Slow Train: analisi testuale e musicale

Il ritmo implacabile del cambiamento secondo Bob Dylan

Pubblicata nel 1979 come quinta traccia di Slow Train Coming, Slow Train rappresenta uno dei momenti centrali della cosiddetta trilogia cristiana dylaniana, inaugurandone allo stesso tempo i principi poetici e la direzione sonora. Siamo negli anni in cui Dylan, reduce da una lunga fase di inquietudini personali e disordine emotivo, sceglie un territorio musicale insolito e carico di storia come il gospel, aprendolo alla propria voce profetica e abrasiva. Il risultato è un brano che suona insieme antico e nuovo, radicato nella tradizione afroamericana ma costruito con una tensione narrativa tipica del Dylan più politico. Il “treno lento” che avanza dietro ogni strofa è l’immagine della trasformazione in arrivo, ineluttabile come uno spostamento tellurico nella coscienza individuale e collettiva.

Un testo che denuncia, interroga e fustiga

La struttura lirica di Slow Train richiama la forma del salmo, alternando confessione, rimprovero, indignazione e invito alla responsabilità morale. È il Dylan che osserva il mondo e se ne chiama fuori, non per superiorità, ma perché percepisce un crollo etico e spirituale. Le prime righe sono già una dichiarazione di resa di fronte alla confusione generazionale: “Sometimes I feel so low-down and disgusted / Can't help but wonder what's happenin' to my companions”. È la constatazione di una perdita: amici e compagni non si sa più se siano smarriti o ritrovati, e soprattutto non si sa se abbiano mai “contato il costo” necessario per abbandonare i propri principi terreni.

Qui il linguaggio biblico si intreccia a un aspro commento socio-politico. Dylan non parla soltanto di conversione religiosa, ma di un’intera epoca che ha perso i criteri per distinguere il vero dal falso. Il ritornello torna identico, quasi un rintocco inevitabile: “There's a slow, slow train comin' up around the bend.” Non importa quanto ci si ostini a ignorare ciò che succede: qualcosa sta arrivando, un cambiamento che non si può fermare. Questa immagine del treno, antichissima nel gospel, diventa nelle mani di Dylan un simbolo ambivalente: salvezza, giudizio, trasformazione.

Il secondo verso introduce una figura femminile che richiama i personaggi ruvidi e diretti del Sud. La donna dell’Alabama, “realistic”, invita Dylan a “quit your mess and straighten out”. È il richiamo del mondo reale, di una quotidianità che può sfociare nella tragedia (“be just another accident statistic”) se non si torna a una linea di condotta retta. In questo incrocio tra parabola morale e osservazione sociale si intravede la forza del brano: un giudizio severo ma non distaccato, perché riguarda la vita stessa dell’autore. 

Una denuncia politica in piena regola

Nel 1979 gli Stati Uniti vivono l’onda lunga della crisi energetica, il disincanto post-Vietnam, lo smarrimento dell’era Carter. Dylan intercetta questa fragilità: “All that foreign oil controlling American soil / Look around you, it's just bound to make you embarrassed.” È un attacco diretto all’influenza geopolitica dei paesi produttori di petrolio e alla dipendenza energetica americana, descritta come un’umiliazione nazionale. I versi sui “sheiks walkin' around like kings” hanno fatto discutere, ma nel contesto dell’epoca rappresentano lo specchio del malessere popolare verso un nuovo ordine mondiale percepito come ingiusto e minaccioso.

Per Dylan non è soltanto una questione economica, ma il segno di un mondo spiritualmente vacillante. Il brano condanna “fools glorifying themselves” e un’America in cui perfino Jefferson “turning over in his grave”. È la visione di una patria che ha perso il fulcro ideale su cui era stata edificata. L’ironia dolorosa dei “big-time negotiators” e dei “false healers” non è satireggiante ma profetica: Dylan suggerisce che la degenerazione non è esterna, bensì interna, radicata nella menzogna morale e nella manipolazione religiosa.

Il verso più duro arriva con “But the enemy I see wears a cloak of decency / All non-believers and men-stealers talkin' in the name of religion.” La critica non risparmia nessuno: chi sfrutta la fede per fini personali, chi veste la maschera della rispettabilità mentre opprime gli altri. È un tratto tipico della trilogia cristiana: la religione come fuoco che brucia le ipocrisie, non come rifugio. Nella parte centrale del brano, Dylan passa dal grande quadro geopolitico alla tragedia sociale: “People starving and thirsting, grain elevators are bursting”. È l’assurdità di un mondo che ha cibo in abbondanza ma non sa distribuirlo. “Costs more to store the food than it do to give it”: un’immagine che riassume perfettamente il capitalismo inefficiente e moralmente privo di bussola che Dylan percepisce intorno a sé.

L’invito a “follow your own ambitions” è liquidato come ipocrisia: si parla di amore fraterno, ma nessuno sa viverlo davvero. Ancora una volta il ritornello del treno torna come unanimità di giudizio, come se l’autore stesse dicendo: potete anche ignorare tutto questo, ma la realtà vi raggiungerà.

L’ultimo verso rende il brano più intimo e introduce una nota biografica: la donna che Dylan perde quando parte per l’Illinois con un ragazzo autodistruttivo. La rassegnazione finale (“but it sure do bother me to see my loved ones turning into puppets”) restituisce l’aspetto più umano della canzone, quasi a ricordare che la crisi spirituale non è fatta solo di sistemi politici e religiosi, ma invade le relazioni personali, la famiglia, gli affetti. 

Un suono gospel nuovo, teso, modernizzato

Musicalmente, Slow Train è un capolavoro di equilibrio tra tradizione e innovazione. La scelta di Mark Knopfler alla chitarra porta un tocco di lirismo pulito e controllato, quasi in contrasto con la spiritualità accesa del testo. Il ritmo procede con una lentezza solenne, un groove costante che evoca fisicamente l’immagine del treno. Le tastiere di Barry Beckett aggiungono un sapore da chiesa del Sud, mentre le coriste costruiscono un’aura sacrale che amplifica il messaggio profetico di Dylan.

Il gospel, qui, non è imitazione ma reinterpretazione. Dylan aveva iniziato ad avvicinarsi a queste sonorità già con Street-Legal (1978), dove i cori femminili e gli arrangiamenti più pieni suggerivano un bisogno crescente di solennità. Con Slow Train Coming questo processo diventa esplicito e totalizzante: la musica non è un ornamento, ma un veicolo spirituale. È il modo in cui Dylan sceglie di uscire dal proprio passato recente, di rompere con l'immagine del cantautore folk e del rocker della Rolling Thunder.

Il gospel, per Dylan, è un linguaggio di rinnovamento. Ritmico, potente, collettivo, permette una forma di predicazione che nessun altro genere avrebbe potuto sostenere senza stonare. La lentezza del groove, l’impeto corale, la luminosità degli arrangiamenti: tutto concorre a rendere Slow Train una preghiera in movimento.

Un disco che vive di picchi altissimi 

Il brano Slow Train non è un caso isolato ma il centro simbolico di un progetto coerente. Gotta Serve Somebody, che apre il disco, stabilisce immediatamente i termini della questione: ognuno serve qualcosa o qualcuno, consapevolmente o no. I Believe in You è la dichiarazione più vulnerabile e personale di questo periodo, un inno all’incrollabilità della fede anche quando tutto il mondo assedia. Gonna Change My Way of Thinking è il brano più militante, quasi una predica a ritmo di soul, mentre Precious Angel fonde rivelazione spirituale e gratitudine amorosa in uno dei momenti più intensi dell’intera trilogia.

Slow Train si colloca precisamente tra questi poli, incarnando la tensione profetica del disco e anticipando i conflitti dei due album successivi, Saved e Shot of Love. È un brano che parla a un’epoca di smarrimento, ma anche a tutte le epoche in cui la coscienza collettiva vacilla. Dylan lo sapeva e per questo lo cantò come si canta ciò che non può aspettare.

Il treno lento continua a venire. E forse il suo significato, oggi come allora, non è soltanto giudizio, ma possibilità. Una promessa che il cambiamento, anche quando spaventa, arriva per ricordarci chi siamo e cosa potremmo ancora diventare.

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