A proposito di Fragments
Bob Dylan scava due fosse e poi però ci ripensa
"Ho resistito; ho lottato contro il
dolore come contro una cancrena. Quando si saranno alleviate sempre più le
schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà
sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell'uomo, la lunga serie dei
mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l'amore
non corrisposto, l'amicizia respinta o tradita, la mediocrità d'una vita meno
vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni." Marguerite
Yourcenar scrive questo nelle Memorie di Adriano. E io penso a Dylan quando
leggo queste righe. Penso a lui che nel 1996 sta lì, tra Oxnard e Miami, a
registrare canzoni che suonano come un testamento. Solo che poi non muore.
Anzi.
Chi tiene un fulmine in tasca non ha bisogno di vantarsi. Può permettersi di
essere modesto perché sa quanto vale. Bob Dylan attribuisce questi valori a
Perry Como, ma non è difficile comprendere che li abbia incamerati e fatti
suoi.
In Fragments, l’unica cosa sbagliata è il titolo. Fossi stato al posto di His Bobness, cosa a cui non ambisco nella maniera più assoluta, lo avrei chiamato Back to the Light, prendendo in prestito il disco solista di Brian May del 1992. Il motivo è semplice: in questo lavoro Dylan scava una fossa, anzi due, una per sé e una per chi ascolta. Ma trattandosi del grande Genio del Novecento musicale, cambia piano all’ultimo momento. Un paradosso, perché questo disco suona come una resa incondizionata. Eppure c’è dentro tanta luce, più di quanta sia giusto sentire in un solo album. Il problema è che Dylan, come quel famoso calabrone, non lo sa, perciò continua a scrivere, a cantare e a registrare musica. Impossibile citare tutte le registrazioni degne di nota sparse nei cinque dischi, di cui uno dal vivo.
Qui vi sono versioni di brani che possono competere con gli originali di Time Out of Mind del 1997: più groove, più cattiveria, più volontà di portare a casa la take perfetta. Come spesso accade con Dylan, qualcosa non va per il verso giusto, e l’intervento in cabina di regia di Daniel Lanois salva capra e cavoli. Per sua e soprattutto per nostra fortuna. Dylan ancora una volta ci dimostra che è tornato, ed è tornato on fire, come si dice oggi. Già il tempo, topos ideale e congeniale al Nostro, sembra scorrere con lui. Gli anni Ottanta erano stati difficili: un decennio ambiguo e decadente, in cui gli ascoltatori non erano ancora pronti a ricevere quel flusso di cinismo, rabbia e urgenza espressiva che sarebbe arrivato dopo. Nel 1997, con Time Out of Mind, Dylan sorprende tutti. Album of the Year davanti a Flaming Pie di Paul McCartney e a OK Computer dei Radiohead: oggi può suonare strano, ma così è andata. Quel disco mise d’accordo blues, country e rock grazie a un suono gonfio, presente e per una volta ben centrato.
Il percorso iniziato con Oh Mercy nel 1989 riprende nel 1996. Dylan ritrova Daniel
Lanois, ma stavolta il produttore ha idee diverse: una produzione più invasiva,
una band cangiante, elementi scelti a metà tra il produttore e l’artista.
Cambia la sede: Miami, Criteria Studios,
grandi, imponenti, forse troppo. Nonostante il lavoro finale non soddisfi
pienamente Dylan — e quando mai lo soddisfa pienamente? — con Time Out of Mind ritorna sulla scena degli
anni Novanta con un prodotto che può stare a fianco delle sue opere migliori.
Dal cilindro Dylan tira fuori le solite
ballate ispirate, e poi Make You Feel My Love,
che diventerà un singolo di successo ripreso da Billy Joel, Adele, Bryan Ferry,
Garth Brooks. Tornano i grandi testi, almeno quattro nuovi classici dylaniani,
atmosfere da western crepuscolare, fine del mito della frontiera. Greil Marcus
dirà che il disco ricorda uno score alternativo de Gli Spietati di Clint Eastwood. Ma qui ascoltiamo i lamenti
di chi sa ancora trarre oro dalle proprie paturnie.
Dylan è in viaggio, diretto verso l’ignoto, il
Nowhere. Qua e là nomina posti reali: Baltimora, New Orleans, Missouri,
Boston-town. I guai sentimentali — il cuore sofferente, metaforico e reale —
gli hanno fornito l’assist giusto per consegnare alla morte una goccia di
splendore, di umanità, di verità. I critici citano Keats, Burns, Blake. Dicono
che Not Dark Yet risponda a Ode to a Nightingale. Markhorst scrive che Tryin’ to Get to Heaven offre prospettiva di
redenzione.
Io sento soprattutto Cold Irons Bound:
"Ci sono troppe persone, troppe da rammentare. Credevo che alcuni di
loro fossero miei amici; mi sono sbagliato su tutti. Bene, la strada è rocciosa
ed il pendio della collina è fangoso. Sopra la mia testa ci sono solo nuvole di
sangue. Ho trovato il mio mondo, trovato il mio mondo in te. Ma il tuo amore
non si è dimostrato vero. Sono a venti miglia dalla città, incatenato a fredde
manette." Questo è il marchio speciale di disperazione di Dylan. Non
serve scomodare i poeti romantici inglesi. Basta ascoltare.
Fragments: quando tutto quello che avevi buttato torna
Fatto non trascurabile: da queste sessions
Dylan butta via Mississippi (poi finirà
in Love and Theft), Red River Shore, splendida e rara, Marching to the City, Dreamin’
on You. Recuperate solo anni dopo su Tell
Tale Signs (2008). Perché le butta via? Perché il disco perfetto si
costruisce con ciò che togli, non con ciò che aggiungi. Dylan lo sa. Anche se
ci metterà undici anni per farcele ascoltare.
Ed eccoci al 27 gennaio 2023: due versioni,
due dischi o cinque dischi in formato DELUXE. Fragments – Time Out of Mind Sessions The Bootleg Series 17
è la prima vera occasione di ascoltare tutto, davvero tutto, senza filtri:
brani inediti, registrazioni alternative, canzoni scartate e poi recuperate.
Tra le tracce inedite ci sono quattro
registrate al Teatro Studio di Oxnard nel 1996: The Water Is Wide (tradizionale), Dreamin’ of You, Red River
Shore, Til I Fell in Love With You.
Poi Marchin’ to the City e Mississippi, quella che finirà in Love & Theft nel 2001, ma nasce qui, nel
1997. Il quarto disco ricrea Time Out of Mind
dal vivo, selezionando concerti tra il 1998 e il 2001. Il quinto disco isola le
registrazioni già apparse su Tell Tale Signs
del 2008.
Abbiamo ascoltato in anteprima una versione
alternativa di Love Sick, più spoglia,
diversa. Questo fa capire che l’attesa è stata lunga, ma la pubblicazione era
necessaria. Dylan appare più moderno e attuale nei suoni e nel modo di cantare
rispetto al decennio successivo. Per molti appassionati questo rappresenta uno
dei vertici assoluti: scrittura, resa musicale, resa sonora. Dylan, tornando a
percorrere la sua Dirt Road Blues, non
poteva più aspettare. I tempi non erano ancora maturi per ritirarsi sulle
Highlands o ottenere una chiave per il paradiso.
Se Time Out of Mind del 1997 è un
capolavoro, Fragments (2023) è l'occasione di ascoltare ciò che Dylan aveva
scartato. Tornando a percorrere la sua Dirt Road Blues, non poteva più
aspettare. I tempi non erano ancora maturi per ritirarsi sulle Highlands. In questo 17esimo volume possiamo
ascoltare tutto ciò che venne provato e registrato tra il 1996 e il 1997. Keats,
in Ode to a Nightingale, scrive: "Now more than ever seems it rich to die,
/ To cease upon the midnight with no pain." Dylan in Not Dark Yet
risponde: "It's not dark yet, but it's getting there."
Fragments è quello spazio in mezzo. Tra il non ancora e il quasi. Tra la luce e il buio. Dove Dylan continua a suonare.
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