Laboratorio identitario dylaniano (Vol. 2)
Workingman’s Blues #2 Il lavoro, la
dignità e l’America contemporanea
Con Workingman’s Blues #2 Dylan torna a confrontarsi con la
dimensione sociale della vita quotidiana: non come osservatore esterno, ma come
narratore immerso nelle contraddizioni della cultura americana. Il titolo
richiama esplicitamente Merle Haggard — maestro del country working class — ma
Dylan non si limita a un atto di devozione: apre un dialogo critico con quel
repertorio.
La canzone è il monologo coerente di un uomo colpito dal declino economico
e dall’erosione delle promesse sociali. L’io lirico parla esplicitamente di
perdita di potere d’acquisto, salari bassi imposti dalla competizione globale,
impossibilità di risparmiare: il contesto è quello di una classe lavoratrice
impoverita e marginalizzata. Il protagonista intreccia alla crisi materiale una crisi affettiva e
identitaria: si sente dimenticato, assediato, privato di stabilità, mentre
cerca di preservare la propria dignità morale e di non cedere alla disperazione
o al crimine. L’io non è un eroe romantico né un agitatore politico, ma un uomo
“al fondo”, consapevole della propria vulnerabilità, che chiede solidarietà
(“meet me at the bottom”) e riconoscimento. La fame che teme non è solo fisica,
ma simbolica: è il timore di essere svuotato, ignorato, reso invisibile. Tra
nostalgia, orgoglio ferito e resistenza ostinata, la canzone mette in scena la
condizione di chi continua a lavorare e ad amare in un mondo che non mantiene
più le proprie promesse.
Il brano miscela folk, blues e country con un arrangiamento ricco ma controllato. La voce di Dylan è centrale: modulata con naturalezza, capace di trasmettere stanchezza ma anche lucidità. Gli strumenti dialogano tra loro, senza dominanza, costruendo un tessuto sonoro che accompagna il racconto senza mai sopraffarlo. Workingman’s Blues #2 riflette un’America alle prese con l’insicurezza economica, la globalizzazione e le tensioni del mondo post‑11 settembre. Dylan non scrive un manifesto politico, ma un ritratto emotivo di chi vive in un mondo dove il lavoro non garantisce più stabilità — e dove il senso di sé si costruisce nell’incertezza.
Huck’s Tune. Il poker,
il rischio e l’identità in bilico
Huck’s Tune nasce per il film Lucky You, un dramma centrato sul mondo competitivo del poker a Las Vegas. Il protagonista, Huck Cheever, è un giovane e talentuoso giocatore — bravo ai tavoli, ma spesso in bilico tra la propria abilità, la relazione con il padre e la ricerca dell’amore. Il testo costruisce versi sospesi che riflettono incertezza, rischio e movimento. L’io lirico, come Huck, oscilla tra scelta ed esitazione, tra il presente fluido e il peso del passato, e la canzone trasforma la narrativa cinematografica in un’indagine psicologica universale. Dylan utilizza un registro lirico intimo: le immagini sono rarefatte, i riferimenti concreti al gioco d’azzardo servono da metafora per le scelte esistenziali e per il bilico identitario, non come didascalia delle scene del film.
L’arrangiamento musicale rinforza questa prospettiva: la chitarra acustica scandisce un ritmo delicato ma incalzante, mentre la voce di Dylan alterna calore e vulnerabilità sottile, suggerendo in ogni frase il senso di esitazione e rischio. Gli strumenti di accompagnamento creano un tappeto sonoro liquido, capace di muoversi tra le tonalità narrative e psicologiche, trasformando la canzone in un ponte tra la dimensione reale e quella immaginata del film. Le pause, gli accenti e le dinamiche sottili sottolineano i momenti di dubbio e le oscillazioni interiori del narratore. Dal punto di vista concettuale, il brano esplora il tema del rischio umano e della responsabilità delle proprie scelte. Il protagonista non è un eroe canonico, ma un uomo che si misura con la precarietà dell’esistenza, con l’ansia del possibile e con il peso della memoria.
Huck’s Tune mostra come Dylan sappia
prendere un materiale narrativo esterno e farlo entrare nella propria
grammatica poetica: il poker diventa metafora della vita, e ogni mano è
un’esperienza di rischio e auto-definizione. Huck’s Tune non parla solo
di poker, ma parla di rischio umano, di bilico identitario e di tensione tra
scelta e fatalità.
Can’t Escape From You.
L’io intrappolato nella memoria
Can’t Escape From You è uno dei
pezzi più intensi emersi nella Bootleg Series del decennio. Anche se
scritto per il progetto cinematografico Masked and Anonymous e poi
pubblicato nel 2008, il brano si inscrive perfettamente nella tensione tematica
degli anni Duemila di Dylan: l’esplorazione dell’identità, dei rimpianti e
delle relazioni come terreni di inevitabilità.
La canzone costruisce un monologo interiore estremamente coerente: l’io
lirico è intrappolato nei propri ricordi, nei propri fallimenti e nelle proprie
aspettative deluse. La ripetizione di immagini e motivi non è uno schema
formale: è lo specchio della mente che non riesce a distaccarsi dalla propria
storia. Le parole non chiedono “comprensione”: chiedono ascolto empatico.
L’accompagnamento è essenziale: chitarra acustica, basso discreto, pochi
ornamenti sonori. La voce di Dylan è centrale e vulnerabile: non cerca lo
smalto o la performance, ma la verità espressiva di chi confronta il passato
senza filtri.
Nel 2008, Can’t Escape From You rappresenta una tappa di
introspezione intensa nel repertorio di Dylan. A differenza di brani come High
Water o Workingman’s Blues #2, che guardano al mondo esterno e alla
collettività, qui l’indagine è profondamente personale. Eppure la dimensione
personale non è isolata: è un modo per mostrare come i singoli non possono
sfuggire alle proprie storie, perché le loro relazioni e le loro memorie sono
tessute nel tessuto stesso della cultura.
I Feel a Change Comin’
On: attesa e realtà nella voce del presente
“I Feel a Change Comin’ On”, pubblicata nel 2009
all’interno di Together Through Life, è una delle canzoni più esplicite di Dylan
nel rappresentare, attraverso parole e musica, una sensazione di trasformazione
che non è mai pienamente compiuta ma costantemente attesa. Il testo si apre con
l’immagine di qualcuno che guarda “il mondo intero”, osservando da lontano e
vedendo la persona amata avvicinarsi mentre il tempo della giornata trascorre,
un segno costante che il cambiamento si affaccia ma allo stesso tempo si sottrae
alla presa. Questa ripetizione — “I feel a change comin’ on / And the fourth
part of the day’s already gone” — scandisce il procedere del brano,
sottolineando una coscienza del tempo che avanza e di un desiderio di mutamento
che non si risolve.
Nel corso dei versi, Dylan costruisce un discorso in
cui l’io lirico si riconosce vicino alla persona con cui condivide “tanto in
comune” e dalla quale non può separarsi nell’attesa che “diventino amici”, ma
subito dopo sfuma verso un realismo disilluso: i “sogni” non hanno mai
funzionato davvero, nemmeno quando sembrano realizzati. La presenza di
riferimenti culturali — ascoltare Billy Joe Shaver, leggere James Joyce —
indica non solo la profondità di esperienza del narratore, ma anche la
complessità interiore che accompagna questa attesa di cambiamento.
Musicalmente, il brano si caratterizza per un ritmo
pacato e meditativo, con un uso misurato degli strumenti che rispecchia
l’intreccio di stasi e movimento. La voce di Dylan, profonda e consapevole del
tempo che passa, dà corpo a un sentimento che è al tempo stesso desiderio,
frustrazione e resa: non tanto l’annuncio di un cambiamento radicale, quanto la
coscienza di esso come processo in corso, condizionato dalla realtà e dal
limite. In questo senso, la canzone non celebra l’arrivo del nuovo, ma ne
mostra l’attesa come esperienza personale e condivisa, intrecciando emotività e
concretezza in modo tipico della scrittura tardi‑periodo di Dylan.
Sette canzoni, sette contesti, sette facce
Abbiamo visto come attraverso queste sette
canzoni, troviamo anche sette modalità diverse di affrontare la stessa domanda:
chi sono ora? Non chi ero nel 1965, non chi ero nel 1975, non chi ero nel 1997
con Time Out of Mind. Chi sono adesso, in questo preciso momento, mentre canto
questa canzone davanti a questo pubblico?
Things Have Changed apre il millennio
con ironia consapevole — "people are crazy and times are strange" — e
vince l'Oscar. Non come icona del passato, ma come voce contemporanea.
Bob Dylan non cerca più di essere
profeta o portavoce: osserva, registra, testimonia. High Water porta quella
testimonianza su scala collettiva: l’acqua alta non è solo diluvio biblico, ma
la Storia che sommerge tutto, che non chiede permesso e porta via ciò che
sembrava solido; Charley Patton ricorda che l’America non è mai stata stabile,
che il Delta blues nasce dal fango e dalla catastrofe. Cross the Green Mountain
smonta la linearità del tempo: non c’è “prima” e “dopo”, ma strati di memoria
che si sovrappongono come lastre geologiche; le montagne diventano spazi di
attraversamento dove passato e presente si toccano senza fondersi. Workingman’s
Blues #2 scende nel concreto della vita quotidiana, raccontando chi si alza
ogni mattina senza alcuna certezza, con dignità precaria e stanchezza lucida.
Huck’s Tune trasforma il poker in metafora esistenziale: ogni mano è scelta
identitaria, ogni puntata un rischio, perché il gioco non finisce mai. Can’t
Escape From You chiude sull’introspezione: l’io lirico affronta rimpianti e
memorie che restano. Infine I Feel a Change Comin’ On indica il cambiamento
imminente, l’apertura verso qualcosa di nuovo.
Più che la fine del percorso, questa è l’apertura verso qualcos’altro, e Dylan chiude il decennio come l’ha aperto, consapevole che nessuna versione di sé stesso è definitiva; più un laboratorio che una dichiarazione programmatica, un procedimento continuo e inesauribile, in cui nel nuovo millennio lavora per sottrazione, costruendo versioni provvisorie di sé, ciascuna valida il tempo di una canzone, poi un’altra, e un’altra ancora, fino a trasformare ogni brano in un esperimento e ogni album in un tentativo.
(CLICCA QUI PER LEGGERE LA PRIMA PARTE)


Commenti
Posta un commento