A proposito di Desolation Row
Desolation Row di Bob Dylan è un palcoscenico di legno che trema sotto il peso di una narrazione barocca. Spogliato dalle incrostazioni del gossip e dell’aneddoto, il testo rivela una catasta di eventi che unisce la ferocia materica del Decameron di Boccaccio alla solennità del dramma elisabettiano.
Il cantautore vi opera come un drammaturgo europeo che dirige un film corale: ogni figura, dal nobile all’abbietto, occupa il primo piano in un’anarchia metodica. La strada è americana; il teatro che vi si svolge arriva da più lontano, dalla tradizione shakespeariana alla Commedia dell’Arte, dalla farsa popolare alla grande letteratura europea.
La narrazione si apre con la sfilata dell’autorità immobile. Il Commissario cieco è tenuto in trance, le Squadre di soccorso si annoiano, i Venditori di cartoline monetizzano l’esecuzione imminente. Già qui vengono fissate le regole del teatro: la tragedia è sotto gli occhi di tutti, eppure la macchina sociale continua a recitare la propria parte, come se l’orrore fosse ormai un’occupazione quotidiana.
In questo scenario le maschere della Commedia dell’Arte e del mito vengono trascinate nel fango della cronaca:
- Cenerentola si muove a suo agio nel fallimento, rispondendo con rassegnazione a un mondo che le sorride con scherno.
- Romeo è l’amatore degradato che geme in un luogo dove l’amore è un intralcio al traffico, scacciato da chi gli dice: «Sei nel posto sbagliato, faresti meglio ad andartene».
- Caino e Abele, insieme al Gobbo di Notre-Dame, sono figure bibliche e gotiche ridotte a comparse di un linciaggio quotidiano che avviene sotto le finestre.
- Il Buon Samaritano non salva nessuno: si trucca e si prepara per uno spettacolo notturno, trasformando la carità in una performance grottesca.
- Ofelia, descritta come una vecchia zitella di soli ventidue anni, porta con sé la tragedia shakespeariana ormai ridotta a estetica sterile, oggetto da contemplare sotto le luci dell’arcobaleno.
- Einstein è un barbone travestito da Robin Hood che infila il braccio in una bacinella, mangia l’alfabeto e sniffa tubi di scarico: immagine della conoscenza precipitata nella pura sopravvivenza biologica.
- Il Dottore Filisteo predica alle sue infermiere mentre queste prelevano i resti di chi non ce l’ha fatta.
- Casanova viene punito per la propria esistenza, trascinato verso la «Riconciliazione» mentre le guardie lo tengono fermo.
- Il Fantasma dell’Opera assume le sembianze di un prete impeccabile, autorità religiosa che si muove in un teatro d’ombre.
- Ezra Pound e T.S. Eliot diventano lottatori in una torre di controllo, impegnati in una rissa intellettuale mentre calipso e risate amare fanno da colonna sonora al naufragio del Titanic.
- I Guardiani e gli Agenti di Assicurazione corrono ovunque perché nessuno scappi: in Desolation Row la libertà è l’unico crimine non assicurabile.
La commistione tra l’aulico e il becchino, tra la tragedia dell’esecuzione e la farsa del clown, è squisitamente shakespeariana. Dentro questa processione opera però anche qualcosa che appartiene alla tradizione italiana della maschera: personaggi riconoscibili strappati al proprio contesto e costretti a convivere sulla stessa scena. È una logica boccacciana, dove sacro e profano, nobile e miserabile, tragico e farsesco si incontrano senza sosta. La folla di comparse si muove così dentro un ospedale psichiatrico a cielo aperto, la cui scenografia è fatta di ferro, fumo e cenere.
Anche il cinema italiano offre una suggestione difficile da ignorare. La strada e La dolce vita di Federico Fellini sono già nell’aria: figure marginali trattate come maschere, spettacolo permanente, mescolanza di grottesco e tragedia. In questo stesso universo il cantautore colloca Casanova, undici anni prima che Fellini lo porti sullo schermo. È un dettaglio, ma appartiene allo stesso teatro di corpi deformati e di solennità rovesciata.
Nello stesso periodo due cineasti come Sergio Leone e Sam Peckinpah, stanno facendo qualcosa di analogo con il Western: prendono i codici dell’immaginario americano e li spostano in un teatro più sporco, ambiguo e lontano dall’epica tradizionale. Qui l’operazione passa attraverso le parole, mettendo sullo stesso palcoscenico America ed Europa, cronaca e mito, cultura popolare e grande letteratura.
Il culmine risiede nel rifiuto finale.
Quando dal «mondo di sopra» arrivano lettere che chiedono «come stai?», il narratore risponde con un atto di asilo politico nel caos. Chiude la porta, dichiara di non riconoscere più quei nomi e confessa, quasi di passaggio: «Right now I can’t read too good». A quel punto le regole di quel mondo non lo raggiungono più. Appartiene ormai completamente alla Row. Il silenzio diventa l’unico lusso rimasto, e Desolation Row si conferma il perimetro invalicabile del teatro di legno con cui tutto era cominciato. Più che filosofo, Dylan è il capocomico di una compagnia di sventurati: con la precisione di un incisore del Seicento scrive un classico del canone occidentale.
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