Bob Dylan: focus sui Sixties Vol. 3
Nashville Skyline (1969): la semplicità come nuova maschera
Quando Nashville
Skyline esce il 9 aprile 1969, Bob Dylan ha già attraversato alcune delle
trasformazioni più radicali della musica degli anni Sessanta. Nel giro di pochi
anni è passato dal folk del Greenwich Village alla stagione elettrica culminata
nella trilogia Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited e Blonde
on Blonde. Dopo quell’esplosione creativa e il successivo ritiro seguito
all’incidente motociclistico del 1966, il nuovo disco appare quasi spiazzante
per la sua apparente semplicità.
La prima
sorpresa è la voce. Dylan canta con un timbro completamente diverso da quello
ruvido e nasale che aveva caratterizzato i suoi dischi precedenti. Il tono è
morbido, caldo, quasi da crooner, e si adatta perfettamente al suono limpido e
rilassato dell’album. Anche la struttura delle canzoni sembra seguire questa
scelta di sottrazione: i brani sono brevi, diretti, costruiti su melodie
essenziali e su arrangiamenti che privilegiano la chiarezza del suono.
Il disco si
apre con un gesto altamente simbolico. Dylan torna a una delle sue canzoni più
celebri degli anni folk, Girl from the North Country, ma la ripropone in
una nuova versione cantata insieme a Johnny Cash. Il duetto non è soltanto un
incontro tra due grandi figure della musica americana: è anche un modo per
collegare idealmente due momenti molto diversi della carriera di Dylan. La
ballata malinconica scritta per The Freewheelin’ Bob Dylan riappare ora
immersa nel suono di Nashville, trasformata in un dialogo tra due voci che
appartengono a tradizioni musicali differenti ma complementari.
Se
l’apertura del disco guarda al passato, il resto dell’album mostra invece una
nuova direzione. Nashville Skyline è spesso stato considerato un lavoro
minore, forse perché arriva dopo alcuni dei dischi più rivoluzionari della
musica rock. Ma ascoltato con attenzione rivela una coerenza stilistica
notevole e contiene almeno tre canzoni che possono essere considerate veri
classici della fase finale degli anni Sessanta.
La più
celebre è Lay Lady Lay, costruita su una melodia immediata e su un ritmo
morbido che riflette pienamente l’atmosfera del disco. La canzone si distingue
per il suo tono intimo e sensuale, molto lontano dall’ironia tagliente e dal
linguaggio visionario dei dischi elettrici di metà decennio. Accanto a questo
brano troviamo I Threw It All Away, una delle confessioni sentimentali
più dirette scritte da Dylan fino a quel momento. Il testo racconta il
rimpianto per un amore perduto con una semplicità quasi disarmante, confermando
la nuova inclinazione dell’autore verso una scrittura più essenziale.
Il disco si
chiude con Tonight I’ll Be Staying Here with You, un brano che unisce il
tono affettivo dell’album a un ritmo più deciso. La canzone assume la forma di
una dichiarazione di permanenza: il narratore rinuncia a partire e sceglie
invece di restare accanto alla persona amata. È una conclusione luminosa e
aperta, che contrasta con i finali più enigmatici e ambigui di molti dischi
precedenti.
Considerato nel contesto degli anni Sessanta, Nashville Skyline rappresenta una nuova mutazione della musica di Dylan. Dopo aver rivoluzionato il linguaggio della canzone rock, l’autore sceglie improvvisamente una strada più sobria e domestica, quasi come se volesse ridimensionare la propria immagine di figura profetica della controcultura. Questa scelta, lontana dalle aspettative del pubblico, contribuisce a rendere il disco uno dei capitoli più singolari della sua discografia. E proprio in questa apparente semplicità si nasconde una delle sue qualità più durature.


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