Nel grande romanzo del rock and roll, alcune delle storie più affascinanti si nascondono nelle pieghe dell’ammirazione reciproca. Una delle più sincere e inaspettate è quella che lega Bob Dylan e Ricky Nelson. A prima vista, i due non avrebbero potuto essere più diversi: Dylan era il profeta del folk impegnato, emerso dai fumosi club del Greenwich Village; Nelson era il "ragazzo della porta accanto", il principe dei teenager americani cresciuto sotto i riflettori della televisione degli anni Cinquanta. Eppure, oltre le etichette dell’industria discografica, batteva lo stesso cuore artistico.
Dylan non ha mai fatto mistero della sua venerazione per Nelson. Nella sua autobiografia Chronicles, ha descritto la voce di Rick come qualcosa di calmo, costante e misterioso, capace di rimanere imperturbabile nel mezzo di qualsiasi tempesta musicale. Per Dylan, Nelson non era un semplice idolo per ragazzine, ma un interprete straordinario con un senso innato del ritmo rockabilly. C’era una "fratellanza astrale" che li univa: nati quasi negli stessi anni, avevano assorbito la stessa linfa vitale delle radici americane. Dylan la riassumeva così: era come se Nelson fosse cresciuto sulla sponda idilliaca di un lago perfetto e lui nei boschi più oscuri, ma si trattava dello stesso identico bosco.
Il momento di massima vicinanza spirituale si consumò a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Ricky Nelson, stanco del cliché nostalgico, fondò la Stone Canyon Band e abbracciò i pionieristici suoni del country-rock. Iniziò a frequentare assiduamente il repertorio di Dylan, diventando uno dei suoi interpreti più prolifici. Nelson incise e portò sul palco una serie incredibile di perle dylaniane: la celebre "She Belongs to Me" (che lo riportò in classifica nel 1969), una toccante versione di "I Shall Be Released", la raffinata "Love Minus Zero/No Limit", e poi ancora "If You Gotta Go, Go Now", "Mama, You've Been on My Mind", "Walkin' Down the Line" e la celeberrima "Just Like a Woman". Nelson trattava quel materiale con un rispetto assoluto, spogliandolo dell’irruenza folk per adagiarlo su un’andatura pacata e vellutata. Cantare Dylan, per Ricky, era un manifesto di indipendenza.
Il destino, ironico e spietato, tese loro lo stesso tranello. Nel 1971, durante un festival revival al Madison Square Garden, Nelson fu sonoramente fischiato dal suo stesso pubblico, colpevole solo di aver cantato pezzi moderni (tra cui proprio la cover di Dylan) invece di replicare i vecchi successi degli anni '50 come un jukebox umano. Subì lo stesso identico isolamento che Dylan aveva vissuto anni prima nel passaggio all'elettrico. Ma Nelson non si piegò: lasciò il palco e scrisse il suo capolavoro, Garden Party, il cui ritornello recita: "Non puoi piacere a tutti, quindi devi piacere a te stesso". Nel testo compare il celebre verso: "Mr. Hughes hid in Dylan's shoes".
Dylan lesse quel brano come una lezione magistrale di dignità. Nel suo libro Filosofia della canzone moderna, elogiò il coraggio dell'amico che, davanti ai fischi di un pubblico ottuso, aveva risposto scrivendo una canzone epica. Il cerchio si è chiuso di recente: Bob Dylan ha regalato ai fan una splendida versione live di "Garden Party" eseguita durante le tappe del fortunatissimo tour dell'Outlaw Music Festival, condiviso sul palco con il leggendario Willie Nelson (con cui Ricky condivide il cognome solo per pura omonimia, senza alcun vincolo di parentela). Sentire Dylan cantare un testo altrui che cita il suo stesso nome, all'interno del tour di un altro Nelson, è un cortocircuito poetico straordinario: il tributo finale a uno spirito affine che, proprio come lui, non ha mai accettato compromessi.
Bob Dylan e la trilogia del tempo: il viaggiatore dell’eterno I tibetani credono in uno stato di transizione tra la morte e la rinascita: la morte come periodo di attesa, prima che l’anima venga accolta da un nuovo grembo. È un’immagine che, per libera associazione, richiama certe pagine di Rumore bianco di Don DeLillo e che introduce bene il mistero di un artista capace di sembrare vissuto più volte, muovendosi nel tempo come un viaggiatore immortale. L’uomo è da sempre attratto dal mistero del tempo. I greci antichi usavano due parole per definirlo: Chronos, lo scorrere lineare dei minuti, e Kairos, il momento opportuno, la dimensione qualitativa dell’istante. Se il mondo moderno esalta il Chronos attraverso la produttività e la velocità, la figura di Bob Dylan sembra collocarsi interamente nel Kairos. «Abbiamo la tendenza a vivere nel passato, ma questo riguarda la mia generazione. I giovani non hanno un passato, sanno solo quello che vedono e sentono», ha dichiarato Dylan al Ne...
A proposito di Time Out of Mind (1997) Un trionfale ritorno per Bob Dylan . Time Out of Mind è il trentesimo lavoro in studio di Bob Dylan, nonché uno dei suoi più grandi successi, riconosciuto dalla critica, dal pubblico, e per una volta anche dai premi che ricevette. Oggi può suonare strano, ma questo disco venne salutato come Album of the Year , davanti a produzioni come Flaming Pie di Paul McCartney e OK Computer dei Radiohead . Nonostante venga pubblicato come cd singolo, Time Out of Mind è in realtà un doppio album in studio. Wikipedia afferma si tratti del primo doppio dai tempi di Self Portrait (1970), ma in realtà l’ultimo era stato The Basement Tapes (1975). La durata complessiva sarà di 72 minuti e 50 secondi, con il solo brano Highlands che raggiunge doppia cifra, arrivando a 16 minuti e 31 secondi. Registrato negli imponenti Criteria Studios di Miami, il lavoro si avvale nuovamente di Daniel Lanois in cabina di regia. Per certi versi possiamo considerarlo u...
Il decennio buio della produzione discografica dylaniana (1980-1990) Tra il 1980 e il 1990 Bob Dylan pubblica 8 nuovi album contenenti nuovo materiale autografo, qualche cover e alcuni brani scritti in collaborazione con altri artisti e autori. Di questi otto dischi possiamo affermare, in maniera obiettiva e speriamo oggettiva che almeno tre sono ottimi album, due dei quali rasentano addirittura lo status di capolavori, almeno secondo il canone del suo autore. Ora, fatta esclusione per Infidels, Oh Mercy e Shot of Love, resterebbe da dire dei rimanenti cinque dischi. Tra questi, forse il solo Empire Burlesque è da considerare un lavoro abbastanza riuscito, seppur non completamente, visto anche l'impegno e la qualità del materiale ivi contenuto. I restanti quattro album sono uno dei punti più bassi della produzione dylaniana. L'intento di questo breve post è fare nuova luce, a distanza di trenta/quarant'anni sui seguenti dischi: Saved, Knocked Out Loaded, Down in the G...
Commenti
Posta un commento