L' ammirazione tra George Harrison e Bob Dylan
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L’unico membro dei Traveling Wilburys che George Harrison ammirava davvero
È difficile immaginare qualcuno come George Harrison lasciarsi impressionare dalle celebrità. Con un passato nei Beatles, un pedigree musicale tra i più straordinari di sempre, avrebbe potuto diventare del tutto immune a qualsiasi forma di adorazione. Eppure, certe influenze iniziali non svaniscono mai davvero. Fin dagli inizi, Harrison aveva un’ammirazione profonda per Carl Perkins, ma quando si ritrovò a lavorare con i suoi amici nei Traveling Wilburys, ci furono momenti in cui rimase sinceramente colpito dai suoi compagni di band.
In fondo, l’esistenza stessa del gruppo aveva qualcosa di miracoloso. L’idea nacque quasi per caso: Harrison desiderava da tempo collaborare con amici musicisti e, durante le sessioni di Cloud Nine con Jeff Lynne, quell’atmosfera informale prese forma concreta. Invitò Roy Orbison, Tom Petty e Bob Dylan a partecipare alla registrazione di “Handle With Care”, inizialmente pensata come lato B, ma il risultato fu così speciale da portare alla nascita di un intero album.
Resta però una domanda: come si fa a mettere insieme così tante leggende senza che gli ego prendano il sopravvento? Nessuno di loro era incline all’ostentazione, ma serviva comunque una certa sicurezza per reggere il confronto, soprattutto accanto a una voce come quella di Orbison. Jeff Lynne e Tom Petty, inizialmente, potevano sentirsi intimoriti, ma sorprendentemente era Harrison a preoccuparsi di più: voleva soprattutto che Dylan si sentisse a suo agio.
Dylan, pur apparendo talvolta distaccato — come durante le riprese del video di “Handle With Care” — si mostrava sempre disponibile in studio. Mise persino a disposizione uno dei suoi spazi di registrazione, e quando si immergeva nel lavoro, Harrison ritrovava in lui il cantautore folk che aveva ammirato da lontano. Questo emerge in modo particolare durante la lavorazione di “Tweeter and the Monkey Man”, uno dei brani più narrativi del repertorio dei Wilburys. La canzone nasce soprattutto dall’interazione tra Dylan e Petty: una sorta di gioco a due, costruito attorno a un immaginario americano fatto di strade, criminali e riferimenti disseminati quasi ironicamente alla tradizione di Bruce Springsteen. Il testo prende forma in modo spontaneo, con Dylan che guida il flusso narrativo e Petty che lo segue e lo rifinisce, senza mai irrigidire il processo.
Anche la registrazione riflette questo approccio. A differenza della meticolosità di Jeff Lynne — noto per il suo controllo quasi maniacale sul suono — e dello stesso Harrison, sempre attento agli equilibri timbrici, Dylan lavora in modo molto più diretto: entra, propone, registra. Non cerca la perfezione tecnica, ma l’energia del momento. “Tweeter and the Monkey Man” conserva proprio questa qualità: sembra quasi catturata al volo, più che costruita.
Lavorare accanto a icone di quel livello era già straordinario, ma Jeff Lynne ricordava come anche Harrison fosse, in un certo senso, soggiogato dalla presenza di Dylan: “George era così in soggezione di Bob che, quando arrivava qualcuno in studio, apriva la porta e diceva: ‘Guarda, è Bob Dylan’. E intanto gli altri pensavano: ‘Quello è George Harrison’. Era incredibile”.
Quel rispetto, in realtà, era almeno in parte reciproco. Dylan, pur ammirando enormemente Paul McCartney per il suo talento melodico, considerava Harrison uno dei cantautori più profondi con cui avesse mai lavorato. “I’d Have You Anytime” segnò l’inizio della loro collaborazione, e Dylan apprezzava particolarmente anche il modo in cui Harrison suonava la chitarra slide, al punto da volerlo coinvolgere nei propri progetti, nonostante le stranezze di quelle sessioni condivise tra un lavoro e l’altro con i Wilburys.
Col tempo, Dylan si abituò all’idea di far parte del gruppo. Si divertì durante la lavorazione del secondo album e arrivò persino a coinvolgere Harrison nei suoi dischi solisti. Tuttavia, non era disposto a rinunciare alla propria identità di autore: essere un Wilbury e restare Bob Dylan erano due cose che dovevano convivere, senza confondersi. Harrison, dal canto suo, non diede mai nulla per scontato. Aveva voluto una band di amici, è vero, ma non si aspettava che tra loro ci fosse qualcuno le cui parole avevano avuto, per lui, un peso quasi sacro. E forse è proprio questo il punto: anche una leggenda può restare, in fondo, un fan.
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