La svolta elettrica di Bob Dylan


The Cutting Edge: la svolta elettrica di Bob Dylan (1965-1966)

Senza nulla togliere a quello che è venuto dopo, è innegabile che per Bob Dylan il decennio d’oro sia quello compreso tra il 1962 e il 1971. Basta prendere tra le mani il cd o il vinile di More Bob Dylan Greatest Hits per rendersene conto. Entrando più nello specifico, quel decennio è stato caratterizzato da un flusso creativo senza precedenti, di cui The Cutting Edge rappresenta l’apogeo. The Bootleg Series Vol. 12: The Cutting Edge 1965-1966 è il dodicesimo volume (in realtà il decimo) dedicato al materiale d’archivio, di studio e dal vivo del catalogo dylaniano, pubblicato nel novembre 2015. Si tratta di una raccolta formidabile che per la prima volta riunisce i tre capolavori della cosiddetta svolta elettrica, comprendente gli album Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde.

La critica dylaniana oggi può essere suddivisa in tre macro-categorie. La prima include i decani come Greil Marcus, Paul Williams e, più in generale, tutti quegli autori che hanno assistito alle varie epoche sonore di Dylan. Leggendo questi critici è evidente il loro approccio legato principalmente alla figura del giovane menestrello che, partendo come emulo di Woody Guthrie, riesce a farsi strada prima negli ambienti folk newyorkesi e poi, sotto contratto con la Columbia Records, conquistando prima il pubblico nordamericano e poi, gradualmente, quello della canzone d’autore mondiale. Per Marcus, tuttavia, dietro ogni registrazione e composizione futura continuerà sempre a intravedersi il giovane artista armato di chitarra acustica e armonica. Non è necessariamente un aspetto negativo, ma in una certa misura rappresenta una limitazione, così come il fatto di partire dal suo vasto background culturale e musicale, che lo porta a guardare con maggiore severità ai successi arrivati dopo la seconda metà degli anni Settanta. Non a caso Marcus non accoglie di buon grado il recupero delle sonorità “pre-rock and roll” di Love and Theft. Lo stesso atteggiamento sarà adottato da Riccardo Bertoncelli e soprattutto da Cesare Rizzi, che nel suo Atlante Giunti stronca senza riserve il disco pubblicato nel 2001.

Esistono però anche altri critici che non hanno seguito l’intera carriera e l’evoluzione dylaniana dei primi anni Sessanta. Mi è capitato più volte di confrontarmi con appassionati di musica che non conoscono affatto la svolta elettrica, con altri che amano soprattutto la produzione degli anni Settanta del cantautore e con ascoltatori distratti che conoscono alcune cose ma ne ignorano molte altre. Oggi, molto spesso, chi scrive su riviste e siti musicali, o pubblica saggi su carta, non ha assistito nemmeno alla svolta religiosa avvenuta con Slow Train Coming e Saved (e in modo minore con Shot of Love). Qualcuno ha fatto in tempo a vedere Dylan esibirsi a Bologna davanti a Giovanni Paolo II nel 1997. Arriviamo infine alla generazione che si è accostata a Dylan negli ultimi quindici o diciotto anni. In questo caso la comprensione delle diverse epoche storiche e delle varie fasi musicali è spesso condizionata da un ascolto bulimico e confuso, effettuato attraverso piattaforme come Spotify, discografie scaricate in mp3 o, peggio ancora, tramite YouTube. Eppure oggi anche un decano della canzone come Dylan deve fare i conti con questo tipo di pubblico. È un pubblico che potenzialmente può acquistare anche la musica del passato e farla propria. In questo caso però l’intero catalogo è a disposizione, ma con un artista ormai avanti con gli anni che, in tempo reale, ha pubblicato quattro lavori autografi e quattro album composti esclusivamente da cover e reinterpretazioni di materiale altrui. Iniziando ad ascoltare Dylan a partire dal 2006-2007, questo pubblico si sarà presto confrontato anche con le numerose uscite antologiche, a partire dal bellissimo Tell Tale Signs: Rare and Unreleased 1989-2006, che raccoglie molte cose già edite e alcune nuove composizioni realizzate in quell’arco temporale.

Nello stesso periodo l’autore ha pubblicato anche altri prodotti multimediali, come film, documentari e la sua splendida autobiografia Chronicles Volume One. Nel frattempo le raccolte proseguono con i volumi 9, 10 e 11, che coprono diversi periodi storici: dal 1962 con The Witmark Demos, passando per gli anni di Nashville Skyline, Self Portrait e New Morning (volume 10), fino ad arrivare al volume 11 dedicato ai leggendari Basement Tapes, le sessioni del 1967 con The Band. La compilation descrive e fotografa una nuova evoluzione musicale e sonora di Dylan, quella che su disco ufficiale possiamo ascoltare attraverso John Wesley Harding e Nashville Skyline, e che ci riconduce all’incipit di questo post: il Greatest Hits Vol. II pubblicato dalla Columbia nel 1971. La versione più conosciuta di questa raccolta è composta da due dischi per 21 tracce ma, a differenza di molte altre compilation, qui trovano spazio numerosi brani inediti, molti dei quali appartengono proprio al periodo dei Basement Tapes (1967-1968).

The Bootleg Series Vol. 12: The Cutting Edge

Pubblicato il 6 novembre 2015, a cavallo tra Fallen Angels e Shadows in the Night (due dei tre dischi dedicati al Great American Songbook), questo volume unisce ed esplora il periodo in cui Dylan registra la sua trilogia elettrica. Tutto avviene piuttosto velocemente rispetto a come vengono registrati oggi – ma anche negli anni Settanta e Ottanta – i dischi. La prima registrazione risale infatti al gennaio 1965, mentre l’ultima chiude le sessioni nel maggio 1966. Tanto bastò a Dylan e ai musicisti che parteciparono agli album per scrivere il suo nome all’interno della storia del folk-rock. Senza entrare nella solita diatriba su chi abbia iniziato cosa o su quale sia stato il primo disco a essere pubblicato, in questi sedici mesi il cantautore realizza un numero impressionante di brani destinati a essere tramandati ai posteri, fino ad arrivare a oggi con una carica dirompente e una forza poetica che non contemplano paragoni di sorta. Dobbiamo pensare che all’epoca, a parte i Beatles e poche altre eccezioni, la musica che veniva prodotta era spesso poco più che artigianato e materiale usa e getta, come certo pop degli anni Novanta, per intenderci. Tuttavia la musica popolare era un genere che vendeva bene e c’erano forti interessi economici nel far progredire e avanzare l’industria musicale.

Il merito, in questo caso, fu anche di persone come Tom Wilson, Bob Johnston e soprattutto il leggendario talent scout John Hammond. Una personalità di spicco che, solo per rimanere in ambito musicale – ma ebbe meriti anche a livello sociale e politico, viste le sue scelte artistiche – aveva scoperto Billie Holiday, Aretha Franklin, Pete Seeger e, più avanti, avrebbe messo sotto contratto anche Leonard Cohen e Bruce Springsteen. Considerato negli ambienti come “il più grande music man di tutti i tempi”, fu merito di Hammond se Dylan ottenne un contratto e la libertà di esprimersi, nonostante le prime pubblicazioni non avessero avuto un grande impatto commerciale. Nel 1965 però, quando Dylan entrava in studio per comporre quello che sarebbe stato il suo primo disco elettro-acustico, le cose erano già cambiate a favore dell’autore e della CBS stessa. Hammond era stato elogiato per aver scoperto ancora una volta un artista destinato a durare nel tempo e che, fatto forse ancora più importante, avrebbe fatto vendere un buon numero di lp all’etichetta.

Nessuno però immaginava ciò che sarebbe successo di lì a poco. Così, se Bringing It All Back Home è ancora suddiviso in due facciate – una elettrica (ma con arrangiamenti e suoni ancora canonici) e una acustica di maggior spessore per quanto riguarda le composizioni – quello che accadde con il sequel, Highway 61 Revisited, ha qualcosa di sensazionale e leggendario per la storia della musica pop statunitense e non solo. Nei solchi di questo album trovano spazio composizioni come Desolation Row, Ballad of a Thin Man, Tombstone Blues, la stessa title track ma soprattutto un pezzo epocale come l’iniziale Like a Rolling Stone, canzone che oggi, fortunatamente, non ha bisogno di presentazioni.

Un nucleo di musicisti capitanati da Mike Bloomfield alla chitarra, Paul Griffin al piano, Harvey Brooks al basso e Bobby Gregg alla batteria conduce il gioco ma è l’apporto di Al Kooper all’organo a dare quel tocco in più all’album, con quel peculiare stile gospel che resterà per sempre legato al periodo e alle registrazioni di questo capolavoro. Lo step successivo, realizzato stavolta nel 1966 (Bringing It All Back Home e Highway 61 Revisited hanno anche il merito di essere stati prodotti e registrati nello stesso anno e a distanza di pochi mesi), si chiama Blonde on Blonde e avrà una gestazione più lunga, coinvolgendo un numero elevato di musicisti ma venendo registrato e sviluppato per gran parte della sua durata negli studi Columbia di Nashville.

Un’intuizione che, per come vengono raccontate le cose nel libro di Daryl Sanders Un sottile, selvaggio suono mercuriale (Bob Dylan, Nashville e Blonde on Blonde), è farina del sacco di Bob Johnston, che aveva contro una buona parte dell’etichetta. Dylan e Johnston la spuntarono e portarono con loro anche il chitarrista degli Hawks (poi The Band) Robbie Robertson e il nuovo arrivato Al Kooper che, con il suo organo, contribuirà ancora una volta alla buona riuscita del doppio album. Blonde on Blonde è storia, oggi, proprio come i due dischi che lo precedono ma l’atteggiamento sospettoso verso la svolta elettrica (in realtà, come si è visto, suoni acustici ben definiti attraversano tutti gli album) di Dylan permane ancora oggi in una parte della critica militante affezionata a quell’epoca storica.

The Cutting Edge non è solo una raccolta di take e sessioni inedite. È la testimonianza diretta di come, tra il 1965 e il 1966, Dylan ridefinì il folk e il rock pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno, con una capacità di invenzione che pochi hanno mai avuto. Ogni errore, ogni variazione, ogni prova alternativa racconta la sua forza creativa, la determinazione a spingersi oltre il convenzionale. In queste registrazioni, ascoltando la musica prendere forma, si percepisce il cuore pulsante di un artista che non si limita a fare canzoni: costruisce un mondo sonoro che ancora oggi influenza chiunque voglia capire cos’è davvero la rivoluzione musicale.


Testo a cura di Dario Greco


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