Metamorfosi Dylanesque
La tela di Penelope: le metamorfosi di Bob Dylan (1975-1985)
Esiste in Bob Dylan una natura intrinsecamente duale, un’inquietudine gemellare che lo condanna e lo salva al tempo stesso. Come Penelope con la sua tela, Dylan tesse visioni poetiche e sonore per poi disfarle ogni notte, alterando testi nei concerti, stravolgendo arrangiamenti e fuggendo da ogni definizione che minacci di imprigionarlo.
Il decennio compreso tra il gennaio 1975 e la primavera 1985 rappresenta forse l’esempio più fulgido di questo eterno ritorno: dieci anni in cui l’artista attraversa quattro profonde metamorfosi – musicali, testuali, tecnologiche e spirituali – ridefinendo ogni volta il concetto stesso di registrazione.
1. L’epopea del flusso di coscienza e della comune teatrale (1975-1976)
La prima grande fase unisce due capolavori complementari: Blood on the Tracks e Desire. Il secondo non è che l’espansione naturale del primo: dal dolore privato alla catarsi collettiva. Ferito dalla crisi matrimoniale, Dylan scardina nel 1975 la struttura narrativa tradizionale della canzone. Influenzato dalle lezioni di pittura di Norman Raeben, impara a far coesistere passato, presente e futuro nello stesso spazio lirico, creando veri e propri “quadri temporali” come Tangled Up in Blue.
Musicalmente domina l’analogico puro, intimo e splendidamente imperfetto. Registrato inizialmente a New York in solitudine quasi assoluta – tanto che i nastri catturano persino il rumore dei bottoni della giacca contro la chitarra – l’album viene poi parzialmente rifatto a Minneapolis. Ma la tela viene subito disfatta. Pochi mesi dopo, quell’isolamento acustico si trasforma nell’energia caotica di Desire e della Rolling Thunder Revue. Il dolore privato diventa una comune teatrale itinerante. I testi, scritti a quattro mani con Jacques Levy, tornano a essere epici, cinematografici, quasi giornalistici (Hurricane). Nello studio, l’approccio cambia ancora pelle: pochissime sovraincisioni, presa diretta, l’interazione viva tra la chitarra di Dylan, il violino gitano di Scarlet Rivera e le risposte vocali di Emmylou Harris. È il trionfo del nastro magnetico che cattura carne, fumo e improvvisazione.
2. La “Big Band” e l'introduzione del Gospel (1978)
Alla fine del decennio arriva il disincanto. Dopo tour colossali e la separazione legale, Dylan sente il peso della propria leggenda. I testi diventano criptici, densi di simbolismi apocalittici e di una stanchezza del mondo (Where Are You Tonight?).
Per tradurre questa pesantezza sceglie una strumentazione monumentale: in Street-Legal introduce per la prima volta una sezione fiati e tre coriste gospel. Affitta il Rundown Studios di Santa Monica e lo trasforma in una sala prove gigante per la sua prima vera “Big Band”. Il risultato è tecnicamente problematico: il mixaggio analogico dell’epoca risulta spesso fangoso e compresso. Dylan non padroneggia ancora le risposte acustiche della sala. Solo il restauro digitale di decenni dopo restituirà allo album la giusta profondità, rivelando un disco sospeso tra il rock classico e il muro di suono delle grandi arene.
3. Il rigore del sacro e la perfezione del suono (1979-1981)
Nel 1979 la tela viene strappata e interamente ricostruita. Dylan vive una conversione radicale al cristianesimo evangelico e inaugura la trilogia spirituale con Slow Train Coming. Nei testi scompare improvvisamente il dubbio gemellare: subentra una certezza granitica, dogmatica, fatta di ammonimenti biblici e visioni di giudizio (Gotta Serve Somebody). Paradossalmente, a questa rigidità testuale corrisponde il picco di sofisticazione sonora della sua carriera. Dylan abbandona le imperfezioni analogiche precedenti e si affida alla produzione millimetrica di Jerry Wexler e alla chitarra chirurgica di Mark Knopfler. Registrato ai Muscle Shoals Sound Studios, l’album raggiunge lo zenit tecnologico dell’analogico di fine anni Settanta: suoni cristallini, compressione impeccabile della batteria, separazione chirurgica delle frequenze. Dylan canta la fine imminente del mondo materiale con la produzione più lussuosa e raffinata che avesse mai avuto.
4. Sbandamento anni Ottanta: Dylan nella giungla MTV (1983-1985)
L’ultima metamorfosi porta lo scontro con gli anni Ottanta: MTV, il Compact Disc e l’estetica pop dominante.
Con Infidels (1983) Dylan abbandona il gospel esplicito e torna a osservare geopolitica ed ecologia con sguardo disincantato. Il suono, curato ancora da Knopfler con la sezione ritmica reggae di Sly & Robbie, è levigato, nitido e già ottimizzato per le nuove tecnologie digitali. Il vero strappo arriva però nel 1985 con Empire Burlesque.
Qui la tela di Penelope viene digitalizzata. Dylan consegna le registrazioni ad Arthur Baker, che le manipola con le tecniche più aggressive del momento: sintetizzatori invadenti, batterie elettroniche campionate e il celebre gated reverb. Lo studio cessa di essere uno spazio dove i musicisti suonano insieme: diventa un laboratorio informatico in cui la voce di Dylan viene isolata, tagliata e ricollocata su tappeti sintetici.
Eppure, proprio in fondo all’album, compare Dark Eyes: sola chitarra, armonica e voce. Un ultimo, potentissimo sussulto acustico che ricorda come, dopo aver attraversato ogni tecnologia e ogni maschera, Dylan sia sempre pronto a disfarsi dell’abito più recente per tornare, ancora una volta, nudo di fronte alla sua Musa.
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