Chimes of Freedom: comizi musicali springsteeniani


I comizi musicali di Bruce Springsteen: da Bob Dylan a Pier Paolo Pasolini

C'è un paradosso affascinante nella storia della musica contemporanea: a volte una canzone sembra scegliere il proprio custode ideale per ciascuna fase della propria vita. È il caso di Chimes of Freedom. Scritta da Bob Dylan all'inizio del 1964, nel momento di massimo splendore e già alla vigilia della rottura con la sua fase di protesta esplicita, la canzone è stata progressivamente abbandonata dal suo autore, che l'ha eseguita per l'ultima volta nel 2012. Oggi quel brano epico non appartiene più al teatro dell'assurdo e al perenne mutamento del Never Ending Tour di Dylan. Ha trovato una nuova, potente dimora negli stadi di Bruce Springsteen. Per Dylan, Chimes of Freedom rappresentava il superamento della cronaca politica in favore di una poesia universale. I fulmini del temporale non colpivano i palazzi del potere, ma suonavano per gli emarginati, i profughi, i dimenticati: «for the countless confused, accused, misused, strung-out ones an' worse».

Quell'universalità è stata raccolta da Bruce Springsteen nel 1988, trasformando il brano in uno degli inni del tour mondiale di Amnesty International. Da Berlino Est, davanti a 300.000 persone alla vigilia della caduta del Muro, fino ai giorni nostri, Springsteen ha sentito in quei versi una forza quasi liturgica, capace di trascendere il semplice spettacolo. Nel suo attuale Land of Hope and Dreams Tour, Springsteen ha reinserito Chimes of Freedom come suggello finale dello show. Non si tratta di una scelta nostalgica, ma di un gesto che trasforma il concerto in un rito collettivo di impegno, amore e speranza.

In questo modo Springsteen tesse un filo rosso ideale tra America ed Europa. Da un lato l'eredità di Woody Guthrie e Pete Seeger, che vedevano nella musica uno strumento di aggregazione e resistenza per gli ultimi. Dall'altro un'eco che richiama l'inchiesta pasoliniana dei Comizi d'amore: la ricerca dell'autenticità nelle periferie, tra le contraddizioni degli emarginati, lo sguardo dal basso sulle ferite della società.

Due carriere, due filosofie di vita (e musicali)

Chimes of Freedom vive oggi due esistenze molto diverse. Con Dylan è diventata materia viva e inquieta: frammento, mutazione continua, esercizio di straniamento. Il pubblico insegue il brano in mezzo a arrangiamenti irriconoscibili, tempi rallentati e una voce sempre più gutturale e criptica. Del resto, a Bob non è mai fregato niente di fare il paladino DEM da palcoscenico, e questa è forse la cosa più sincera che gli sia rimasta dopo sessant’anni. La sua fedeltà all’America passa anche dal rifiuto di trasformarsi in un juke-box ideologico.

Nelle mani di Springsteen questo pezzo scritto da un geniale menestrello ventiquattrenne, diventa un inno da comizio, un megafono per il pubblico progressista. C’è qualcosa di vagamente triste, forse perfino un po' patetico, nel vedere un rocker settantenne agitare con convinzione questa SONG nata dalla brillantezza bruciante del Dylan anni Sessanta, usandolo come colonna sonora dei suoi raduni da beniamino della sinistra americana. È un controsenso che forse rivela la mancanza di idee fresche e di vera libertà espressiva del “proletario del New Jersey”: invece di creare materiale altrettanto potente per i tempi attuali, preferisce riutilizzare la gioventù altrui, trasformandola in un rito collettivo muscolare e politicamente rassicurante. Dylan ha scelto l’arte come labirinto inquieto. Springsteen ha scelto il palco come piazza. In un’epoca confusa, la piazza riempie gli stadi. Ma non è detto che riempia anche il vuoto e la mancanza di idee valide.

UN POST POLEMICO DI PLANET WAVES

The Bob Dylan Blog

Una idea di Dario Greco


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