Bob Dylan: focus sui dischi anni Sessanta


C’è un modo semplice ma sorprendentemente efficace per osservare l’evoluzione artistica di Bob Dylan negli anni Sessanta. Non seguendo la sequenza completa degli album, né concentrandosi solo sui momenti più celebrati della sua carriera, ma guardando invece a una piccola serie di dischi usciti tutti nello stesso periodo dell’anno: tra marzo e maggio. In questo arco stagionale, nel giro di sette anni, Dylan pubblica quattro album che permettono di attraversare quasi per intero il suo decennio decisivo. Dal debutto del 1962 alla svolta country del 1969, questi dischi raccontano la trasformazione di un giovane interprete folk nel più influente autore della musica popolare contemporanea. La sequenza è sorprendentemente compatta. 

Il 19 marzo 1962 esce Bob Dylan, il disco d’esordio registrato quando il cantante è da poco arrivato a New York. Il 27 maggio 1963 arriva The Freewheelin’ Bob Dylan, l’album che lo consacra come autore e portavoce di una nuova generazione. Il 22 marzo 1965 viene pubblicato Bringing It All Back Home, che inaugura la celebre stagione elettrica e segna uno dei passaggi più radicali nella storia della musica rock. Infine il 9 aprile 1969 appare Nashville Skyline, disco breve e luminoso che introduce una nuova voce e una sorprendente svolta stilistica verso il country.

Considerati insieme, questi quattro album tracciano una linea quasi perfetta attraverso gli anni Sessanta. In meno di un decennio Dylan attraversa quattro identità artistiche diverse: l’interprete folk del Greenwich Village, il cantautore della protesta, il poeta visionario della rivoluzione elettrica e infine l’autore di canzoni essenziali e domestiche immerse nel suono di Nashville. Non si tratta di un percorso lineare ma di una serie di mutazioni improvvise, ciascuna delle quali ridefinisce le possibilità espressive della canzone popolare.

Per leggere questa traiettoria è utile fissare alcune “ancore”, alcuni momenti simbolici che segnano il passaggio da una fase all’altra. La prima si trova proprio nel disco d’esordio del 1962: Song to Woody, la prima composizione autografa pubblicata da Dylan. È una canzone semplice, quasi un esercizio di apprendistato, ma contiene già il gesto fondamentale della sua poetica: inserirsi nella tradizione folk americana per parlare in prima persona.

La seconda ancora compare l’anno successivo in The Freewheelin’ Bob Dylan con Girl from the North Country, una delle canzoni più rappresentative del Dylan autore folk dei primi anni Sessanta. Con il suo tono elegiaco e la sua struttura melodica limpida, il brano mostra come Dylan riesca a trasformare modelli tradizionali in un linguaggio personale, capace di coniugare memoria, nostalgia e invenzione poetica.

La terza ancora appartiene al momento più celebre della sua carriera: Bringing It All Back Home. Il lato A del disco introduce l’energia elettrica e un nuovo modo di scrivere canzoni, rapido, ironico, visionario. Ma nello stesso album convivono anche alcuni dei vertici della stagione acustica: It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding) e It’s All Over Now, Baby Blue rappresentano allo stesso tempo un culmine creativo e un congedo dal Dylan cantautore folk.

Infine l’ultima ancora arriva nel 1969 con Nashville Skyline. Il disco si apre con un evento simbolico: il duetto con Johnny Cash in una nuova versione di Girl from the North Country. È come se Dylan tornasse a una delle sue canzoni più emblematiche per reinterpretarla alla luce della nuova fase country. E proprio questo album, spesso considerato minore, merita oggi una rivalutazione più attenta. Alla fine del decennio Dylan scrive infatti almeno tre nuovi classici: Lay Lady Lay, I Threw It All Away e la conclusiva Tonight I’ll Be Staying Here with You.

Tra il marzo del 1962 e l’aprile del 1969, dunque, quattro uscite primaverili raccontano una storia più ampia. Non soltanto l’evoluzione di un artista, ma la trasformazione stessa della canzone americana negli anni Sessanta.

Bob Dylan (1962): gli inizi dell’autore tra Song to Woody e Talkin’ New York

Quando Bob Dylan esce il 19 marzo 1962, il suo autore ha poco più di vent’anni ed è arrivato a New York da meno di dodici mesi. Il disco nasce all’interno dell’ambiente folk del Greenwich Village, un mondo fatto di piccoli club, repertori tradizionali e musicisti che si muovono dentro una continuità culturale che risale ai cantori itineranti dell’America rurale. Non sorprende quindi che l’album sia composto quasi interamente da reinterpretazioni di brani folk e blues. Dylan appare ancora soprattutto come un interprete appassionato di quella tradizione.

Eppure, proprio dentro questo contesto fortemente radicato nel passato, compaiono due brani che indicano già una direzione diversa. Sono Song to Woody e Talkin’ New York, le uniche composizioni originali presenti nel disco. Se il resto dell’album mostra il giovane Dylan alle prese con il repertorio folk-blues, queste due canzoni introducono per la prima volta la dimensione autobiografica e autoriale che diventerà centrale negli anni successivi.

Song to Woody è, prima di tutto, un omaggio esplicito. Dylan la scrive pensando a Woody Guthrie, il cantautore che più di ogni altro rappresenta per lui il modello della canzone popolare americana. Guthrie è malato e ricoverato in ospedale quando Dylan arriva a New York, e uno dei primi gesti del giovane musicista è proprio quello di andare a trovarlo. La canzone nasce da quell’incontro e dalla consapevolezza di inserirsi in una linea di continuità con la tradizione folk.

Musicalmente il brano ricalca da vicino lo stile di Guthrie. La melodia e la struttura ricordano volutamente il suo modo di scrivere canzoni, e anche il testo assume la forma di un tributo diretto. Ma proprio in questa apparente imitazione si nasconde qualcosa di più interessante. Dylan non si limita a celebrare il suo maestro: si colloca simbolicamente all’interno della stessa storia, dichiarando la propria appartenenza a una genealogia musicale che parte dalle ballate tradizionali e arriva fino al presente.

Se Song to Woody rappresenta un gesto di riconoscimento verso la tradizione, Talkin’ New York introduce invece un elemento nuovo: l’ironia autobiografica. La canzone appartiene al genere delle “talkin’ blues”, brani narrativi in cui il cantante racconta una storia parlando più che cantando. Dylan usa questa forma per descrivere il suo arrivo a New York e le difficoltà incontrate nei primi mesi della sua carriera.

Il tono è leggero, quasi scherzoso. Il protagonista racconta di aver lasciato il Minnesota per inseguire la musica folk e di essersi ritrovato a suonare in piccoli locali davanti a pubblici distratti o scettici. Ma sotto la superficie ironica emerge già uno dei tratti tipici del Dylan autore: la capacità di trasformare un’esperienza personale in un racconto che riflette una condizione più ampia, quella del giovane musicista che cerca di trovare il proprio posto in un ambiente artistico competitivo.

In questo senso Talkin’ New York è anche un piccolo manifesto. Dylan descrive se stesso come un outsider che arriva da lontano e deve conquistarsi lentamente uno spazio nella scena musicale del Village. È una narrazione che anticipa il mito del giovane folksinger destinato a cambiare il corso della musica popolare americana.

Considerate insieme, Song to Woody e Talkin’ New York mostrano due lati complementari del primo Dylan autore. Da una parte il legame con la tradizione folk incarnata da Guthrie, dall’altra la nascita di una voce personale che racconta la propria esperienza con ironia e lucidità. Sono ancora brani di apprendistato, ma già indicano la direzione che prenderà il suo lavoro negli anni immediatamente successivi.

Ed è proprio a partire da queste due canzoni che, nel giro di appena un anno, Dylan compirà il passo decisivo verso il grande salto creativo di The Freewheelin’ Bob Dylan.


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