Bob Dylan Live Cosenza 2006
E alla fine andammo a vedere il menestrello | Bob Dylan al San Vito e tutto quello che non c'era prima del 2006
Non ho mai scritto pezzi dove raccontassi le sensazioni di un concerto visto dal vivo di una leggenda vivente. Meno ancora di una leggenda che anni dopo avrebbe anche vinto un cazzo di Premio Nobel. Ma le cose a volte seguono uno schema e un plot narrativo che è qualcosa di più intricato e pazzo di un film di David Lynch. Almeno per quello che mi riguarda, per le cose che ho visto, seguito, amato e dimenticato. Questo non è esattamente il resoconto di un concerto visto sotto effetto di trip del 2006, questi sono frammenti, schegge impazzite di un crazy diamond, sopravvissuto a sé stesso, a Bob Dylan e a quella pazza, strampalata e balorda estate del 2006. Ero reduce da un viaggio fatto a Cork, dove ero andato a trovare mio fratello, un po' di fortuna e per dimenticare la mia disfunzionale storia d'amore con Simona.
Prima di
partire per Cork, passai una notte a Roma a casa di amici di Cosenza fuori
sede. Stavano a Piazza Bologna, zona Tiburtina. Ruggiero che conoscevo da
tempo, viveva in casa con altre persone tra cui un italo-belga che sosteneva di
non apprezzare l'acqua come bevanda, in quanto non avesse sapore. A parte le
solite cose nonsense degli studenti fuori sede, con la nostalgia di casa e il
blues da hangover, pescai una copia di Se una notte d'inverno di Calvino, che
prontamente trafugai, un po' perché sentivo di non avere il libro giusto da
leggere a Cork, un po' perché faceva parte di quei titoli che sognavo da tempo
di trovare. La scelta fu quella giusta e la serata trascorse bene e fu un
ottimo aperitivo per il viaggio e per la mia prima permanenza in terra
d'Irlanda.
Cork pioveva sempre, proprio come dicono che piova in Irlanda, e avevano ragione. Mio fratello stava lì da un po' e lavorava per conto di Marriott International, ma anche lui, come tanti si trovava lì perché stava scappando da qualcosa, forse da se stesso. Io girai per pub con un walkman pieno di Van Morrison, Dylan, qualche pezzo dei Cure che non avrei mai ammesso di ascoltare davanti ai miei amici che stavano ancora tutti sulla costa. In un locale vicino a Washington Street c'era un tipo con la chitarra acustica che suonava I Shall Be Released, All Along the Watchtower e un paio di pezzi di Van The Man. Li suonava con attitudine e convinzione, quell'attitudine che ti fa pensare che forse è così che andava suonata, storta e vera. Tornai in camera con una bottiglia di qualcosa di economico e misi su Brown Eyed Girl. Pensai a Simona, ai suoi occhi che non erano marroni ma quasi, e pensai che ero uno stronzo a pensarci mentre ero a duemila chilometri di distanza. Poi pensai che Kerouac probabilmente avrebbe fatto lo stesso, solo che lui ci avrebbe scritto sopra un romanzo e io al massimo un messaggio che non avrei mai mandato.
Il 26 giugno,
a Cork, guardai Italia-Australia, vinta grazie al rigore di Francesco Totti. La
sera dopo partii da Dublino con Ryanair e atterrai a Bergamo Orio. Il mattino
seguente arrivai alla stazione Tiburtina, tornavo nella stessa casa di Ruggiero
dove avevo rubato il Calvino prima di partire per Cork. Rimasi ospite da lui
fino al 2 luglio. Guardammo insieme Italia-Ucraina, quarti di finale, con altri
ragazzi e ragazze provenienti da Buenos Aires. In Argentina ci sono un sacco di
figli di immigrati calabresi. Tornai a Cosenza il 2 o forse il 3 luglio, la
memoria mi difetta su questo punto. La sera del 9 luglio l'Italia vinse il
mondiale battendo la Francia di Zidane ai rigori. Undici giorni dopo, il 20
luglio, Bob Dylan arrivò al San Vito di Cosenza.
Ora,
all'epoca i concerti di Dylan non erano sold out come adesso. Il San Vito era
mezzo pieno, avevano sistemato solo la curva e un pezzo di prato, tipo un
quinto del campo da gioco, con un pit improvvisato. Faceva un caldo infernale,
quello di luglio che non molla nemmeno quando scende il sole. Andai con amici
che adesso non vedo più da dieci anni, gente con cui ho condiviso serate,
sigarette, dischi, e che adesso probabilmente non saprebbe nemmeno più il mio
numero di telefono. Uno di loro non aveva mai ascoltato Dylan prima di quella
sera. Un altro continuava a chiedermi quando avrebbe fatto Knockin' on Heaven's
Door. Spoiler: non la fece.
Dylan partì
con Maggie's Farm al piano elettrico e capii subito che non sarebbe stato come
sui dischi. Cappello in testa, band perfetta, voce consumata come carta
vetrata. Non cantava le canzoni, le rifaceva ogni volta da capo, come se non
gliene fregasse niente di quello che la gente si aspettava. The Times They Are
A-Changin' arrivò subito dopo e io pensai a Simona che non c'era, che stava da qualche
altra parte a fare cose che non mi riguardavano più, mentre io guardavo un
settantenne che cantava di tempi che cambiano. E i miei erano appena cambiati,
senza chiedere il permesso.
Tweedle Dee
& Tweedle Dum fu una botta. Quel pezzo l'avevo ascoltato mille volte da
Love And Theft, il disco che era uscito l'11 settembre 2001 mentre il mondo
finiva e ricominciava. Dal vivo era un'altra cosa, sporco, diretto,
sferragliante.
Nel 2005 ero
stato quattro mesi a Siviglia. Facevo il progetto Leonardo Da Vinci, lavoravo
come stagista in un teatro danza chiamato Endanza, diretto da Salud Lopez. Tra
fine marzo e luglio. Un'esperienza formativa, necessaria, un po' difficile ma
emozionante. Vivevo in casa con altri tre ragazzi di Cosenza, vidi un sacco di
spettacoli di teatro, andai al cinema, e la sera a volte frequentavo la casa
stile bohémien di un pittore-musicista che gestiva delle jam session aperte. Io
mi esibii più volte come cantante e chitarrista. Un periodo bello, caotico,
battente bandiera liberiana come in un film di Verdone, quasi. Dylan al San
Vito era un anno dopo tutto quello, e forse anche per questo aveva un senso
diverso. Dopo Siviglia, dopo Cork, dopo Simona. Tweedle Dee & Tweedle Dum
continuava a suonare e la band sembrava che stesse ancora cercando il tempo
giusto ma in realtà l'aveva già trovato da un pezzo.
Guardai i
miei amici: uno fumava, uno controllava il telefono, uno ballava fuori tempo.
Nessuno di noi sapeva che tra dieci anni non ci saremmo più visti, che le vite
avrebbero preso strade diverse senza nemmeno litigare, solo quella deriva
silenziosa che succede quando smetti di avere cose in comune.
Mr.
Tambourine Man arrivò e Dylan la massacrò. Nel senso migliore, la rifece lenta,
strascicata, come se gli facesse fatica anche solo ricordarla. E funzionava.
Funzionava perché Dylan a sessantacinque anni non aveva più niente da
dimostrare, cantava come gli pareva e se non ti piaceva potevi sempre
andartene. Io restai. Pensai a Siviglia, alle jam session in quella casa
bohémien dove cantavo pezzi di Van Morrison davanti a gente che non sapeva chi
fosse, a Cork con mio fratello, a Kerouac che avevo letto senza capirci niente
se non che volevo muovermi, scappare, vedere posti che non fossero la costa. E
poi ero tornato e la costa c'era ancora, uguale a prima, solo che io non ero
più lo stesso.
Gli anni dal
2002 al 2007 furono caotici, psicotici, pieni di tutto e di niente. Simona,
Siviglia, Cork, i dischi comprati da Orfeo e da Il Tempio della Musica, le
serate al Bar Centrale di Cetraro, le compilation masterizzate male con le
copertine fatte a mano, Carver letto troppo bene e Kerouac letto troppo male.
Ci sarei tornato in Irlanda per un periodo di tempo maggiore durante l'autunno
del 2007, ma quella è decisamente un'altra faccenda, che qui non ho tempo, né
voglia di approfondire.
La New Wave
che ascoltavano tutti, dai Joy Division ai Cure, senza dimenticare i New Order,
mentre io continuavo a tornare indietro, rovistando tra le miserie blues di un
Johnny Cash prodotto da Rick Rubin, il quale gli faceva cantare pezzi come Hurt
dei Nine Inch Nails come se il brano l'avesse scritta davvero lui però. E in
tutto questo Van Morrison continuava in missione per conto del blues a fare
dischi senza soluzione di continuità, ma che a me sembravano necessari, Dylan
che pubblicava Love And Theft mentre le Torri cadevano.
Blind Willie
McTell arrivò a metà concerto. Dylan al piano, voce bassa, quasi un sussurro.
Una delle canzoni più belle che abbia mai scritto e quasi nessuno la conosceva.
Parlava del Sud degli Stati Uniti, di blues e plantation, di cose finite ma non
del tutto. Pensai alla Calabria. Non per la schiavitù, ma per quel senso di
essere sempre ai margini, sempre a guardare il mondo che succede da qualche
altra parte. Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again fu un delirio.
Sette minuti di blues che non finiva mai, Dylan che scappava e la band che lo
inseguiva senza mai raggiungerlo.
Girl From the North Country mi riportò a Simona. Non perché la canzone parlasse di lei, ma perché parlava di qualcuno che non c'è più e che c'è ancora. Dylan la cantò come se non gliene fregasse niente, ed è per questo che funzionava. Like a Rolling Stone chiuse il concerto prima del bis. Tutti in piedi, anche quelli che non sapevano chi fosse Dylan. La band suonava come se fosse il '65 e il 2006 insieme. Dylan grugniva "How does it feel?" e io pensavo: malissimo, Bob, ma va bene così. All Along the Watchtower fu l'ultimo pezzo. La versione di Hendrix che Dylan si era ripreso e aveva reso di nuovo sua. Finì. Ce ne andammo.
Uno disse che
era stato figo. Un altro disse che non aveva fatto Knockin' on Heaven's Door.
Un altro non disse niente. Tornammo verso casa. Simona non c'era. Cork era
lontana, Siviglia anche. Kerouac era morto da decenni, Carver pure. Van
Morrison continuava a fare dischi e Dylan suonava come se il mondo non fosse
mai finito. E forse non era mai finito. Era solo cambiato. The times they are
a-changin', cantava. Anche quando non vuoi.
San Vito, luglio 2006. Cinque anni dopo Love And Theft, quattro anni prima di rivederlo a Torino e Milano, un anno dopo Siviglia, un mese dopo Cork, poco dopo Simona. Quasi tutto doveva ancora accadere. O forse era già tutto accaduto e io non me n'ero accorto. Dylan grugniva al microfono, la band lo inseguiva, il San Vito era mezzo vuoto e mezzo pieno, dipende da come la vuoi vedere. Io la vedo ancora adesso. Ogni volta che metto su Love And Theft, ogni volta che penso a quell'estate del 2006, ogni volta che ripenso agli amici che non vedo più da dieci anni. Bob Dylan ha vinto il Premio Nobel nel 2016. Io quella sera del 2006 non lo sapevo ancora. Non sapevo nemmeno che Simona non sarebbe più tornata, che Cork e Siviglia sarebbero rimaste ricordi sfocati, che quegli amici sarebbero spariti senza nemmeno un addio vero. Sapevo solo che Dylan stava lì davanti, settantenne testardo con un cappello e una band perfetta, e cantava come se il mondo gli dovesse ancora qualcosa. E forse glielo doveva davvero.



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