica continua a girare, il racconto continua a divagare,
il narratore continua a pensare. Highlands non chiude davvero Time Out of Mind.
Lo trattiene ancora per qualche minuto, impedendogli di finire. È il primo e
più nitido modello dell’architettura del rallentamento.
Se Highlands dilatava il tempo attraverso la ripetizione e
la digressione, Sugar Baby, ultimo brano di Love and Theft, applica lo stesso
principio attraverso la sottrazione. Dopo un album costruito sulla mobilità
dello swing, del blues, del jazz e del vaudeville, Dylan improvvisamente rallenta.
Il movimento si spegne, la festa si ritira e rimane una canzone scura,
spettrale, quasi immobile.
La durata qui è nettamente inferiore rispetto a quella di
Highlands, ma il dato cronologico è quasi irrilevante. Qui il rallentamento non
consiste nel dilatare la quantità di materiale narrativo: consiste nel
modificare radicalmente la percezione del tempo. Il brano procede attraverso
una cadenza ossessiva e un’atmosfera arcaica, riconducibile alla tradizione del
folk americano più oscuro, mentre la voce di Dylan pronuncia immagini
enigmatiche, sentenze, ammonimenti e frammenti di una storia che non arriva mai
a definirsi completamente.
È significativo che questa canzone chiuda proprio Love and
Theft. L’album ha attraversato generi, personaggi, maschere e registri con una
vitalità quasi teatrale. Sugar Baby non ricapitola quella ricchezza e non la
conduce verso una sintesi. Fa qualcosa di più inquietante: la sospende.
È come se, arrivato alla soglia della conclusione, Dylan
rifiutasse di concedere all’album una vera uscita di scena. Le immagini
sembrano affiorare da un tempo precedente alla canzone stessa e il loro
carattere frammentario impedisce qualsiasi chiusura interpretativa definitiva.
Se Highlands aveva dilatato il tempo, Sugar Baby lo congela.
È il secondo movimento dell’architettura del rallentamento.
Cinque anni dopo, Ain’t Talkin’, ultimo brano di Modern
Times, porta questa logica verso la sua conseguenza più radicale. Gli otto
minuti e quarantotto secondi della canzone sono attraversati da un andamento
circolare e ossessivo, dominato dal graffio del violino e da una progressione
musicale che sembra non avere alcuna urgenza di approdare a una destinazione.
Qui la dilatazione non riguarda più soltanto il tempo della
musica o quello del racconto. Riguarda il movimento stesso del protagonista. Il
narratore cammina attraverso un paesaggio devastato, attraversa giardini, città
e territori indefiniti, incontrando figure e immagini che sembrano provenire
dalla Bibbia, dalla tradizione americana e dalla letteratura classica, in
particolare da Ovidio, le cui Metamorfosi e Tristia riecheggiano in certi
passaggi di esilio, trasformazione e cammino senza ritorno.
Ogni episodio potrebbe rappresentare una tappa del viaggio,
ma nessuno produce una vera destinazione. La canzone continua perché continua
il cammino. È questo il passaggio decisivo rispetto a Highlands. Là il
narratore poteva ancora rifugiarsi in una destinazione mentale; qui persino la
possibilità di fermarsi sembra scomparsa.
Il viandante procede mentre il mondo intorno a lui si
dissolve e la struttura circolare della musica impedisce di percepire un
autentico punto d’arrivo. Finire significherebbe smettere di camminare. Dylan
sceglie invece di lasciare il personaggio dentro il movimento, come se la
canzone potesse continuare oltre il proprio ultimo accordo.
Con Highlands il finale veniva rallentato; con Sugar Baby
veniva sospeso; con Ain’t Talkin’ diventa quasi irraggiungibile. L’architettura
del rallentamento arriva qui alla sua forma più estrema: non più ritardare la
fine, ma trasformare il ritardo nella condizione stessa dell’esistenza.
Letti insieme, Highlands, Sugar Baby e Ain’t Talkin’
disegnano una traiettoria precisa. Non sono semplicemente tre grandi finali
della maturità dylaniana, né tre variazioni sulla canzone lunga.
Sono tre modi diversi di opporsi alla funzione conclusiva
del finale. In Highlands il tempo viene dilatato fino a incorporare la
digressione, l’irrilevante, il dialogo che non porta da nessuna parte.
In Sugar Baby il movimento dell’album viene improvvisamente
congelato e trasformato in una sospensione inquieta.
In Ain’t Talkin’ la sospensione diventa movimento perpetuo:
il protagonista continua a camminare perché non esiste più una destinazione
capace di interrompere il viaggio. È qui che l’idea dell’autosabotaggio d’amore
acquista il suo significato più preciso e commovente.
Dylan non sabota le proprie canzoni e non compromette
deliberatamente la compattezza degli album. Sabota, piuttosto, l’aspettativa
che un’opera debba sapere quando congedarsi. Quando tutto sembra condurre alla
conclusione, introduce una deviazione, una ripetizione, un’immagine ulteriore,
un’ultima strada da percorrere.
Esattamente come Penelope, tesse e disfa, dilata e
trattiene, perché non vuole ancora liberarsi dell’opera. La grandezza di questi
finali nasce anche dalla loro imperfezione apparente. Dylan non cerca la
chiusura geometrica, la frase definitiva o il gesto risolutivo.
Preferisce lasciare qualcosa in sospeso, perché proprio
nell’impossibilità di chiudere completamente un’esperienza il tempo della
canzone può continuare a vivere.
Forse è questo il senso più profondo dell’architettura del
rallentamento: non costruire un monumento alla fine, ma edificare uno spazio
nel quale la fine possa essere continuamente rimandata. E così, quando Ain’t
Talkin’ si interrompe, il viaggio non sembra davvero terminato.
Quando Sugar Baby svanisce, la sua oscurità non è stata
sciolta. Quando Highlands concede che, per ora, può bastare così, quel «per
ora» contiene già l’intero segreto della poetica dylaniana.
Il disco finisce, mentre la canzone sembra rifiutare di congedarsi.


Commenti
Posta un commento